Il maltempo ha messo in ginocchio il Nepal, causando un’emergenza ambientale, economica e sociale che non accenna a rientrare. Alla fine di settembre, almeno quindici lavoratori nepalesi sono morti a causa di una valanga che ha seppellito un campo base di montagna, che stavano realizzando a beneficio di un gruppo di escursionisti stranieri. Pochi giorni prima, le piogge torrenziali avevano già provocato inondazioni e frane che avevano ucciso decine di persone, in Nepal oltre che in India. Le alluvioni hanno interessato decine di distretti del Paese, che non si è ancora risollevato dalle catastrofi naturali dei mesi scorsi. Le più gravi si sono verificate ad agosto, quando le inondazioni hanno sferzato le aree di Rasuwa e Nuwakot, causando la morte di 1500 persone e migliaia di dispersi.
Il 26 agosto, l’Himalaya intera ha tremato come scossa da un terremoto. Un’enorme massa di ghiaccio e roccia si è staccata dalle pendici dei monti al confine tra Nepal e Tibet, precipitando nel fiume Lhende Khola e scatenando una valanga di acqua, fango, massi, detriti lungo le valli montane. Ciò che ne è seguito non è stata una semplice alluvione, ma un evento geologico a cascata: crollo di ghiacciai, colate detritiche, piena del fiume e cedimento delle infrastrutture: il tutto concentrato in pochi minuti. La corrente ha travolto case, ponti, strade e impianti idroelettrici lungo i bacini fluviali del Bhote Koshi e del Trishuli.
A diverse settimane dal cataclisma, migliaia di persone seguitano a scavare nel fango nella speranza di ritrovare i corpi dei familiari scomparsi. Intanto, i continui eventi meteorologici avversi stanno mettendo in ginocchio le già deboli infrastrutture del Paese, interrompendo le comunicazioni e facendo saltare la rete elettrica in intere regioni, per non parlare dei gravi danni arrecati alla rete stradale.
Il danno più grave è quello arrecato all’arteria principale, quella che collega Kathmandu e Pokhara, travolta dal fango e dai detriti. I lavori di ripristino, che procedono a rilento, sono costati finora miliardi di dollari, una cifra enorme per un Paese tra i più poveri dell’Asia. I prolungati danni alle infrastrutture non fanno che aggravare le condizioni di centinaia di migliaia di persone, che si ritrovano senza casa, impossibilitati a lavorare perché i loro terreni sono stati seppelliti da fango e detriti, o perché le loro attività economiche sono state spazzate via dalle piene. Le condizioni ambientali avverse e la distruzione delle infrastrutture mettono a rischio uno dei settori economici trainanti, cioè il turismo, che finora assicurava circa il 7% del Pil del Paese. Secondo i dati pubblicati dalla stampa locale, quasi il 60% degli arrivi previsti nei prossimi mesi sarebbe stato già disdetto, provocando un ulteriore danno economico.
Numerosi analisti temono che la realizzazione delle infrastrutture di cui il Paese ha bisogno non consideri le mutate condizioni climatiche e le conseguenti dinamiche geofisiche e idrologiche. Gran parte dello sviluppo himalayano continua a essere concepito sulla base di una concezione statica dei pericoli con cui ci si deve confrontare: le strade vengono scavate in pendii instabili; i progetti idroelettrici vengono sviluppati in valli sempre più soggette alle alluvioni; le città si espandono lungo i fiumi; ponti e linee elettriche vengono progettati secondo la logica dell’accessibilità, invece che sulla base dei crescenti rischi. Il clima è cambiato più rapidamente di quanto queste ipotesi ingegneristiche abbiano previsto.
I più colpiti dalle ripetute tragedie degli ultimi mesi sembrano essere soprattutto i giovani e i giovanissimi. Ben ventimila, secondo le stime, sarebbero i minorenni coinvolti nelle conseguenze delle recenti alluvioni, per lo più privi della necessaria assistenza psicologica e spesso anche di quella sociale. “Molti bambini hanno assistito alla morte di persone care. Le alluvioni hanno distrutto abitazioni e scuole e provocato nuovi sfollamenti. In alcuni casi, le famiglie devono ancora fare i conti con persone disperse” – denuncia l’Unicef. La stessa agenzia dell’Onu per l’infanzia mette poi in guardia sull’aumento delle attività dei trafficanti di esseri umani, che approfittano delle condizioni di caos e povertà estrema, provocate dai disastri climatici, per rapire o comprare donne e bambini da famiglie disperate, da avviare al mercato internazionale del sesso, o da trasformare in schiavi da utilizzare in famiglie benestanti e imprese senza scrupoli. Analisti e scienziati addebitano le recenti, gravi catastrofi al cambiamento climatico, che accelera lo scioglimento dei ghiacciai, provocando un numero sempre maggiore di incidenti ed eventi calamitosi. Uno studio realizzato da World Weather Attribution spiega che l’alluvione e la frana, che hanno sommerso il nord del Nepal il 26 agosto, siano state causate dal “riscaldamento incessante, che ha innalzato la quota dello zero termico sino alle vette dell’Himalaya, esponendo così il ghiaccio e il permafrost presenti in profondità nella roccia madre a temperature di fusione più elevate e prolungate, indebolendo i versanti montuosi”.
