Si riaccende il conflitto sindacale. E si riparte dalle crisi industriali che, oltre quella dell’ex Ilva di Taranto, si stanno moltiplicando in varie parti del territorio italiano e sui tavoli del ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’immagine idilliaca, costruita dalla presidente del Consiglio, sul lavoro si sgretola di fronte ai fatti. Mentre è corsa contro il tempo per salvare l’ex Ilva di Taranto dalla chiusura definitiva, nelle Marche e in Emilia-Romagna scoppia il caso Electrolux, sebbene la multinazionale svedese dell’elettrodomestico, già nel 2020, avesse realizzato un fatturato di 115,9 miliardi di corone svedesi, pari a 11,3 miliardi di euro e a 13,4 miliardi di dollari, con un utile netto di 5,7 miliardi di corone, pari a 560 milioni di euro e a 660 milioni di dollari.
Ora la multinazionale, nonostante i dati positivi sulla produzione e commercializzazione dei prodotti, ha deciso di ridurre la produzione e la presenza in Italia, annunciando 1.500 licenziamenti, anche se si teme che il taglio dei posti di lavoro potrà essere alla fine ancora più pesante. “Noi esigiamo che l’azienda ritiri il piano e che il governo mantenga le promesse che ha fatto”. Lo ha dichiarato, ieri 15 settembre, durante la giornata di sciopero nazionale, la segretaria nazionale della Fiom Cgil, Barbara Tibaldi, secondo cui l’azienda deve ritirare “il piano presentato, mentre il governo deve intervenire per impedire i licenziamenti e il disimpegno in Italia della multinazionale”. “Oggi a Cerreto d’Esi – ha detto Tibaldi – ci sono tutti gli stabilimenti dell’Electrolux. Centinaia, migliaia di lavoratori hanno scelto di scioperare non solo per difendere lo stabilimento più piccolo del gruppo, che l’azienda vuole chiudere, ma perché la chiusura di Cerreto parla la stessa lingua dei 1.500 licenziamenti, delle produzioni che si trasferiscono in Thailandia e in Cina, mentre nel contempo si chiedono più sacrifici ai lavoratori”.
La dirigente Fiom ci spiega, tra l’altro, che mentre Electrolux annuncia i licenziamenti senza giustificarli, in azienda si continuano a fare gli straordinari e sono stati assunti lavoratori a tempo determinato. La contraddizione è evidente, e nasconde l’intenzione della multinazionale di spostare i prodotti all’estero. Come se ne uscirà, dunque, in caso di rifiuto dell’azienda di modificare il piano industriale? Dopo i due giorni di confronto presso il ministero delle Imprese e del Made in Italy della scorsa settimana, l’Electrolux ha confermato nella sostanza il proprio piano industriale, mantenendo la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e un numero di esuberi pari a 1.450 dipendenti in Italia. A questi si aggiungono 135 contratti a termine in scadenza, che non saranno rinnovati, oltre ai 91 contratti già cessati senza rinnovo. Nel frattempo, l’organico a tempo indeterminato è già diminuito, passando da 4.279 a 4.200 persone tra aprile e agosto.
L’azienda pretende, inoltre, di superare gli accordi sindacali sull’organizzazione del lavoro, aumentando le cadenze delle linee di montaggio fino a 140 pezzi all’ora, puntando alla stabilizzazione di un unico turno giornaliero negli stabilimenti. Si tratta di richieste pesanti, che imporrebbero ulteriori sacrifici. Visto il risultato del confronto diretto tra sindacati metalmeccanici e azienda, è evidente che ora lo sblocco della situazione potrebbe essere dato solo da un intervento politico del governo Meloni che, pur avendo cambiato il nome del ministero dell’industria, non riesce a difendere le produzioni nazionali. “Chiediamo l’intervento del governo – ribadisce Tibaldi – ma è chiaro che dovrà essere l’esecutivo a decidere. Se l’incarico sarà confermato al ministro Urso, ci confronteremo con lui. Ci hanno assicurato che la convocazione dovrebbe arrivare entro la fine del mese”.
Intanto, è scattata la solidarietà sindacale e degli amministratori: “Stiamo vivendo questo dramma da quattro o cinque mesi e tutti i tavoli al ministero, tecnici e politici, ci hanno sostanzialmente riportato al punto di partenza”, ha dichiarato il sindaco di Cerreto d’Esi, David Grillini, durante la manifestazione di ieri. “Perdere un’azienda come questa – ha aggiunto – sarebbe un grosso problema per tutto il tessuto sociale dell’entroterra. Qui lavorano 170 persone, e per molti sarebbe difficilissimo ricollocarsi”.
