Nello studio dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (upB), pubblicato all’inizio di luglio, sulla “Dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” troviamo le conferme di tendenze in atto da anni, ma anche informazioni nuove che comprovano l’urgenza di un intervento complessivo su un sistema che ha tradito la promessa politica. Lo slogan della destra del “meno tasse per tutti” è diventato “meno tasse per pochi”, mentre la questione delle entrate fiscali diventa centrale soprattutto alla luce dell’obiettivo del 5% del Pil da destinare al riarmo.
Salari fuori classifica
L’Italia delle retribuzioni è come l’Italia dei mondiali. Fuori dalle classifiche. Si potrebbe dire che sugli aumenti salariali l’Italia non è pervenuta. Secondo la nota dell’upB, il Paese ha registrato “una dinamica delle retribuzioni particolarmente debole nel confronto internazionale”. Tra il 1990 e il 2024, le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno sono diminuite dell’1,6%, mentre negli altri principali Paesi avanzati crescevano significativamente. I dati ufficiali confermano il declino delle retribuzioni lorde reali nel settore privato: tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media si è ridotta del 6,6%. La contrazione ha interessato soprattutto la parte bassa della distribuzione, dove il decimo percentile registra una diminuzione del 40,8%, mentre il novantesimo percentile evidenzia un incremento del 3,3%. Dopo il 2021, l’accelerazione dell’inflazione ha determinato un ulteriore calo del potere di acquisto, mentre si evidenzia una crescente segmentazione del mercato del lavoro lungo tre dimensioni: settore di attività, tipologia contrattuale e qualifica professionale. Alla modesta dinamica salariale si è affiancata la crescita del lavoro a tempo parziale che “ha contribuito alla riduzione delle retribuzioni annuali e all’aumento della loro dispersione”.
Il part time genera lavoro povero
Nello studio viene preso in considerazione un periodo lungo, cosicché i confronti rendono con chiarezza la grande trasformazione in corso. Nel 1990, il lavoro a tempo parziale rappresentava appena il 4,4% del campione analizzato, ma già nel 2018 la quota aveva raggiunto il 31,5%. Parallelamente, l’occupazione a tempo pieno per l’intero anno solare si è ridotta dal 60% dei lavoratori del 1990 al 45% attuale. Questa trasformazione produce effetti “meccanici” sulla dinamica retributiva media. Poiché i lavoratori con contratti a tempo parziale percepiscono retribuzioni annue inferiori rispetto ai lavoratori a tempo pieno, la crescita della loro quota nella forza lavoro “esercita una pressione a ribasso sulla media complessiva, anche qualora le retribuzioni individuali all’interno di ciascun gruppo rimanessero stabili o addirittura crescessero”. Un aspetto cruciale di questa trasformazione, ancora in atto, riguarda la natura del lavoro a tempo parziale. Tutte le evidenze disponibili – spiegano i tecnici dell’upB – indicano che si tratta, in misura crescente, di una scelta “non volontaria”, mentre le ragioni di questa involontarietà appaiono differenziate per genere: per le donne prevalgono i vincoli legati alle responsabilità di cura familiare, mentre per gli uomini emergono con maggiore evidenza fattori legati alla domanda di lavoro, quali la difficoltà di reperire impieghi a tempo pieno. In entrambi i casi, il part time si configura sempre più come un esito subìto piuttosto che come una scelta liberamente esercitata, con implicazioni significative in termini di benessere individuale e di adeguatezza reddituale. Secondo i dati Eurostat, almeno nella metà dei casi il part time è involontario. L’involontarietà è quasi raddoppiata nel periodo 2003-2020, passando dal 33,3% al 66,1%. La crescita del lavoro a tempo parziale rappresenta, dunque, uno dei fenomeni strutturali più rilevanti per comprendere l’evoluzione del mercato del lavoro italiano negli ultimi tre decenni. E questo spiega anche la falsità propagandistica del mercato del lavoro più forte “dai tempi di Garibaldi”, secondo la famosa espressione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Questo aumento del lavoro povero e precario accresce, invece, le diseguaglianze e crea tensioni interne alle stesse classi lavoratrici. Per l’ufficio parlamentare di Bilancio, l’evidenza empirica testimonia che i fattori di segmentazione si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente. Un operaio a tempo parziale, nel settore dei servizi, ha sperimentato una dinamica salariale significativamente peggiore rispetto a un impiegato a tempo pieno nell’industria. “Questa crescente frammentazione del mercato del lavoro ha contribuito in modo determinante all’aumento della diseguaglianza complessiva, che si manifesta chiaramente utilizzando gli indicatori sintetici della dispersione reddituale”. Analizzando le dinamiche descritte dall’indice di Gini (il più usato indicatore della diseguaglianza), si scopre che la stagnazione salariale italiana non è stata uniforme, ma si è accompagnata a un significativo aumento della diseguaglianza.
