Le previsioni meteorologiche per domenica 20 settembre indicano cielo sereno o poco nuvoloso su Pontida, quando manca una settimana al tradizionale raduno della Lega. Qualche nube in più si addensa sulle vicende interne del partito guidato da Matteo Salvini. La tregua armata sottoscritta dai protagonisti dello scontro interno potrà servire, forse, a evitare tensioni o contestazioni troppo vistose sul pratone caro al fondatore Umberto Bossi da quest’anno assente anche come osservatore (critico) a distanza, essendo scomparso nello scorso mese di marzo, ma, c’è da scommetterci, presente in immagini e rivendicazioni identitarie che a Pontida fioccheranno. Ne ha dato un’anticipazione lo stesso Salvini, rivendicando nei giorni scorsi il possesso di “cinque camicie verdi” come certificato di autenticità della sua antica militanza, ma sferzando i critici del “partito nazionale”, nostalgici del nordismo delle origini, incapaci di comprendere la distanza fra il 1990 e il 2026, quando occorre “essere forti a Bruxelles”.
La crisi cova da mesi (“terzogiornale” ne ha ripercorso alcuni aspetti qui), e certamente non è sufficiente ad archiviarla il compromesso raggiunto nel recente summit romano del segretario leghista con i “governatori” nordisti. La formula uscita dal vertice è quella della “condivisione”: gli alti papaveri delle regioni di insediamento tradizionale della Lega dovranno avere più spazio nella definizione delle priorità e del programma, mentre nei prossimi giorni dovrebbe essere elaborato un manifesto programmatico comune. Il segretario, però, ha ribadito il punto decisivo: maggiore collegialità sì, passo di lato no, il congresso risale a un anno fa, il segretario non si tocca, lo statuto del partito nemmeno, niente modello tedesco con tre leghe: Nord, Centro e Sud (la Lega è già formalmente suddivisa in organismi regionali e Salvini è il segretario “federale”) e nessun “commissariamento” per il leader.
A Pontida, a fare da sponda a Salvini, ci sarà probabilmente il ministro Roberto Calderoli, instancabile tessitore del progetto dell’autonomia regionale differenziata, che continua, a dispetto della mezza bocciatura decretata a suo tempo dalla Corte costituzionale, a fare passi avanti fra Roma e le regioni settentrionali a traino leghista; proprio i passi avanti su questa strada (vedi qui un riassunto relativamente recente) saranno una delle bandiere “nordiste” che la Lega nazionale potrà sventolare alla faccia dei critici antisalviniani. Lo stesso Calderoli ha spiegato in una recente intervista alla “Stampa” la continuità fra il progetto bossiano e il suo lavoro: “Senza la Lega della secessione, oggi non avremmo l’autonomia differenziata che, con fatica, stiamo portando a casa”. Ma sono cose note, che i leghisti “puristi” probabilmente considerano acquisite, insufficienti comunque a placare l’insoddisfazione nordista e soprattutto i timori in vista delle elezioni politiche e delle future consultazioni regionali, dove proprio la Lombardia appare la postazione più difficile da difendere dal prevedibile assalto di Fratelli d’Italia, che ambisce a eleggere un presidente meloniano dopo avere rinunciato a insidiare il primato leghista in Veneto.
In questo quadro, il compromesso al vertice appare, in effetti, più un incontro di debolezze che un patto politico vero e proprio. Salvini è azzoppato dall’uscita di Roberto Vannacci, che lui aveva imposto prima come eurodeputato e poi come vicesegretario, e che ora, con il suo Futuro nazionale, è accreditato di numeri in continua crescita nei sondaggi politico-elettorali. Ma i suoi avversari sembrano un po’ come i Brics, i Paesi delle “economie emergenti” impegnati a promuovere un mondo multipolare alternativo a quello occidentale a guida Usa, ognuno, però, con una sua agenda geopolitica indipendente (e a volte in conflitto aperto con quella dei partner) che impedisce di trasformare la cooperazione in un’alleanza o in un trattato stabile. Così, se Attilio Fontana – presidente della Lombardia reso celebre, a suo tempo, dalla gag della mascherina anti-Covid indossata con qualche difficoltà – quest’estate si è esposto fino a non escludere la defenestrazione di Salvini (“nessuna soluzione va esclusa a priori”), i presidenti del Friuli Venezia Giulia e della provincia autonoma di Trento, Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti hanno tenuto una postura più prudente; mentre Luca Zaia, invitato d’eccezione al vertice, dato che ormai è un ex “governatore”, continua a rivendicare per sé un ruolo di custode della coesione interna: “La Lega è una”, ha sottolineato in una recente intervista. Di fatto, però, le sue ambizioni da leader nazionale sono rimaste in freezer per così tanti anni che perfino lui, probabilmente, si rende conto di non avere il carisma per sostenere nell’immediato uno scontro aperto. Il “doge” ha continuato a costruire il suo profilo politico autonomo, per esempio promuovendo la legge regionale del Veneto sul fine vita, non certo in sintonia con la Lega salviniana più nettamente collocata a destra. Ma il discorso sulla leadership, per quanto lo riguarda, potrebbe aprirsi più agevolmente dopo lo spoglio delle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Prudentemente, per quest’anno Salvini ha deciso di evitare, a Pontida, la sfilata degli alleati europei di destra-destra come Marine Le Pen, acclamata nel 2023. Del resto, a esultare per la vittoria di AfD alle elezioni in Sassonia-Anhalt, Salvini è rimasto solo o quasi. Tra i suoi avversari interni, che qualche commentatore chiama i “leghisti democristiani”, la critica più forte è proprio quella alla “vannaccizzazione” (fallita) del partito. Il conflitto interno è destinato inevitabilmente a riaprirsi a breve: gli sparuti “peones” leghisti che circolavano per i corridoi del Senato nei primi giorni di settembre giuravano di non essere al corrente delle presunte intenzioni del leader di sostituire d’imperio il loro capogruppo, Massimiliano Romeo, che è anche segretario della Lega lombarda, ed è fra i più esposti dell’ala critica nel rivendicare il “cambiamento” e una gestione più “nordista” del partito. Se, dopo Pontida, Salvini desse corso ai minacciosi propositi intenzionalmente lasciati filtrare all’esterno e proponesse davvero, al posto di Romeo, l’economista Claudio Borghi alla guida del gruppo di palazzo Madama, sarebbe il segnale che la maggiore collegialità promessa rimane sulla carta e che anche sulla composizione delle liste della Lega alle politiche non intenda fare prigionieri. A quel punto, facile prevederlo, il clima tornerebbe incandescente.







