Ogni giorno otto del mese, l’osservatorio di Non una di meno pubblica un bollettino con i numeri della violenza di genere in Italia. A giugno, il conteggio si attesta sulla cifra di 27 femminicidi (54 quelli solo tentati), due suicidi indotti, un suicidio di una ragazza trans e tre casi ancora in fase di accertamento. Nel frattempo, il 4 giugno, è stato approvato in Senato, con 78 voti favorevoli e 38 contrari, il disegno di legge Valditara. Il testo, già approvato alla Camera, regolamenta l’insegnamento dei temi legati all’educazione sessuoaffettiva, imponendo il consenso informato delle famiglie nelle scuole secondarie di primo e secondo grado (o degli studenti stessi se maggiorenni), e vietando questi programmi nelle scuole primarie e dell’infanzia.
Di nuovo, quindi, gridando contro la famosa “propaganda gender” – vero e proprio specchio per le allodole –, la scuola diventa il bersaglio della destra conservatrice. Allontanando qualsiasi pratica educativa relativa alla sessuoaffettività, per paura che metta in discussione i fragili capisaldi ideologici delle destre (gli immutabili ruoli di genere e l’eteronormatività, ossia la pura e semplice cultura patriarcale), lasciano sprofondare l’Italia in un oscurantismo sempre più pericoloso.
Il nostro Paese rimane ultimo in Europa, con Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Ungheria, a non avere, in nessuno dei cicli scolastici, un programma di educazione sessuoaffettiva curriculare, confermando la totale ignoranza del governo rispetto alla letteratura scientifica in materia. Secondo gli standard dell’Oms, infatti, è proprio tra i 3 e i 5 anni che bambini e bambine sviluppano la capacità di capire che gli altri hanno pensieri e desideri diversi dai propri, e iniziano a esplorare la nudità e le differenze di genere. I percorsi educativi precoci non parlano affatto di atto sessuale né di identità di genere, come vogliono farci credere le destre, ma insegnano la regola del “corpo sicuro”: identificare le parti intime, capire che il proprio corpo appartiene a se stessi, e che si ha il diritto di rifiutare i contatti non graditi, imparando specularmente a rispettare il “no” altrui. Altro che consenso informato delle famiglie! È questo l’unico consenso che bisognerebbe promuovere: quello relativo al proprio corpo e a quello dell’altro, quello del confine da non varcare. Non per paura di una punizione, ma per una reale comprensione dei limiti psicofisici propri e altrui.
Al contrario di quanto si sostiene da destra, quando si parla di educazione all’affettività e alla sessualità non ci si riferisce a improvvisate insegnanti adolescenti che mostrano video porno, né a parate di persone transgender che esibiscono i genitali in transizione. Si fa riferimento, invece, alla Comprehensive Sexuality Education (Cse), un regolamento che si basa su due documenti fondamentali: gli standard per l’educazione sessuale in Europa, dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e le “linee guida” dell’Unesco. Nei programmi indicati dalle Nazioni Unite, si parte dall’asilo e dalle elementari con la conoscenza del proprio corpo, con la comprensione e l’espressione delle proprie emozioni, per arrivare tra i 9 e i 12 anni, alle lezioni sulla pubertà, la riproduzione, la contraccezione, e al più che mai attuale impatto dei media nella loro sfera privata.
Fornendo a bambini e giovani una conoscenza adeguata dei propri diritti, e di ciò che costituisce o meno un comportamento accettabile, li si rende meno vulnerabili agli abusi e alle manipolazioni degli adulti. Delegando ai genitori il ruolo di unici educatori, non si prende in considerazione che la maggior parte degli abusi avviene proprio all’interno delle mura domestiche. Secondo i dati della III Indagine nazionale sul maltrattamento all’infanzia, nell’87% dei casi l’autore dell’abuso appartiene alla cerchia familiare ristretta, mentre solo nel 13% dei casi si tratta di un soggetto completamente esterno. Anche le chiamate al numero del centro antiviolenza, da parte di minori, dimostrano che si denunciano principalmente parenti o, nel caso degli adolescenti, partner ed ex partner. Come scrive Non una di meno, nel comunicato del 4 giugno, “la famiglia è uno dei luoghi in cui si riproducono violenza, controllo, ruoli di genere rigidi e cultura del possesso. I dati sui femminicidi e trans-cidi mostrano che la maggior parte delle violenze avviene in ambito familiare o relazionale. Subordinare l’educazione al consenso all’autorizzazione delle famiglie significa sottrarre a bambinə e adolescenti uno spazio fondamentale di confronto critico e di autodeterminazione”.