Un ammortizzatore sociale chiamato fisco
In questo contesto, le riforme dell’Irpef hanno progressivamente rafforzato il sostegno ai redditi da lavoro dipendente di importo contenuto, accrescendo la funzione redistributiva dell’imposta su questo insieme di contribuenti. Nello studio sul rapporto tra Irpef e retribuzioni, vengono analizzate e scomposte le varie fasi di intervento delle politiche fiscali (1990-1998, 2013-2014, 2014-2016, 2016-2018, 2020-2022) volte a mitigare gli effetti pesantemente negativi della stagnazione dei salari e dell’aumento delle fratture tra gruppi sociali. I tecnici dell’ufB indicano, in particolare nel 2014, un anno di svolta nelle politiche di intervento fiscale, con l’introduzione (governo Renzi) del “bonus fiscale”. Le riforme che, dalla fine degli anni Novanta sono arrivate fino a oggi, hanno avuto caratteri diversi ed effetti diversi, ma sono state mosse dalla stessa necessità di intervenire su un mercato del lavoro che si stava disgregando, indebolendo l’intera struttura economica e mettendo a rischio la tenuta della società. Un’ennesima dimostrazione della falsità del luogo comune che descrive uno Stato in ritirata, a favore di un mercato che risolverebbe tutto. I massicci interventi di sostegno obbligato alle fasce più povere della forza lavoro, messi in campo da governi con segni politici molto diversi tra loro per evitare il disastro sociale, dimostrano che le teorie sostenute da studiosi come Massimo Florio (Il capitale contro lo Stato: vedi qui), Mariana Mazzucato (Lo Stato imprenditore) e Maurizio Franzini (autore con Michele Raitano di un recente libro sui luoghi comuni circa la diseguaglianza: vedi qui) hanno il loro riscontro nelle dinamiche reali del lavoro.
Solidarietà interna tra lavoratori
Uno degli elementi più interessanti, che emerge dalla nota dell’ufficio parlamentare, riguarda poi le modalità con cui si sono sostenute le riforme. Come sappiamo (e lo stiamo vedendo con chiarezza in questi giorni, con le polemiche sulle risorse per il riarmo), nella gestione della finanza pubblica c’è sempre uno spostamento delle poste da una parte all’altra. Con le varie riforme fiscali, l’indice di redistribuzione è passato da 0,028 a 0,065, “indicando un sostanziale raddoppio della capacità redistributiva dell’Irpef nel periodo 1990-2026”. Se non ci fossero state queste riforme, le diseguaglianze sarebbe aumentate in modo molto più pesante. E visto che le dinamiche dei redditi netti appaiono più omogenee, rispetto a quelle dei redditi lordi, si conferma il fatto che “le riforme dell’Irpef hanno svolto una funzione di ammortizzatore della diseguaglianza di mercato”. Ma dove sono state prese le risorse necessarie? Si è andato a cercare fuori dal recinto delle classi lavoratrici, magari nel largo e ricco settore delle rendite? Evidentemente no, e oggi la nota dell’ufB ci spiega che si è operata “una redistribuzione del prelievo sistematica dalle categorie più favorite verso quelle più penalizzate in termini di retribuzioni lorde”. In sostanza, i lavoratori a tempo parziale, gli operai e coloro che sono impiegati nel settore dei servizi, che hanno subìto le dinamiche salariali più sfavorevoli, hanno beneficiato in misura maggiore delle riforme fiscali, in particolare dell’ampliamento delle detrazioni per lavoro dipendente e dell’introduzione del bonus Irpef. Viceversa, i lavoratori con redditi più elevati, pur mantenendo dinamiche nette positive e superiori alla media, hanno visto crescere il proprio carico fiscale relativo, contribuendo, in tal modo, al finanziamento della redistribuzione. In ogni caso “gli interventi sull’Irpef hanno attenuato ma non eliminato le diseguaglianze generate dal mercato del lavoro, suggerendo che la redistribuzione ex post, attraverso la leva fiscale, per quanto rilevante, non può sostituire interventi strutturali volti a contrastare la stagnazione salariale e la precarizzazione”.
