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L’articolo 21 nella gabbia di Facebook

Sono cinque le grandi aziende mondiali che controllano i dati degli utenti dei social network. E possono fare il bello e il cattivo tempo in barba alla libertà di espressione sancita dalla Costituzione. Il caso dei post filopalestinesi censurati

19 Gennaio 2026 Paolo Barbieri  1262

Il 28 gennaio 1947 la plenaria dell’Assemblea costituente votò la formulazione dell’articolo 21 della Costituzione repubblicana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Il concetto di “stampa” oggi possiamo interpretarlo secondo l’evoluzione determinata dallo sviluppo tecnologico, ben oltre i confini sempre più asfittici della carta stampata e anche dei mass media novecenteschi, come la radio, il cinema e la televisione, quest’ultima giunta all’apice del suo successo qualche decennio dopo il varo della Carta.

Reduci dal trauma storico del ventennio fascista, i costituenti, in perfetta buona fede, vollero limitare il rischio di un abuso del potere dello Stato sulla libera circolazione delle idee e delle informazioni. Non avrebbero potuto immaginare che nel Ventunesimo secolo non sarebbe toccato più alle istituzioni pubbliche governare lo spazio del pubblico dibattito, la libera circolazione del pensiero, il diritto dei cittadini a essere informati. Nell’ecosistema globale creato da Internet, a impadronirsi di “ogni altro mezzo di diffusione” (o quasi) sono stati pochi giganti economici, attraverso l’esplosione del fenomeno dei social network e il controllo esclusivo dei dati personali prodotti da miliardi di cittadini-consumatori più o meno inconsapevoli.

Siamo ancora liberi di manifestare il nostro pensiero (e di conoscere quello altrui), come prometteva la legge fondamentale della Repubblica? Una recente ricerca realizzata da Fabio Giglietto, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Urbino, indaga l’effetto della politica di riduzione dei contenuti politici adottata da Meta su Facebook a partire dal 2021. Lo studioso ha esaminato i dati, relativi appunto al periodo 2021-2025, sulla visibilità di oltre 2,5 milioni di post su Facebook di parlamentari italiani, politici di spicco e account di “estremisti politici” (definizione un po’ generica che ingloba “narrazioni anti-establishment, critiche ai media mainstream e alle figure pubbliche, e scetticismo verso le politiche vaccinali/sanitarie”, si consideri qui anche il periodo particolare investito dallo studio).

“I risultati – spiega l’autore nell’introduzione che sintetizza il lavoro – documentano una riduzione del 72% della portata media per i membri del parlamento rieletti, che è passata da circa 53.000 visualizzazioni per post prima della politica a 15.000 nel momento di minimo”. Anche dopo l’allentamento delle restrizioni deciso dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, i politici, la cui visibilità è tornata solo al 65% del periodo pre-restrizioni, restano perdenti di fronte agli “estremisti”, il cui elevato volume di post “ha più che compensato” i modesti cali di visualizzazioni per singolo post. In sostanza, al di là del dettaglio dei risultati, il lavoro dello studioso italiano ci ricorda che un’azienda privata decide quale porzione dell’informazione dei cittadini meriti visibilità organica – e lo fa con algoritmi e metriche che restano largamente incomprensibili e incontrollabili dall’esterno, sebbene lo studio riconosca alcuni passi avanti fatti da Meta in termini di trasparenza, anche sulla spinta delle norme europee.

Allargando un po’ lo sguardo oltre i confini della citata ricerca, che misura solo gli effetti delle scelte di Meta entro i confini italiani, può essere utile citare un paio di esempi di rapporti di organizzazioni internazionali, che mettono in risalto la forza censoria che pochissimi soggetti esercitano sul flusso delle notizie a livello globale. Inquadrando un tema in particolare, il trattamento ricevuto dalle notizie sui crimini a danno dei palestinesi e la repressione dei movimenti internazionali che promuovono boicottaggio e sanzioni contro lo Stato di Israele, emergono preoccupazioni diffuse. Amnesty International, già nell’ottobre del 2023, lanciava l’allarme sul fatto che “una moderazione dei contenuti iniqua da parte delle piattaforme di social media rischia di compromettere ulteriormente la capacità dei palestinesi, all’interno e all’esterno di Gaza, di esercitare i propri diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione pacifica”. Human Rights Watch, nel dicembre dello stesso anno, segnalava “oltre 1.050 rimozioni e altre forme di censura di contenuti pubblicati su Instagram e Facebook da palestinesi e loro sostenitori”, certificando che “la censura dei contenuti relativi alla Palestina su Instagram e Facebook è sistematica e globale”.

Sono cinque le principali aziende che detengono il controllo dei dati degli utenti mondiali di Internet e social network: Alphabet (Google), Meta Platforms, che controlla appunto Facebook ma anche Instagram, Amazon, Apple e Microsoft. Il solo Facebook – messo sotto la lente dalla ricerca del docente italiano – “vale” circa 3,07 miliardi di utenti attivi mensili a livello mondiale alla fine del 2025, 263,6 milioni nell’Unione europea, 42,9 milioni in Italia. Considerato quanto l’informazione professionale e la politica – sia quella istituzionale sia quella “di base” – dipendono dai social network per raggiungere i cittadini, se non si affronta a livello politico il tema del formidabile potere distorsivo degli spazi democratici nelle mani dei gestori degli algoritmi, il rischio che il povero articolo 21 della Costituzione si riduca a un reperto da museo archeologico è più vivo che mai.

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