Il governo di Kathmandu riponeva molte speranze nella possibilità di ricevere aiuti e risarcimenti da parte degli organismi internazionali preposti: per esempio, il Fund for Responding to Loss and Damage, preposto ai risarcimenti climatici, finanziato a livello internazionale con donazioni volontarie da parte dei Paesi più ricchi, ospitato ad interim dalla Banca mondiale e amministrato dalla Convenzione dell’Onu per il cambiamento climatico.
L’organismo dovrebbe destinare risorse economiche ai Paesi in via di sviluppo, colpiti da eventi climatici improvvisi – incendi, alluvioni e valanghe – oppure vittime di fenomeni di lunga durata, come siccità o innalzamento del livello dei mari. Ma l’iter per ottenere i risarcimenti è lungo e complesso, e comunque le somme a disposizione sono largamente insufficienti per concedere sollievo ai Paesi colpiti dalle conseguenze del riscaldamento globale, i quali, al contrario, diventano sempre più numerosi. A fronte dei 2,8 miliardi di dollari richiesti da 119 Paesi – cifra che rappresenta solo una frazione minima dei danni economici arrecati dagli eventi meteorologici avversi – i fondi messi a disposizione dal Fund for Responding to Loss and Damage ammontano a poche centinaia di milioni, che comunque verranno erogati con il contagocce. Alla conferenza di Copenaghen del 2009 i Paesi più ricchi si impegnarono a fornire cento miliardi di dollari all’anno in aiuti climatici ai Paesi in via di sviluppo, a partire dal 2020. Ovviamente la promessa è rimasta lettera morta. Così il Nepal viene punito per un crimine che non ha commesso, come recita un noto proverbio nepalese, secondo cui “una rana viene punita per l’errore di un topo”.
Stando a Bhim Bhurtel – autore di un interessante articolo pubblicato, all’inizio di settembre, su “Asia Times” – quella che ha colpito il Nepal non è una semplice calamità naturale, ma rappresenta “un brutale stress test per un sistema globale iniquo, in cui l’Occidente ha esternalizzato le proprie emissioni, accaparrandosi al contempo i benefici dell’industrializzazione”. Il Nepal produce neanche lo 0,1% della CO₂ da combustibili fossili, mentre le emissioni annuali pro capite di anidride carbonica dei suoi abitanti ammontano a circa 0,63 tonnellate, contro una media mondiale di 4,67 tonnellate. “Perché un Paese con un contributo così trascurabile dovrebbe sopportare un costo così devastante? La risposta è chiara: questa catastrofe è la diretta conseguenza del carbonio che i Paesi occidentali hanno immesso nell’atmosfera fin dalla rivoluzione industriale. Le loro emissioni stanno sciogliendo i ghiacciai himalayani a ritmi senza precedenti. I laghi glaciali si stanno ingrossando fino a raggiungere livelli pericolosi; il rischio di inondazioni catastrofiche dovute allo scioglimento delle nevi aumenta di anno in anno. Non si tratta di una coincidenza: è la crudele asimmetria tra responsabilità storica e vulnerabilità geografica. La causa appartiene a un gruppo di nazioni; le conseguenze ricadono su un’altra” – denuncia l’economista dello sviluppo, analista di economia politica ed editorialista nepalese.
Le radici della profonda diseguaglianza affondano nel funzionamento di istituzioni internazionali come la Banca mondiale, il Fondo monetario e l’Organizzazione mondiale del commercio, che impediscono al Nepal – così come a decine di altri Paesi – di decidere quale percorso di sviluppo seguire imponendogli un presunto “finanziamento climatico”, che in realtà ingabbia Kathmandu in una spirale del debito. Tra il 2011 e il 2021, infatti, il Nepal ha ricevuto circa 5,7 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima. Circa tre miliardi provenivano da banche multilaterali di sviluppo come la Banca mondiale e la Banca asiatica di sviluppo, principalmente sotto forma di prestiti. Come può un Paese povero come il Nepal restituire i prestiti e, allo stesso tempo, far fronte ai crescenti danni causati dalle conseguenze di un riscaldamento globale che impatta sul suo territorio con sempre maggiore intensità e frequenza?
Il programma “Contributo nazionale determinante 3.0” del Nepal stima che, entro il 2035, saranno necessari più di settanta miliardi di dollari solo per finanziare le misure di mitigazione, mentre altri venti miliardi saranno necessari per l’adattamento. Tuttavia, i finanziamenti internazionali disponibili si presentano quasi interamente sotto forma di prestiti, aggravando il peso del debito e indebolendo la capacità di adattamento del Paese, inducendo un circolo vizioso: a ogni disastro, il Nepal si indebolisce e si indebita ulteriormente. Non a torto, l’economista nepalese sottolinea che “trasformare le vittime del cambiamento climatico in debitori rappresenta il fallimento morale delle istituzioni finanziarie occidentali. Chi ha commesso questo crimine maschera la propria colpa distribuendo ‘aiuti’ con delle condizioni: prestiti anziché sovvenzioni, vincoli anziché risarcimenti. Questa è ipocrisia strutturale”.








