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Home » Zzz-ripubb » Articoli » I super-ricchi distruggono la democrazia

I super-ricchi distruggono la democrazia

Concentrazione mondiale della ricchezza e disuguaglianze paurosamente crescenti: alcuni dati

6 Agosto 2026 Paolo Barbieri  1998

(Questo articolo è stato pubblicato il 29 gennaio 2026)

Sembra banale ma il recente Rapporto Oxfam (nome per esteso Oxford Committee for Famine Relief, una confederazione di realtà non governative, che si occupa di povertà a livello globale), intitolato “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, presentato in occasione dell’annuale raduno dei potenti della terra a Davos, ha il pregio di ricordare un concetto semplice, benché non nuovissimo: la concentrazione delle ricchezze è l’opposto della democrazia. “La ricchezza da capogiro in mano a pochi individui diventa strumento di indebita influenza politica a vantaggio di privilegi acquisiti e a discapito dell’interesse collettivo”, si legge nella presentazione del Rapporto.

I miliardari – udite udite – hanno una probabilità di ricoprire cariche politiche superiore di oltre quattromila volte rispetto alle persone comuni. Ma il fenomeno non riguarda solo gli individui, dei quali in Italia fin troppo si è parlato, senza spostare una paglia in concreto, nella cosiddetta era berlusconiana: oggi, delle dieci più grandi corporation mondiali nel settore dei media e della stampa, sette – ci ricorda Oxfam – hanno proprietari miliardari, e l’attuale concentrazione della proprietà dei media e dei social media (ne abbiamo parlato di recente qui) “costituisce una minaccia diretta alla libertà politica e rende pochi individui estremamente potenti”.

Qualche dato riassuntivo aiuta a prendere confidenza con la fase che stiamo vivendo: negli ultimi cinque anni, il patrimonio dei miliardari globali è cresciuto dell’81%; i dodici miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, ovvero più di quattro miliardi di persone; nell’arco di tempo intercorso tra il 30 novembre 2024 e il 30 novembre 2025, la ricchezza dei miliardari globali è aumentata a un ritmo tre volte superiore al tasso medio annuo registrato nei cinque anni precedenti.

Di disuguaglianze parla anche l’Ocse, storico club – in via di espansione – dei Paesi ricchi occidentali e dei loro alleati, non certo un covo di pericolosi marxisti, che segnala, in un altro recente documento intitolato “Avere e non avere. Come colmare il divario di opportunità”, che all’interno di queste nazioni sviluppate “oltre un quarto delle disparità totali nel reddito di mercato può essere attribuito a circostanze e fattori che esulano dal controllo dell’individuo, quali il genere di nascita, il luogo di nascita e il contesto socioeconomico dei genitori”. Insomma, chi non nasce benestante, e in una regione geograficamente più prospera (e nemmeno maschio), ha molte probabilità di rimanere prigioniero della sua condizione sociale di origine.

Non è sorprendente notare che la tendenza globale all’acuirsi delle disuguaglianze non risparmia l’Italia, un tempo terra di economia mista pubblico-privato, fisco progressivo, sindacati forti, welfare ispirato al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione repubblicana, che oggi riposa in un polveroso cassetto: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Secondo Oxfam, il 5% più ricco delle famiglie italiane è titolare della metà della ricchezza nazionale, e in quindici anni si è intascato il 91% dell’incremento della ricchezza nazionale, mentre alla metà più povera della popolazione è andato appena il 2,7%. E nel quinquennio 2019-2024, il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti si è ridotto del 7,1%.