Si tratta di un punto su cui battono da tempo economisti e politici di area progressista. La deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra, grande esperta di fisco e con un curriculum importante nel settore delle politiche economiche, sostiene, per esempio, che uno dei messaggi più importanti di questa nota dell’ufB riguarda proprio la debolezza strutturale del mercato del lavoro e degli effetti della contrattazione sulle dinamiche retributive. Un altro elemento che emerge riguarda la conferma della limitatezza e insufficienza di un intervento ex post. Per combattere le diseguaglianze – sostengono Franzini e Reitano – bisogna cominciare a intervenire con politiche predistributive, ovvero agire sulle cause delle diseguaglianze laddove si formano.
Lo spettro del fiscal drag
Nella nota dell’ufB si spiega che uno dei fenomeni determinanti, nelle dinamiche fiscali e redistributive, riguarda il drenaggio fiscale, meglio noto con il temine di fiscal drag, che si traduce in un aumento nascosto delle tasse, che avviene quando i prezzi salgono per via dell’inflazione, i salari nominali crescono per compensarli, e gli scaglioni delle tasse restano fermi, facendo finire i lavoratori in scaglioni più alti, senza che il loro potere di acquisto sia davvero aumentato. Il fiscal drag, dunque – si legge nella nota –, comporta un aumento dell’aliquota media effettiva sul reddito espresso in termini reali, senza che sia intervenuta alcuna riforma legislativa. L’aggravio di imposta in termini reali è tanto maggiore, in rapporto al reddito ante-imposta, quanto più ripida è la curva dell’aliquota effettiva nel punto corrispondente alla posizione del contribuente nella distribuzione del reddito. “Ciò significa che l’impatto del drenaggio fiscale risulta più significativo in corrispondenza dei livelli di reddito medio-bassi, mentre per i redditi più elevati la sua influenza è più limitata e tende ad azzerarsi all’aumentare del reddito”. Un’altra prova dell’ingiustizia insita nel sistema per come è concepito oggi. Con una mano si dà, con l’altra si toglie. I redditi medio bassi sono stati sostenuti con i vari bonus, ma vengono poi bastonati con il fiscal drag.
“Da un minimo di circa 1,9 mila euro a un massimo di oltre 3,6 mila euro: è questo il drenaggio cumulato subìto nel triennio 2023-2025 dai salari compresi tra 28 e 50mila euro lordi”. È quanto sostiene una simulazione elaborata dall’Ufficio Economia della Cgil nazionale, che evidenzia, inoltre, come i benefici che la manovra di bilancio 2026 garantirà a queste fasce di reddito, attraverso la riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33%, oscillino tra zero e 440 euro l’anno. Per esempio, un reddito di 30mila euro lordi annui ha subìto, nel triennio 2023-2025, un drenaggio fiscale di 2.807 euro, e riceverà dalla riduzione della seconda aliquota Irpef un beneficio di appena 40 euro all’anno. Nel caso di 35mila euro lordi annui, a fronte di un drenaggio di 3.340 euro ci saranno benefici per solo 140 euro l’anno. Infine, per un reddito di 40mila euro lordi annui, il drenaggio ammonta a 3.639 euro, contro un beneficio di soltanto 240 euro all’anno. Quindi, senza neutralizzare il fiscal drag indicizzando l’Irpef all’inflazione, il governo non aiuta la cosiddetta classe media, ma ne favorisce, anzi ne determina, l’impoverimento.
