“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è pessima”. Ci perdoni Mao se prendiamo in prestito la sua celebre frase adattandola alla situazione che sta vivendo l’opposizione in Italia, quella meglio conosciuta come “campo largo”, a circa un anno dal voto. Alla recentissima Festa dell’Unità di Reggio Emilia abbiamo avuto la conferma che i due principali nodi da sciogliere, pena regalare la vittoria alla destra, sono appunto tutt’altro che sciolti. È da quando si conobbero i risultati del referendum sulla giustizia (il 22-23 marzo scorsi), che non si parla se non di primarie, sciagurato strumento che ha sempre creato più problemi di quanti ne abbia risolti, ben lungi dal rappresentare un’istanza democratica – o quanto meno, ammesso che la rappresenti, lo fa solo in modo pasticciato. Come corredo, ascoltiamo puntualmente i due mantra, “prima le primarie” o “prima il programma”, senza che si arrivi a una qualche conclusione.
Cinque minuti dopo l’arrivo dei risultati della citata consultazione referendaria, Giuseppe Conte dichiarò che le primarie erano da fare il prima possibile, ignorando che alla stragrande maggioranza di quelli e quelle che avevano detto “no” alla riforma della giustizia, dopo un successo che ridava una speranza alle forze progressiste, il tema non interessava affatto. La smania dell’ex premier deriva dalla consapevolezza di un possibile successo personale, vista la popolarità anche nel suo stesso partito, a differenza di Elly Schlein, che, con i leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, ha sempre ritenuto prioritario redigere un programma unitario che eviterebbe un vero e proprio scontro fratricida propedeutico a una probabile sconfitta dell’alleanza.
Al riguardo, uno dei temi più delicati è quello della politica estera, dunque il conflitto russo-ucraino e la questione israelo-palestinese. Sulla guerra tra Kiev e Mosca, le differenze sono visibili, con il sì del Nazareno agli aiuti all’Ucraina, senza neanche prendere in considerazione un’iniziativa diplomatica europea. E anche sul Medio Oriente le cose non sono del tutto pacifiche, vista l’astensione della maggioranza del Pd sul disegno di legge relativo all’antisemitismo, voluto dalla destra e dalla minoranza Pd, scelta che non può non provocare apprensione su un tema che aveva invece visto, fin qui, uniti i tre principali soggetti dello schieramento progressista. Va altresì aggiunto che Schlein sembra avere più a cuore di non urtare la suscettibilità dei soliti “riformisti”, privi di consensi elettorali, che tenere salda l’alleanza decisiva con 5 Stelle e Avs. Proprio su questi temi, qualora alle primarie risultasse vincitore Conte, non vorremmo essere nei panni della segretaria, anche se in realtà i guai non risparmierebbero nessuno.
L’altro problema riguarda la cosiddetta quarta gamba, che in realtà sembra essere composta da molte gambette ancora in stato embrionale. Naturalmente, in questo contesto a farla da padrone è il leader di Italia viva, Matteo Renzi, resuscitato grazie all’onnipresenza televisiva, grazie alla matematica – secondo cui, senza il suo 2,5%, il centrosinistra non vincerebbe –, e alla debolezza della politica del Pd, che non è riuscito a mettere ai margini un uomo sul cui curriculum è inutile spendere ancora parole. Accolto freddamente alla Festa dell’Unità, ci ha tenuto a sottolineare che lui non intende presentarsi alle primarie e che sosterrà, da quello che abbiamo capito, un candidato o candidata da inserire all’interno dell’esecutivo. Rispunta fuori il nome della sindaca di Genova, Silvia Salis, che così eviterebbe le primarie alle quali ha sempre detto di non voler partecipare, oppure il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.
Verosimilmente, nessuno dei due si candiderà con Italia viva, di certo non particolarmente attrattiva, ma tutto è ancora da costruire, e comunque le forze in campo dovranno fare i conti con un altro pezzo di “moderatismo”, sia pure di dimensioni del tutto indecifrabili. Parliamo di microsoggetti, anzitutto “Più uno”, annunciato da tempo, che dovrebbe essere presentato il 10 ottobre prossimo dall’ex direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini – di famiglia cattolica doc, figlio dell’ex ministro Attilio, pronipote del cardinale e arcivescovo di Palermo, e fratello del giornalista Paolo. Questa nascente formazione avrebbe l’ambizione di ricostruire una sorta di Ulivo in miniatura, in un contesto storico però molto diverso da quello di venti o venticinque anni fa, ma che, secondo Ruffini, dovrebbe attrarre coloro che disertano le urne. Di fatto si tratta di un movimento civico, che ha già formato una serie di comitati sparsi in tutta Italia, che, in occasione del voto, dovrebbero trasformarsi in un vero e proprio soggetto politico anche se non esattamente in un partito. Se da un lato si tratta di un progetto nobile, che tenderebbe ad attrarre quella porzione di mondo cattolico che non si sente rappresentata dagli attuali partiti politici, dall’altro, non sappiamo quanto le istanze spesso radicali – espresse soprattutto da papa Francesco e, in parte, da Leone XIV – troveranno cittadinanza in questa formazione, che appare piuttosto come un pezzo della vecchia sinistra democristiana.
Ci sono poi Progetto civico, dell’assessore della giunta comunale romana, Alessandro Onorato (vedi qui), i sopravvissuti del Psi di Enzo Maraio, oltre che Rifondazione comunista di Maurizio Acerbo. Tutte queste liste – le ultime due non proprio nuove – dovranno presentarsi più o meno mimetizzate all’interno del “campo largo”, per evitare di raccogliere le migliaia di firme previste dalla iniqua legge elettorale che la destra sta approvando, la quale penalizza le piccole forze. C’è comunque chi tra i partiti più grandi, come i 5 Stelle, vuole dare una mano per superare questo ostacolo. Almeno qui si registra uno scatto di solidarietà, sia pure all’interno di un disegno politico.










