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Come la sinistra francese si prepara a perdere le presidenziali

1 Giugno 2026 Rino Genovese  476

Piazzare un proprio uomo o una propria donna alla presidenza della Repubblica francese, nel 2027, sarebbe quasi un gioco da ragazzi per una sinistra unita. E invece, con tutta probabilità, quello che andrà al ballottaggio contro il candidato o candidata dell’estrema destra sarà un esponente di quel centro macroniano, fallimentare e detestato da tutti, in alleanza più o meno esplicita con la destra “moderata”, guidata al momento da un ex ministro dell’Interno (del resto diventato tale grazie a Macron) che moderato non è affatto, e fa a gara con Marine Le Pen sui temi della “sicurezza” e di una politica anti-migranti. Eppure la sinistra, pomposamente autodefinitasi “nuovo fronte popolare”, era forza di maggioranza relativa nelle elezioni legislative anticipate del 2024, di fronte a un Rassemblement national primo partito e ancora accreditato al 30% circa. Dunque, sarebbe stato sufficiente trovare un candidato unico della sinistra, per andare al secondo turno e, con tutta probabilità, riuscire a scongiurare l’incubo di una Francia fascista (si noti che Marine Le Pen è perfino più a destra di Giorgia Meloni).

Ma così non sarà. Infatti, per arrivare a una candidatura unica della sinistra, sarebbero state necessarie due condizioni. La prima, che Mélenchon si facesse da parte e diventasse anzi lui stesso il promotore di un’alleanza a sinistra intorno alla scelta di una candidatura diversa dalla sua; invece il leader ultrasettantenne della France insoumise sarà per la quarta volta candidato, con una prospettiva di arrivare al ballottaggio pari a zero; e, se anche vi arrivasse, tutti i sondaggi, e la logica politica stessa, lo danno perdente dinanzi all’esponente dell’estrema destra (si chiami Bardella o Le Pen). La ragione è semplice: diversamente da quello che crede Mélenchon, il “piccolo borghese senza spina dorsale politica” – sono parole sue – non voterebbe per lui contro l’estrema destra, ma per l’estrema destra contro di lui. È la modalità tipica del qualunquismo. Senza contare la mobilitazione, già in atto, del padronato: si è vista, per esempio, nelle municipali di Tolosa, dove una sinistra che aveva imbarcato i melenchoniani al secondo turno, dopo che al primo si era presentata divisa con notevoli possibilità di successo per il candidato socialista, ha subìto la levata di scudi di tutti gli industrialotti e speculatori locali, perdendo alla fine una partita che sembrava vinta. D’altronde è un fatto che, con le sue posizioni, Mélenchon si sia attirato critiche da diverse parti, soprattutto l’accusa di antisemitismo, falsa, in realtà (vedi qui), ma che lui non ha fatto nulla per allontanare da sé.

La seconda condizione è che, messa da parte la discriminante anti-Mélenchon (sarebbe bastato l’argomento: “se due anni fa abbiamo concluso un’alleanza con lui, cosa è cambiato nel frattempo?”), il resto della sinistra – socialisti, comunisti, ecologisti più qualche gruppo minore – avesse avviato un processo di scelta del candidato o della candidata sulla base di un percorso condiviso. Lucie Castets, per esempio, un’ottima funzionaria pubblica, ora sindaca di un arrondissement di Parigi, già candidata dall’insieme della sinistra alla carica di primo ministro (una nomina rifiutata da Macron), sarebbe stata una figura ideale. Una personalità indipendente dai partiti, dotata di un profilo capace di aggregare al secondo turno un elettorato più ampio di quello tradizionalmente di sinistra, senza rompere al tempo stesso con quel milieu popolare, spesso concentrato nelle periferie, che è la base elettorale del “populismo di sinistra” di Mélenchon.

D’altronde, con un Partito socialista spostato a sinistra nella sua componente maggioritaria, non ci sarebbero state troppe difficoltà nello stendere un programma comune: tutti sono d’accordo, per dirne una, sul fatto che la politica di Macron, che ha favorito dal punto di vista fiscale i ricchi – sulla base della stravecchia e assurda “teoria dello sgocciolamento”, secondo cui bisognerebbe favorire gli investimenti privati per avere delle ricadute benefiche sull’intera economia –, ha impoverito i più poveri e contribuito all’aumento del debito pubblico (con Macron, la Francia è arrivata ad averne uno al di là del 115%, qualcosa di mai visto in precedenza, oltre ad avere un deficit ben superiore al limite del famoso 3% fissato dall’Unione europea). Dunque, secondo tutte le componenti della sinistra senza distinzioni, si tratterebbe di introdurre un’imposizione fiscale importante sulle grandi fortune.

Ma ciò a cui stiamo assistendo, anziché un’attenzione al programma, è invece un’imbarazzante “lotta degli ego” tra una pletora di candidati della sinistra non melenchoniana, i quali non riescono a mettersi d’accordo neanche sul metodo per scegliere il candidato o la candidata. Ci sono infatti quelli, come il segretario socialista Olivier Faure, gli ecologisti e altri, che vorrebbero le primarie, e quelli, come Raphaël Glucksmann e François Hollande (sì, proprio lui, l’ex presidente della Repubblica che aveva ridotto ai minimi termini il Partito socialista, con le sue politiche di destra) che non le vorrebbero. Ambedue questi candidabili, diciamo così, sono classificati come socialdemocratici – ma sono piuttosto dei “social-liberali”, cioè abbastanza in linea con quella “politica dell’offerta”, il nome che, già ai tempi della presidenza di Hollande, si dava a una politica economica neoliberista, quella poi rafforzata da Macron.

Tutto questo senza quasi accorgersi che, nel frattempo, nella zona tra la destra e il centro ci sono già due candidature che si sono espresse: quella del giovane Gabriel Attal, segretario di Renaissance (il partito macroniano), e quella di Edouard Philippe – proveniente dagli ex gollisti ma a un certo punto fulminato da Macron – che ha una sua formazione denominata Horizons. Entrambi centristi, entrambi ex primi ministri, cioè creature di Macron, che hanno tuttavia rotto con il presidente nel momento della decisione (peraltro veramente avventata) di convocare delle elezioni anticipate nel 2024. In base ai sondaggi dei prossimi mesi, è già deciso che l’uno si ritirerà a favore dell’altro. Ed è Philippe ad avere le maggiori chance di essere il candidato unitario di questo mondo macroniano o ex macroniano che dir si voglia.

A quel punto, con una sinistra divisa, che nella sua componente più moderata avrà avuto perfino difficoltà a presentare un candidato, con l’incubo di un’estrema destra che ha un terzo dei voti in Francia, cos’altro potrebbe fare un pensoso elettore progressista se non, strategicamente, cercare di mandare al ballottaggio quel candidato, magari di centrodestra, che ha più possibilità? È così che la sinistra – melenchoniana o non melenchoniana che sia – rischia fortemente di non arrivare al secondo turno.

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