• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Analisi » Sul declino industriale dell’Occidente (2)

Sul declino industriale dell’Occidente (2)

Le lacrime di coccodrillo del Nord del mondo. Negli ultimi anni sono stati messi in atto processi di controtendenza. Ma la concorrenza con i Paesi asiatici è ormai troppo sproporzionata

14 Settembre 2026 Vincenzo Comito  683

Per capire meglio cosa sta succedendo ai processi di deindustrializzazione dei Paesi occidentali bisogna guardare all’altra faccia del processo, chiedersi cioè quali sono i vantaggi competitivi presenti nel modello cinese. Intanto, c’è un problema di economie di scala. Citiamo soltanto due casi estremi. C’è una città, in Cina, in cui si producono ogni anno ventiquattro miliardi di paia di calzini. In un’altra, invece, esce dalle fabbriche circa il 95% di tutti gli arredi natalizi del mondo. Un’ulteriore caratteristica cinese è la velocità. È noto il caso dell’auto, settore nel quale mentre le case occidentali richiedevano intorno ai quarantotto mesi per ideare e lanciare sul mercato una nuova vettura, quelle cinesi ne impiegavano diciotto. E bisogna pensare alla grande flessibilità delle imprese, capaci di adattarsi molto prontamente ai mutamenti del quadro esterno. E ancora ricordare la tendenza a pensare a lungo termine, come nel caso delle produzioni per combattere la crisi climatica o in quello del reperimento delle materie prime, in particolare delle terre rare. In Cina si lanciano piani a vent’anni. Parallelamente, il Paese ha ormai il più importante impegno finanziario in ricerca e sviluppo al mondo, avendo superato anche gli Stati Uniti.

Ancora: la stretta integrazione produttiva delle varie filiere. I produttori finali dei vari settori si appoggiano a una grande rete di fornitori che si colloca, in generale, nei pressi degli stabilimenti dei primi, per cui vengono abbattuti fortemente i costi di trasporto, di comunicazione, di ritardi nelle consegne, di concezione di nuovi prodotti. Più in generale, non siamo di fronte a delle singole imprese, ma a un intero ecosistema composto da centinaia di aziende che lavorano in maniera integrata. Si osserva, parallelamente, la tendenza a una forte integrazione produttiva all’interno delle stesse imprese, dal controllo dell’estrazione e lavorazione delle materie prime sino all’esito del prodotto finito. Un caso molto noto in proposito è quello dell’azienda automobilistica Byd.

Un modello speciale e il ruolo dello Stato

Va poi citato il particolare modello concorrenziale presente nel Paese, che vede in tanti settori una miriade di imprese in competizione tra loro (così in quello dell’auto, dopo una prima, feroce, selezione, sono operanti oggi forse circa centocinquanta imprese, destinate presumibilmente a ridursi a una quindicina), con il risultato che c’è un forte stimolo a migliorare continuamente le prestazioni e ad abbassare i prezzi, certo con il rischio di esporre il settore a una forte riduzione dei margini economici. Va ancora rilevato come nelle fabbriche cinesi si assista a un elevato livello di automazione, con il diffondersi delle fabbriche senza operai, nonché di tutte le tecnologie hardware e software più avanzate. Siamo comunque in presenza, per altro verso, di una forza lavoro molto qualificata e abbondante. L’esistenza di importanti differenze nello sviluppo economico dei vari territori del Paese, oltre agli stessi processi di automazione, permette di mantenere all’interno la produzione di settori tradizionali e ad alto contenuto di manodopera, quali il tessile-abbigliamento, il legno-arredamento, ecc., grazie anche al basso costo della manodopera registrabile nelle regioni più periferiche.

Bisogna inoltre ricordare gli aiuti pubblici. Ci sono certamente importanti sussidi in diversi settori e sotto diverse forme, ma questo elemento non può essere quello centrale della competitività cinese, come pretenderebbe di far credere l’Unione europea per giustificare l’imposizione di dazi e altri ostacoli alle esportazioni cinesi nel continente; d’altro canto, se gli aiuti pubblici fossero così efficaci, perché non fare come il Paese asiatico?

