Parafrasando Fortebraccio, ovvero Mario Melloni, che per anni curò una rubrica satirica sulla prima pagina dell’“Unità”, verrebbe da dire: “Si aprì la porta, non entrò nessuno, era Onorato”. Ma nella nostra epoca anche questi signor nessuno – come appunto l’assessore al Turismo, sport e grandi eventi del Comune di Roma – riescono a far parlare di sé, perché “vedono gente e fanno cose”, come dice una giovane in un vecchio film di Nanni Moretti. L’uomo, in un contesto “normale”, farebbe delle legittime scelte politiche, scegliendo tra i partiti già presenti, senza troppo clamore proprio per il suo appeal di politico di second’ordine. Ma nel centrosinistra si fa a gara, soprattutto nella famigerata area centrista, nel fondare gruppi e gruppuscoli che, pur partendo da ambizioni locali, non nascondono smanie nazionali – la creatura dell’assessore si chiama Progetto civico Italia –, con l’intenzione di spingere il più possibile a destra la coalizione quando servirebbero, invece, coraggiose politiche radicali in un mondo in cui le disuguaglianze hanno assunto caratteri pre-industriali e para-schiavistici.
Quello di Alessandro Onorato sarebbe il “partito dei sindaci”, che a suo dire ha già diecimila iscritti, 685 amministratori e quattrocento comitati civici sparsi su tutto il territorio nazionale. Lui non vuole definirsi né definire il progetto “moderato” ma “di buon senso”: il che significa, per esempio, dichiararsi subito contro la patrimoniale. Naturalmente, quando si parla di “sinistra”, o meglio di “centro”, a Roma non può non esserci l’onnipresente Goffredo Bettini, sostenitore di Onorato e da tempo vicino al leader dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, presente all’evento di sabato 13 giugno, con la segretaria del Pd Elly Schlein. E non poteva mancare un accenno alle probabili – ci auguriamo di no – primarie e a un possibile candidato del nuovo organismo, certamente lui, al fine di contarsi e cercare di ricavarsi un posticino in un eventuale esecutivo di centrosinistra.
Sfiorando il ridicolo, l’assessore ci ha tenuto a precisare che non intende creare ulteriore confusione in un’area già piena di galli e galletti, tra i quali spicca Matteo Renzi, che si è fatto notare per la sua assenza. E a proposito di galletti Onorato ha preso le distanze da Pina Picierno, sua possibile avversaria nella leadership dell’area sedicente “riformista”, attaccato il senatore Filippo Sensi, e via discorrendo. Ma, checché ne dica l’assessore, questa operazione politica crea scompiglio nella già caotica area riformista dove il “rottamatore” sta lavorando alla sua Casa riformista, una parte della quale, però, come già fece con la fallimentare operazione di Italia viva, dovrebbe restare dentro il Pd per rendere difficile la vita a Schlein, troppo attratta, secondo loro, dalle sirene della sinistra. Senza dimenticare i cattolici prodiani rimasti senza casa, che qualcuno avrebbe voluto esprimessero un non ben definito “federatore”, come il quasi sconosciuto ex direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, un’ipotesi già caduta nel dimenticatoio.
La verità è che, se questo maledetto “campo largo” non trova una quadra, l’unico “alleato” che potrà dare una chance a un’alternativa potrebbe essere Vannacci, che sta già togliendo ossigeno alla destra di governo. Malgrado alcune fughe di indesiderati, il Pd è ben lungi dall’avere risolto problemi di linea praticamente su tutto (patrimoniale, riarmo, lavoro, Ucraina, Medio Oriente). Lo spostamento a destra di Conte, d’altronde, ha aperto una crepa in un partito che sembrava stabile, con Chiara Appendino che vorrebbe diventare il punto di riferimento dell’ala sinistra del movimento. Lasciando da parte l’Alleanza verdi-sinistra, almeno per ora esente da liti interne, c’è questo “fronte riformista” sui cui possibili leader abbiamo già speso abbastanza parole.
Il problema è a monte. Quando si vede come il fumo negli occhi qualsiasi proposta politica di sinistra, di “buon senso”, appunto, o alla Sánchez per capirci, c’è la gara tra chi vuole ostacolare questa riscoperta delle radici. Non vogliamo negare l’importanza di avere voci diverse all’interno della coalizione. Ma ormai si è superato ogni limite, e, continuando in questo modo, il famoso quanto necessario programma comune sembra rinviato alle calende greche.