Per allargare lo sguardo ad altri dati, di provenienza più istituzionale, basta scorrere il Rapporto Istat sulla povertà in Italia nel 2024: coinvolge 2,2 milioni di famiglie (8,4% dei residenti) e oltre 5,7 milioni di individui (9,8%). Il rapporto evidenzia una geografia del disagio molto marcata: nel Mezzogiorno, l’incidenza familiare sale al 10,5%, contro il 7,9% del Nord e il 6,5% del Centro. Particolarmente critica è la situazione dei minorenni, con 1,3 milioni di bambini e ragazzi (13,8%) in povertà assoluta, valore massimo della serie storica dal 2014. L’incidenza della povertà assoluta è del 15,6% fra le famiglie di operai, mentre scende al 2,9 tra dirigenti e quadri, che, più che alla debolezza del salario, devono l’ingresso in queste statistiche a crisi aziendali, ristrutturazioni, chiusure. Anche la cittadinanza gioca un ruolo decisivo: la povertà colpisce il 35,6% degli stranieri contro il 7,4 degli italiani.

“Quando si è poveri, gli ostacoli per la partecipazione a processi decisionali e alla vita pubblica diventano spesso insormontabili”, nota Oxfam. E l’Istat, nell’ultimo Rapporto annuale sulla situazione del Paese, ci fa sapere che “la percentuale di persone che svolgono attività di partecipazione sociale a 20-24 anni scende dal 19% della generazione del 1970-1974 all’8,6% della generazione più recente (2000-2004)”. Potrebbe avere qualcosa a che fare con la condizione economico-sociale dei nostri concittadini più giovani? Beh, l’Istat ci dice che oltre il 63% dei 18-34enni vive ancora con i genitori, una spia rossa abbastanza luminosa…

C’è forse un aspetto che emerge da questo affastellarsi di dati sulla continua estrazione di ricchezza a spese della maggioranza della popolazione, che continua ad alimentare la crescita delle disuguaglianze. Noi siamo spettatori più che altro passivi di quella che, una dozzina di anni fa, papa Francesco definì “guerra mondiale a pezzi” (dimostrando maggiore acume dei tanti che ancora oggi si concentrano sui singoli pezzi senza voler vedere lo scenario complessivo); ma siamo così distratti dalla violenza drammatica dei conflitti armati, delle azioni genocide, delle aggressioni alle minoranze nel cuore del mondo occidentale, da perdere di vista la trasformazione drammatica che stanno subendo anche le nostre nazioni più ricche, ancora relativamente privilegiate, attraverso questa progressiva lacerazione del tessuto sociale prodotta dalla concentrazione delle ricchezze e dalla conseguente crescita delle disuguaglianze.

Il Rapporto Oxfam mette in evidenza anche la diffusione di tendenze comuni a molti governi, come risposta al disagio crescente prodotto dalle disuguaglianze, dalla povertà, dalla sfiducia crescente nella politica e nelle istituzioni: “Processi, da cui non è avulsa l’Italia, che portano all’erosione di istituzioni democratiche, alla compressione della libertà di espressione e manifestazione, alla criminalizzazione del dissenso nonché all’ipertrofia repressiva, accompagnate dall’incattivimento del linguaggio pubblico e da raffigurazioni mediatiche che giustificano e rendono senso comune la riduzione dei diritti”. E i pericoli che Oxfam denuncia, la crisi dagli esiti oscuri che la crescita delle disuguaglianze porta con sé, non sono una fresca scoperta dei crociati contro la povertà del Ventunesimo secolo. Il problema è che forse abbiamo perso la memoria: già novant’anni fa il giurista Silvio Trentin, antifascista in esilio in Francia (padre di Bruno, che sarà segretario generale della Fiom e della Cgil) metteva in guardia contro le “diseguaglianze stridenti” e “l’asservimento forzato della persona umana alla cieca supremazia della società economica capitalista”, nel suo volume La crisi del diritto e dello Stato.

Per tornare a Oxfam: nel diffondere il suo ultimo documento, l’organizzazione rilancia una citazione di Louis Brandeis, giurista e membro della Corte suprema degli Stati Uniti dal 1916 al 1939: “Possiamo avere la democrazia in questo Paese, oppure possiamo avere una grande ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe le cose”. Basta sostituire la parola Paese con la parola mondo, per alzare lo sguardo su quello che stiamo vivendo. Chiunque parli d’altro, non sarà utile a progettare una via di uscita.

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