“Il ministro Giorgetti – commenta il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari – ha tenuto a sottolineare che con 40mila euro lordi all’anno non si è ricchi. Lo sappiamo benissimo. Ma non basta dirlo, occorre assumere decisioni conseguenti, cosa che l’esecutivo si guarda bene dal fare. Anzi, la sua politica fiscale va nella direzione opposta rispetto alla volontà sbandierata di voler sostenere i redditi medi”.
Flat tax, la tassa piatta del privilegio
La riduzione delle tasse torna al centro dell’attenzione del governo di destra, con un set articolato di proposte che sembra anticipare la discussione che prenderà il via in settembre, ai fini della messa a punto della legge di Bilancio 2027. Le ultime novità arrivano da un’intervista rilasciata dal vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Al centro della “lista” dei buoni propositi in campo c’è l’ipotesi di una tassazione più favorevole per le partite Iva, con un meccanismo premiale basato sulla crescita del reddito. Torna quindi alla mente la flat tax incrementale, introdotta per una sola annualità nel corso del 2023, e che ha consentito di applicare un’imposta ridotta sugli aumenti di reddito. Si tassa di meno chi più produce di più.
Si tratta, in realtà, della continuazione di una politica voluta negli anni passati, soprattutto dalla Lega (che ha avuto come alleati e compagni di strada anche i 5 Stelle). “L’intervento più discutibile negli ultimi anni – aveva scritto l’ex ministro delle Finanze, Vicenzo Visco, in un suo libro del 2023, La guerra delle tasse – è sicuramente quello varato dal governo Conte 1 nel 2018: un regime forfettario molto favorevole, che permette alle partite Iva di pagare un’aliquota fissa del 15% per chi ha un giro d’affari fino a 65mila euro e pari al 5% per i primi anni di attività. Il tutto sostituendo con il forfait in un colpo solo Iva, Irpef, Irap e anche le addizionali comunali e regionali senza fare differenze tra chi ha redditi netti molto diversi”.
“Eppure anche il confronto fra la tassazione riservata a lavoro dipendente e autonomo ha subìto profonde modificazioni – sostiene Maria Cecilia Guerra –, perché, se è vero che a livelli di reddito medi o medio-alti il lavoro autonomo è estremamente favorito – un lavoratore con 60mila euro di reddito paga esattamente la metà di un lavoratore dipendente con lo stesso reddito, 15%, contro 30%, e non versa neppure le addizionali regionali e comunali all’Irpef –, un giovane con basso reddito a partita Iva paga, fino ai 20-25mila euro, più di un lavoratore dipendente dello stesso reddito. Questo il risultato di un sistema fiscale ormai privo di ogni razionalità”.
L’evasione fiscale
Si tratta, come sappiamo, del problema più grave del sistema. Oscilla, da anni, tra i sette e gli otto punti di Pil, poco meno del 20% del gettito fiscale e del 30% del gettito tributario. Tutti concordano a parole sulla sua gravità, ma poi le scelte politiche non sono sempre conseguenti. Negli anni, per merito soprattutto delle forze di sinistra, la battaglia si è intensificata, e ha dato i suoi primi frutti, anche se c’è tantissimo da fare e le politiche recenti del governo di destra sembrano riportarci indietro. In ogni caso, anche nella Relazione 2025 sull’evasione fiscale e contributiva si conferma il calo dell’evasione dopo il 2017, già evidenziato negli anni passati, sebbene in misura più contenuta di quanto stimato in precedenza. Tra il 2018 e il 2022, l’evasione di imposte e contributi, al netto dell’inflazione, è scesa da 105,8 a 92,6 miliardi (-14,5%), e, in percentuale a quanto dovuto, dal 19,6% al 17%. Le riduzioni più marcate riguardano Iva e Irap, mentre l’Irpef dei lavoratori autonomi si conferma l’imposta con la propensione all’evasione più elevata (circa il 60%), senza segni di sostanziale riduzione. In un’ottica di più lungo periodo, la fase di riduzione dell’evasione, iniziata nel 2018, contrasta con il periodo di sostanziale assenza di progresso tra il 2008 e il 2017. In precedenza, un forte calo dell’evasione si era osservato anche tra il 2004 e il 2007.
