Dopo i “gilet gialli”, i banlieusards, gli agricoltori, le agitazioni sindacali contro un’iniqua riforma delle pensioni, tocca ora agli studenti liceali sventolare la bandiera della rivolta, mentre il bellimbusto Macron e il suo mediocre governo si trascinano nella loro inerzia. Se il debito pubblico della Francia è arrivato a toccare il 119% – il che non si era mai visto dal dopoguerra –, ciò dipende, più ancora che dalle crisi che si sono succedute in questi anni, dall’ostinata, proterva, politica detta “dell’offerta”, consistita nell’abbassare le tasse ai più ricchi. La protesta studentesca è dilagata in pochissime settimane, interessando tutte le città del Paese, e assumendo anche alcuni tratti di violenza contro le cose – in ogni caso meno gravi della violenza repressiva poliziesca, che è contro le persone. Si vorrebbe far credere che i gruppuscoli dell’estrema sinistra, spalleggiati dalla France insoumise di Mélenchon, siano responsabili delle intemperanze. Ma se a Marsiglia viene dato alle fiamme un automezzo dei pompieri, ciò è fatto per sottolineare la drammatica penuria di personale e strumenti adatti a domare i mega-incendi dell’estate scorsa, quella che del resto ha visto, nella sua prima parte, gli studenti arrostire in edifici scolastici fatiscenti e privi di climatizzazione.
È una rivolta spontanea, del genere di quelle a cui l’intera storia di Francia ci ha abituati. Avviene nel momento in cui un governo di minoranza si prepara a varare una manovra finanziaria “lacrime e sangue”, cercando di superare il problema dei voti da mettere insieme in parlamento. E casca a puntino anche in questo inizio di campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno, che vedono lo svolgimento di una ridicola contesa nell’area socialista (vedi qui). Proprio ieri, primo ottobre, è andato in scena il secondo dibattito televisivo delle primarie, in cui favoriti sono il “più moderato” Glucksmann e il “meno moderato” Faure. Questo secondo ha rinfacciato al primo la proposta di introdurre quello che in Italia chiameremmo un “cuneo fiscale”, facendo così ricadere sullo Stato un aumento dei salari che sarebbe da far pagare ai padroni, liberando così risorse pubbliche (insieme con una maggiore imposizione fiscale sui più ricchi, sulla quale comunque ambedue i contendenti concordano) per l’edilizia scolastica, per il social housing, eccetera. Ciò mostra come il movimento studentesco si sia autoinvitato, in un certo senso, nello stanco dibattito di una sinistra politica incapace di unirsi, e pronta di fatto a “passare la mano” a vantaggio dei centristi nel secondo turno delle presidenziali (vedi qui).
Intanto, mentre quasi duemila studenti sono già finiti in stato di arresto, il governo si prepara a un’ulteriore stretta repressiva, tentando di impedire i raduni dei giovani davanti alle scuole. Come al solito, l’ordine e la disciplina devono continuare a regnare. Ma non è detto che la cosa riesca: la dinamica innescata fa presagire, piuttosto, un allargamento della protesta e il coinvolgimento anche di altri strati della popolazione. Il ministro dell’Interno ha un bel prendersela con Mélenchon – che invece, a sua volta, appare del tutto scavalcato da un’ondata che nessuno avrebbe potuto prevedere di tale intensità.







