Un’estate di schifo. Quando ci ricorderemo di questa del 2026, sarà prima di tutto per lo stallo delle due guerre (vedi qui). Nessuna prospettiva di uscirne, anzi, per quanto riguarda il conflitto in Medio Oriente, perfino un suo allargamento, con gli Huthi (vedi qui) che, da ultimo, si sono impadroniti di Bab-el-Mandeb, dando ulteriore filo da torcere all’Arabia saudita (che d’altronde non smetteremo mai di deprecare, per via della monarchia wahabita e del suo storico quanto opportunistico legame con l’Occidente), e pesando vieppiù sugli insostenibili costi della dipendenza mondiale dagli idrocarburi. Disturba poi che, nella perdurante situazione tra l’Ucraina e la Russia, non si intraveda un’opposizione significativa alla guerra. Qualcosa si è mosso in Russia, dove un partito anti-guerra è stato prontamente messo a tacere, impedendogli di presentarsi alle elezioni. Ma in Ucraina? Se in una dittatura criminale come quella di Putin è difficile mettere su qualsiasi movimento di opposizione, perché in Ucraina, che sarebbe un Paese “democratico”, non viene fuori nulla? Dopo quattro anni e mezzo di morte e distruzione, ci aspetteremmo non diciamo il diffondersi di uno slogan come “guerra alla guerra”, alla base delle fortune di Lenin, ma almeno una posizione alla Filippo Turati o alla Jean Jaurès che sottolineavano con forza l’insensatezza di ogni guerra, in cui a guadagnarci sono soltanto ristretti gruppi di affaristi. Proprio l’assenza di un’opposizione organizzata in Ucraina ci persuade che, ammesso che quel Paese stesse in passato procedendo verso forme di democratizzazione, il nazionalismo bellicista oggi lo divora, come dimostra, del resto, la recente riabilitazione dei suoi più feroci gruppi di collaborazionisti filonazisti, antisemiti e antipolacchi, nella Seconda guerra mondiale.
Un’estate di schifo, si diceva, di cui il super-caldo è stato il basso continuo. Altro che “ondate di calore”! Si deve parlare piuttosto di piccole parentesi relativamente meno roventi dentro un unico inferno, con mega-incendi di foreste e cancellazione di interi villaggi, segnatamente in Francia e in Spagna. Il presidente francese, colpevole di completa inazione, ha perfino cercato di avvalorare la tesi, in giugno, che potesse trattarsi di eventi eccezionali, facendosi fotografare, qualche settimana dopo, a cavallo su una moto d’acqua mentre se la spassava nel mare della Costa azzurra. E questo con i suoi eredi politici – tali Attal e Philippe – che intanto si dilaniano irresponsabilmente tra loro su chi debba candidarsi nel 2027 alla presidenza, come se non esistesse un pericolo Marine Le Pen (su cui ritorneremo).
Ecco il terzo aspetto dell’estate di schifo: l’aggressività dell’estrema destra, dalla Gran Bretagna alla Germania, dove in Sassonia-Anhalt l’Afd sfiora la maggioranza assoluta dei seggi con quasi il 44% dei voti (vedi qui). L’ondata nera è dunque inarrestabile? Per fortuna – unico dato positivo di questa stagione infernale – una controtendenza si è fatta avanti nelle elezioni svedesi di domenica 13 settembre: qui il sedicente partito dei Democratici, con radici neonaziste, è arretrato di tre punti in percentuale; i socialdemocratici si sono confermati primo partito di gran lunga avanti ai moderati (cioè ai conservatori) che sono al governo con l’appoggio esterno dell’estrema destra. Non è ancora chiaro come finirà, mentre si aspetta di conoscere il risultato del voto all’estero. Soprattutto non è affatto sicuro che la leader socialdemocratica, Magdalena Andersson (che però – bisogna dirlo – ha fatto sue parecchie delle posizioni anti-migranti della collega danese, Mette Frederiksen, interlocutrice di Meloni in Europa), riesca a formare un governo con una variopinta maggioranza che andrebbe dalla sinistra e dai verdi fino ai centristi; e tuttavia la Svezia dimostra che l’ondata nera si può fermare, non è affatto ineluttabile che i Paesi europei si consegnino a questi continuatori, sotto diverse spoglie, dei fascismi del Novecento.
Sono trascorsi ormai cento anni dalla prima ondata nera, quella tra le due guerre. Ciò che molti sembrano avere dimenticato è che, anche allora – con un militarismo ancora presente, come se non fosse bastata la lezione del 1914-18 –, i fascismi mostravano spesso e volentieri un volto pacifista. In Francia, in modo particolare, i gruppi di estrema destra ammonivano a “non morire per Danzica”, con riferimento alla città, oggi polacca, rivendicata dalla Germania hitleriana, oppure a lasciare mano libera a Mussolini in Etiopia. E se, ai tempi nostri, gli stessi che avrebbero potuto schierarsi con Mussolini e Hitler, si presentano con sembianze pacifiste nella politica internazionale, chiedendo di sospendere gli aiuti all’Ucraina e proclamando che la vera minaccia sono i migranti, beh, bisogna smascherare questo gioco. Non si tratta certo di spingere ancor più l’Unione europea nella direzione guerrafondaia che sembra avere imboccato, ma nemmeno di cessare di sostenere un Paese aggredito. Molto semplicemente, si tratterebbe di agire con la forza della diplomazia, puntando su una pace sia pure “ingiusta” (nel senso che al Paese aggredito toccherà di perdere dei territori), che però, se non altro, come sulla linea di confine tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, congeli la situazione per un pezzo.