Tassare i milionari?
Secondo il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari, di cui abbiamo riportato sopra i giudizi sulla manovra, il governo Meloni fa finta di proteggere i ceti medi e i lavoratori, ma in realtà pensa a gratificare altri strati della popolazione. “Coloro che vengono protetti, senza se e senza ma, sono i milionari e i miliardari – dice Ferrari –, come dimostra il no alla nostra proposta di istituire un contributo di solidarietà pari all’1,3% per i 500mila contribuenti più ricchi. Frutterebbe 26 miliardi di euro. Si è gridato allo scandalo. Molto meglio, per la maggioranza, sottrarre surrettiziamente 25 miliardi di euro a chi vive di salario e di pensione. E utilizzare quelle risorse non per finanziare la spesa sociale, come pure avevamo chiesto, ma per uscire prima del previsto dalla procedura di infrazione, in modo da attivare, già l’anno prossimo, la Clausola di salvaguardia per scomputare dal Patto di stabilità la spesa per il riarmo (+23 miliardi nel triennio 2026-2028)”.
La proposta di un intervento sui patrimoni dei ricchissimi viene ripresa nell’ultimo libro del giornalista Riccardo Staglianò, Tassare i milionari. Commentando il libro il portavoce della campagna “Sbilanciamoci”, Giulio Marcon, scrive: “In Italia giustamente parliamo molto della povertà (i poveri sono in aumento) e l’Istat produce annualmente i suoi importanti rapporti sulla povertà assoluta e relativa: sappiamo quasi tutto. Ma sui guasti dell’abnorme concentrazione di ricchezza, il dibattito politico e parlamentare è quasi assente e sulla ricchezza dei super-ricchi non sappiamo quasi nulla: solo stime degli istituti di ricerca e un po’ di folclore sui giornali. Con l’eccezione di Staglianò e pochi altri come Oxfam, che studiano nel profondo il fenomeno e sono capaci di spiegarlo con parole semplici e comprensibili.
La proposta principale di Staglianò è quella di una tassa patrimoniale progressiva tra l’1 e il 3% sulle grandi ricchezze dello 0,1% degli italiani (50mila super-ricchi), che porterebbe nelle casse dello Stato 13 miliardi di euro, con cui mettere in sicurezza le scuole, assumere infermieri e dottori e mettere al sicuro i molti comuni esposti ad alluvioni e frane. Poi, naturalmente, ce ne sono tante altre: l’aumento della tassazione (oggi praticamente simbolica) sulle successioni ereditarie, la riduzione delle detassazioni di plusvalenze e dividendi, la revisione radicale dei regimi fiscali di favore (per esempio sull’affitto degli immobili) che generano piccoli grandi privilegi.
Ma qui entriamo nell’area dei tabù della politica, e gli italiani sono costretti a bersi (senza strumenti critici) la propaganda della premier Meloni, secondo cui la destra non farà mai una patrimoniale perché vuole difendere i ceti medi. Così ora scopriamo che anche i “poveri” super-ricchi sono inquadrati nelle folte schiere dei ceti medi. Per quanto ci riguarda, riteniamo invece che proposte come quelle della Cgil – e quelle rilanciate dal libro di Staglianò e da Oxfam, che circolano all’estero da tempo (pensiamo al libro degli economisti francesi, Emmanuel Saez e Gabriel Zucmann, Il trionfo dell’ingiustizia, 2020) – siano quanto meno da spiegare e da discutere nei termini corretti. Fuori dalla propaganda di una destra che relega l’Italia ai gradini più bassi del dibattito economico e politico internazionale.








