Strani giorni in Europa: mentre da noi anche solo menzionare il termine “patrimoniale” suscita inenarrabili sofferenze in un centrosinistra sempre più illanguidito, e fa gridare alla sovversione, il governo rosso-nero tedesco introduce di fatto una piccola patrimoniale piuttosto pesante per i ricchi. Il cancelliere Merz ha proposto, e fatto approvare, una serie di provvedimenti che mirano a una riformulazione e a una ridistribuzione del carico fiscale per un ammontare di circa dieci miliardi di euro.
Le misure fanno parte di un ampio piano di riforme tese, nelle parole dello stesso Merz, a “risvegliare la Germania dal suo letargo” e a “condurla verso il futuro”. Consistono principalmente in sgravi ai ceti medio-bassi, che dovrebbero condurre a un risparmio per le famiglie di oltre seicento euro annui, finanziati da un aumento dell’imposta sui redditi più alti, al 45% per i redditi fino a 250.000 euro e al 47% per i redditi sopra i 280.000. Al tempo stesso, però, viene praticata una stretta sul lavoro: i minijobs, i lavoretti a tempo determinato, che non potevano essere rinnovati per più di ventiquattro mesi, vengono estesi a quarantotto mesi, raddoppiandone la possibile durata, e viene ammorbidito il sistema di protezione contro i licenziamenti. I provvedimenti sono frutto di un compromesso: il ministro dell’impresa, Lars Klingsbeil della Spd, voleva una ridistribuzione ancora più ingente, intorno ai venti miliardi; ma un pezzo di Cdu-Csu e l’associazione degli industriali si sono opposti tenacemente. Altre misure collaterali indicano la volontà di tenere i tedeschi al lavoro il più massicciamente possibile: viene infatti abolita la possibilità di ottenere certificati medici di malattia solo per telefono, prassi che si era largamente diffusa dopo la pandemia. Merz ha sottolineato che si tratta di evitare il proliferare delle malattie del “venerdì” o del “lunedì”: con la nuova normativa bisognerà presentare il certificato medico dal primo giorno lavorativo, mentre, in precedenza, si poteva attendere il quarto giorno. L’associazione dei medici tedeschi, peraltro, ha smentito le affermazioni del cancelliere, che non sarebbero in alcun modo suffragate dai dati sull’assenteismo, e ha parlato del “diffondersi di una cultura del sospetto e della sfiducia”.
Altro favore fatto alla grande proprietà è una norma, inclusa nel pacchetto, che prevede il divieto di espropriare gli immobili, come previsto dall’attuazione del referendum berlinese di cui abbiamo in passato seguito la vicenda (vedi qui), e che prevedeva piani di esproprio e di nazionalizzazione per una parte degli appartamenti controllati dalle immobiliari attive nella capitale, in particolare Vinovia. Provvedimento molto discusso, su cui si sono espressi negativamente sindaci di grandi città come Amburgo, in cui pure la questione della casa sta diventando macroscopica, e non sarà certo risolta dal modesto programma di edilizia popolare pubblica presente tra le proposte del governo. In realtà, però, l’impressione è che la stretta sul lavoro sia da leggersi anche come una strizzata d’occhio alla Confindustria tedesca per controbilanciare l’aumento del carico fiscale sui padroni.
Il pacchetto di riforme è stato valutato positivamente all’interno della Spd, anche se con il rammarico che “si poteva fare di più”; nella Cdu molte voci si sono espresse in favore, in particolare quelle provenienti dal sindacato. Critico, invece, il nuovo presidente della Linke, Luigi Pantisano, che ha dichiarato: “I pochi euro di risparmio fiscale che sono stati annunciati non compensano affatto l’aumento del costo della vita o la crescente incertezza pensionistica”. E ha definito “oltraggiosa” l’introduzione di un congedo per malattia vincolante dal primo giorno. Caustica la reazione del sindacato dei metalmeccanici Ig Metall, il cui portavoce ha parlato di “un pacchetto di caramelle” per i lavoratori, a fronte di un’estensione del precariato e della facilitazione dei licenziamenti. Gli istituti economici tedeschi hanno sottolineato come il più grande punto debole del pacchetto di riforme risieda nel fatto che mancano misure per consolidare la spesa pubblica, sottolineando che sarà difficile mantenere gli sgravi fiscali a medio termine, se la crescita della spesa pubblica non viene contenuta e se non cresce il Pil.