Sessualità e affettività dovrebbero far parte della sfera della conoscenza tanto quanto l’educazione finanziaria e le date delle guerre puniche. La scuola pubblica ha il dovere di formare cittadini e cittadine in grado di convivere nel rispetto delle norme civiche, e ha l’obbligo di fornire strumenti di prevenzione contro la violenza di ogni tipo, inclusa quella di genere. Avere dei programmi intrisi di nozioni fini a se stesse svuota il significato intrinseco dell’educazione, che è quello di sviluppare prima di tutto il senso critico delle studentesse e degli studenti. Il sapere non dovrebbe essere un dogma calato dall’alto, ma uno strumento vivo di emancipazione, in molti casi proprio dalle famiglie. Nel vuoto dell’ignoranza, infatti, nascono i mostri. Andando a cercare nei casi di cronaca, non è raro riscontrare un appoggio delle famiglie ai femminicidi commessi dai figli. La madre del diciassettenne che uccise la fidanzata, Noemi Durini, in provincia di Lecce nel 2017, per esempio, lo aiutò addirittura a occultare il cadavere, non nascondendo mai l’astio provato verso la giovane vittima.
Forse il ministro Valditara non si rende conto della responsabilità che ha la scuola, e di conseguenza lo Stato, verso le ragazze e i ragazzi. L’analfabetismo emotivo ha risvolti evidenti: le relazioni dei tribunali per i minorenni e i dati del Dipartimento per la giustizia minorile confermano un picco di procedimenti a carico di minori per reati a sfondo sessuale, compresi il revenge porn e la diffusione non consensuale di immagini intime, nella fascia tra i 14 e i 17 anni. Spesso, alla base di queste azioni, c’è una totale mancata percezione della gravità dell’atto. E non servono i casi eclatanti dei figli di La Russa o di Grillo per evidenziare il problema degli stupri; bastano i report delle forze dell’ordine, e anche i dossier di Terre des Hommes confermano in modo costante come la fascia di età sotto i 14 anni sia ampiamente prevalente nei reati sessuali commessi a danno di minori, e come la quota di vittime di genere femminile si attesti stabilmente sopra l’80-85%.
Dietro la mancanza delle istituzioni, infatti, si nasconde l’algoritmo della rete, che diventa inevitabilmente il principale educatore. Come noi adulte e adulti cerchiamo, con il favore delle tenebre, informazioni sulle tasse o sui possibili malanni che ci spaventano, chiedendo tutto al web per non pagare professionisti o per evitare di confidare i nostri timori ad amici e parenti, allo stesso modo bambine e bambini vanno a cercare ciò che non sanno e che viene loro nascosto, curiosando in un world wide web minaccioso per chiunque, figuriamoci per chi non ha gli strumenti per comprenderlo. La gravità di questa autoinformazione clandestina non risiede solo nell’atto in sé, ma nella natura profondamente tossica del materiale a cui i minori sono esposti in assenza di filtri critici. Le indagini del network EU Kids online rivelano che, oltre il 40% dei preadolescenti, si imbatte in contenuti pornografici per puro caso durante normali ricerche web o sui social network. Gli studi analizzati dal Consiglio d’Europa evidenziano, inoltre, come la pornografia commerciale mainstream contenga livelli elevatissimi di aggressione verbale o fisica, agìta da uomini ai danni di donne, in circa l’88% dei video più popolari. La fruizione precoce e ripetuta di questi contenuti opera su una mente ancora in via di sviluppo come un distorto manuale d’istruzioni, in cui il consenso non viene mai negoziato, ma rappresentato come immediato e scontato.