Parole di solidarietà e di pesante critica verso il comportamento della multinazionale anche da Nicola Fratoianni (Avs): “Il nostro sostegno più convinto a questa lotta che dura da mesi”. Ieri, Fratoianni era a Cerreto d’Esi: “Siamo qui a questa manifestazione dei lavoratori dell’Electrolux perché è importante essere in tutte le faglie di crisi del nostro sistema industriale. E a testimoniare il nostro sostegno più convinto a questa lotta che dura da mesi”. Fratoianni, in particolare, ha criticato le logiche finanziarie che guidano la scelta della multinazionale: “Il sistema industriale del nostro Paese si avvia verso la desertificazione, ma è una desertificazione non dettata dal mercato, in questo caso Electrolux non è in crisi, ma dettata da dinamiche speculative. Siamo di fronte a una classica delocalizzazione produttiva: le cappe di Cerreto se ne vanno in Polonia, i frigoriferi se ne vanno in Cina e così via. La verità è che siamo di fronte a un modello economico nel quale il profitto si mangia quotidianamente l’economia reale”. “Ma la domanda che continuiamo a farci e a fare è: dov’è il ministro Urso? Aveva definito il piano industriale inaccettabile (…), oggi però è scomparso e il futuro di questi lavoratori è esattamente precario come allora. Chiediamo una risposta al governo, la definizione di un piano industriale e di politiche energetiche in grado di abbassare il costo dell’energia per le famiglie e per le imprese”.
Il corteo si è concluso, simbolicamente, proprio davanti ai cancelli dello stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi, presidiato dalle maestranze in attesa che la vertenza si riapra su basi differenti nelle sedi istituzionali. Ieri, anche i lavoratori e le lavoratrici dello stabilimento Electrolux di Forlì hanno partecipato alla manifestazione a Cerreto D’Esi. “Dopo l’incontro dello scorso 4 settembre al ministero siamo nei fatti punto e a capo – afferma Maria Giorgini, segretaria della Cgil di Forlì-Cesena –, l’azienda ha confermato gli esuberi e, per il nostro territorio, questo significa consegnare questo stabilimento alla chiusura. Perché dimezzare la produzione significa non reggere i costi fissi”. Per lo stabilimento di Forlì sono previsti 297 esuberi complessivi, di cui 214 operai della produzione e 83 lavoratori dello staff. Il sindacato forlivese si oppone, dunque, a questa prospettiva e “insieme a tutti gli altri stabilimenti italiani – spiega Giorgini – chiediamo al governo e all’Europa di non permettere questo scempio, di fare in modo che Electrolux ritiri questo piano”.
Secondo la Cgil, c’è una volontà dell’azienda di rispettare l’accordo con Midea (gruppo degli elettrodomestici cinese) invece di quello con il nostro Paese e i lavoratori. “Hanno preso i soldi e sono scappati – attacca Giorgini –, questo è il dato di fatto. Non possiamo permettere la delocalizzazione e la perdita dell’industria italiana”. Al fianco dei lavoratori, anche il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e l’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia. “Oggi il luogo giusto in cui essere per ogni italiana e italiano è Cerreto d’Esi – hanno detto ieri de Pascale e Paglia – dove le lavoratrici e i lavoratori di Electrolux, insieme con i sindacati, scioperano e lottano per il loro futuro, che coincide con quello dell’industria nazionale. A loro va la totale solidarietà della Regione Emilia-Romagna, saremo al loro fianco fino alla conclusione di questa vertenza”. Tra i presenti alla manifestazione, anche il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, mentre in rappresentanza della politica nazionale, oltre a Fratoianni, la deputata 5 Stelle, Chiara Appendino.
Riguardando un po’ indietro agli ultimi anni, si capiscono forse meglio le scelte dell’azienda. Nel biennio 2001-02, il gruppo Electrolux ha attuato due programmi di ristrutturazione, con disinvestimenti di attività no-core, misure di miglioramento della produttività, riduzione dei costi, consolidamento della produzione, razionalizzazione delle vendite e del marketing, svalutazioni di cespiti e tagli di personale. Negli anni successivi, sono stati dismessi numerosi stabilimenti produttivi, in particolare in Europa occidentale e Nord America, le cui attività sono state poi delocalizzate in Europa orientale, Estremo oriente e Messico. Nel frattempo, Electrolux rafforzava ulteriormente la sua presenza a livello mondiale, con l’acquisizione del 52% delle azioni di Olympic Group, azienda egiziana produttrice di elettrodomestici, che domina il mercato del settore in Medio Oriente, e il 64% delle azioni della Sigdo Koppers, che controlla la Compañia Tecno Industrial (Cti), azienda cilena produttrice di elettrodomestici, tra le maggiori dell’America latina. Nel 2019, il consiglio di amministrazione di Electrolux ha deliberato lo scorporo della sussidiaria Electrolux Professional, che si occupa del ramo di azienda dedicato agli elettrodomestici per uso professionale, che è diventata così un’azienda a sé stante. Sempre in quell’anno, si è deciso il suo ingresso alla Borsa di Stoccolma e, paradossalmente, nonostante le sue scelte spesso anti-sindacali, il gruppo è riuscito a ottenere due riconoscimenti nell’ambito della sostenibilità ambientale: l’inserimento nella 2019 Global 100 Most Sustainable Corporations, e la premiazione con il Gold Class Award.