L’attivismo fiscale del governo rosso-bruno ha chiare motivazioni politiche: i sondaggi delle intenzioni di voto danno ormai Alternative für Deutschland come primo partito, quasi al 30%. Anche peggio nei Länder dell’Est, in alcuni dei quali, tra l’altro, si vota già il prossimo autunno, con il rischio che l’ultradestra faccia il pieno di voti in Sassonia-Anhalt e in Pomerania-Mecklenburgo, e si prenda la maggioranza assoluta dei seggi senza nemmeno bisogno del supporto sorprendentemente offerto da Sahra Wagenknecht e dal suo partito, che è stato respinto al mittente. La mossa fiscale del governo, dunque, mira a una riconquista di fiducia e di favore da parte di elettori sempre più scontenti e in fuga disordinata verso destra.
Seicento euro in un anno non sono molti, ma l’opinione pubblica tedesca ha sete di segnali che la rassicurino. Battere sul lavoro temporaneo e sul supposto assenteismo ha anche il senso di esorcizzare la deindustrializzazione, che procede a spron battuto: dopo due anni di recessione, l’economia tedesca si assesta quest’anno su un misero +0,5, nonostante la riconversione bellica e gli investimenti miliardari in infrastrutture. Le aziende tagliano posti in Germania, e spostano investimenti e produzione all’estero, dall’India all’estremo oriente (Cina in testa), fino agli Stati Uniti, seguendo la logica del local for local, vale a dire del “produrre dove si vende”. Le aziende tedesche pensano sempre meno a investire in patria: in alcuni casi, hanno persino l’idea di smantellare, come mostra un’indagine condotta dalla società di consulenza Horvath su mille aziende in collaborazione con il quotidiano “Handelsblatt”, l’equivalente tedesco del nostro “Sole 24 ore”. Secondo il report, la tendenza alla delocalizzazione non accenna ad arrestarsi, e, nei prossimi quattro anni, le imprese tedesche sposteranno in misura crescente le proprie attività verso le regioni del mondo in espansione, in particolare dove i costi della manodopera e le protezioni sindacali sono ridotte, lasciando il mercato interno in una posizione sempre più marginale. Il titolo scelto dagli analisti per il sondaggio “Grow without Growing” (“Crescere senza crescita”) sintetizza con precisione la contraddizione strutturale che attraversa la Germania industriale: crescita del fatturato senza crescita occupazionale, espansione economica senza radicamento locale.
A fronte di una simile situazione, e con il persistere di questo trend, la mini-patrimoniale introdotta dal governo rosso-nero pare un tentativo di riconquistare favore elettorale tra i ceti medio-bassi, in attesa di tempi meno calamitosi. Certo, se si volge lo sguardo al passato, la Grosse Koalition attuale appare ben lontana dalla potenza che ebbe in altre epoche, ridotta com’è a una sorta di modesto fortino, in cui i litigiosi difensori sono ormai circondati da ogni parte dagli indiani e devono preoccuparsi della loro sopravvivenza. Nelle zone in cui la deindustrializzazione ha proceduto più massicciamente, i consensi per i partiti ai margini dello spettro politico continuano ad aumentare, con AfD ormai stabilmente al primo posto, e la Linke, a sinistra, fortissima soprattutto fra i giovani. Nel Paese cresce la polarizzazione, e aumenta la pressione delle forze più radicali sugli storici partiti di centro. Il relativo “estremismo” degli ultimi provvedimenti di Merz va letto e compreso all’interno di questo quadro drammatico.