Mentre l’adulto che cerca un sintomo su Google possiede un bagaglio di esperienze utili a scindere la realtà dall’allarmismo, il preadolescente non ha alcun termine di paragone reale e assorbe quelle immagini come una verità anatomica e relazionale. Questo isolamento informativo alimenta l’oggettivazione dell’altro e genera profonde distorsioni psicologiche: i dati clinici dei consultori giovanili segnalano un drastico incremento di disfunzioni sessuali, di natura ansiosa, tra gli under 18, schiacciati dal confronto con performance alterate e irrealistiche. Invece di imparare che la sessualità è comunicazione, intimità e scambio emotivo, i giovani imparano che l’altro è un oggetto da consumare, aumentando il senso di vergogna e la ritrosia a parlarne proprio con le famiglie, le stesse a cui il provvedimento vorrebbe delegare l’esclusiva educativa.
Se studi come Common Sense Media, certificano che l’età reale del primo accesso alla pornografia online, intenzionale o accidentale, si attesta intorno agli 11-12 anni, e se il disegno di legge Valditara nega completamente l’educazione sessuoaffettiva per tutta la durata della scuola primaria, ragazzine e ragazzini vedranno tutto ciò che si può trovare online, in tema di pornografia e sessualità, senza prima avere alcun tipo di informazione attendibile. E cosa potranno mai imparare se la loro unica fonte è PornHub? Non solo: attualmente in Italia non esiste un divieto generale di utilizzo dei social network per i minori sotto una certa età. Il che vuol dire che possono usare i social media e vedere, cioè, qualsiasi contenuto assurdo, compresi i deep fake creati con l’intelligenza artificiale, mentre non possono essere informati sulla pubertà, la contraccezione e le proprie pulsioni sessuali.
L’approvazione del disegno di legge Valditara incrina, poi, la già precaria libertà d’istruzione. Se prima, grazie all’autonomia scolastica, si potevano lanciare progetti indipendenti paralleli ai programmi di scienze o di materie umanistiche, oggi, con l’allarmismo diffuso dal dibattito politico, sarà molto più difficile per le associazioni del settore inserirsi nelle aule. “Nessun dirigente scolastico, nessuna insegnante, si prenderà mai la responsabilità di dover trovare un’attività alternativa, e quindi servirà sempre l’unanimità” – ha dichiarato la Fondazione Una nessuna centomila. “Il vero problema delle famiglie, riguardo a questo tema, è l’informazione. Non si sa cosa sia veramente l’educazione sessuoaffettiva. Gli stereotipi e la violenza domestica sono un fenomeno diffuso nel nostro Paese, quindi, presumibilmente, saranno molti i genitori che non daranno il consenso ai propri figli per aderire ai corsi”. Anche Save the Children e Differenza donna sono intervenute per contestare la scelta del Senato, evidenziando la netta contraddizione del provvedimento rispetto ai principi della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013.
Se la scuola ha il compito essenziale di appianare le differenze – di educazione, di estrazione familiare, di classe – in questo caso, delegando la decisione alle famiglie, si amplierà il divario tra chi già sa, è di ampie vedute, e magari vive anche in centro città, e chi invece rimarrà indietro, costretto dentro i paraocchi di un sistema patriarcale, che parte dalla famiglia per arrivare al governo. “La scuola pubblica dovrebbe offrire strumenti di libertà e prevenzione della violenza, anche quando mettono in discussione modelli patriarcali presenti nella società e nelle famiglie” – ha scritto Non una di meno in un comunicato. E ancora: “L’educazione sessuoaffettiva non può essere trattata come un contenuto sensibile da sottoporre a veto ideologico, ma come una responsabilità collettiva e pubblica”.