Tutto questo ci porta a riflettere sul fondamentale ruolo dell’operatore pubblico. Oltre al sistema di incentivi citato, bisogna considerare una burocrazia efficiente e molto veloce, attenta ai problemi dell’economia, una scuola che sforna ogni anno un numero enorme di laureati in materie Stem e in particolare in ingegneria (così imprese come Huawei e Xiaomi possono impiegare ciascuna circa centomila laureati in tale disciplina e Byd centoventimila), dei servizi di classe mondiale per quanto riguarda trasporti ferroviari, stradali, logistica. Va sottolineata la presenza delle grandi banche pubbliche, con le prime quattro che sono le più grandi al mondo, nonché delle istituzioni finanziarie, anche queste pubbliche, che supportano in maniera adeguata il sistema delle imprese in patria e all’estero. Più in generale, con i piani di orientamento quinquennali dell’economia che fissano i grandi obiettivi e le strategie, e con la guida e supervisione costante della macchina economica, mentre il governo controlla direttamente un rilevante numero di impreseoperanti in alcuni settori strategici, e spinge il sistema verso i risultati di sviluppo desiderati. Così, alla fine, si ha un sistema produttivo sofisticato e difficile da replicare altrove.

I nuovi insediamenti produttivi cinesi all’estero e i tentativi di reindustrializzazione in Occidente

Ma ci stanno provando gli stessi cinesi. Negli ultimi anni, gli investimenti per costruire fabbriche in tutto il mondo da parte delle imprese del Paese asiatico si sono intensificati (dati aggiornati su “The Economist”, “Routes and Branches”, 22 agosto 2026). Nel periodo 2023-2025 esse hanno speso più di duecento miliardi di dollari a questo fine. Tali investimenti si vanno espandendo in maniera quasi uniforme in tutte le regioni del mondo. Ma, al seguito delle fabbriche di prodotti finiti, stanno arrivando anche molti dei fornitori delle stesse, ricostruendo così in giro per il mondo le catene di fornitura presenti in Cina; o almeno, gli investimenti crescono anche nella logistica, per collegare meglio i produttori finali con i fornitori presenti nella madre patria. Imprese cinesi operano in almeno centotrentadue porti stranieri, e avanzano anche nel settore degli aeroporti e delle ferrovie. Gli investimenti sono poi concentrati nei settori strategici, auto elettriche, prodotti per l’energia pulita, data center. La stampa internazionale segnala una crescita di acquisizioni di imprese occidentali, da parte di quelle cinesi, nel settore dei beni di consumo, alla ricerca di marchi più o meno noti, altrimenti punto debole delle imprese cinesi. Ne ha parlato di recente Isabelle Chaperon su “Le Monde” (“Les capitaux chinois à l’affût des marques occidentales”, 21 agosto 2026).

Nell’ultimo periodo, come già accennato, alcuni Paesi, in particolare la Francia e gli Stati Uniti, hanno varato dei programmi di reindustrializzazione. Vediamoli più da vicino.

Dalla fine degli anni Settanta del Novecento, la Francia ha conosciuto una deindustrializzazione massiccia, segnata dalla chiusura di fabbriche, dalla perdita di impieghi industriali e da una diminuzione tendenziale del peso dell’industria sul valore aggiunto nazionale. (Una ricostruzione del fenomeno la propone Anaïs Voy-Gillis, “Relocalisations: quelles avancées, quels obstacles?”, “Cahiers français”, gennaio-febbraio 2026). Il governo ha varato un piano di reindustrializzazione nell’ottobre 2021, “France 2030”, con lo stanziamento di 54 miliardi di euro; il piano prometteva il ritorno del peso del settore industriale sul Pil al 15% nel 2035. Le somme stanziate dovevano essere utilizzate, tra il 2022 e il 2027, mentre si prevedono ormai due-tre anni almeno di ritardi e la stessa scadenza del piano è stata riportata in avanti; i risultati a oggi, al di là della propaganda ufficiale, appaiono deludenti, ancora con un indebolimento progressivo del settore industriale e con il suo peso sul Pil in ulteriore riduzione.  Così, per esempio, nel 2025 sono stati aperti 116 nuovi impianti industriali nel paese, ma ne sono stati chiusi 179. (Ne parla BastienBonnefous su “Le Monde”,“L’industrie française s’est enfoncée un peu plus dans la crise en 2025”, 6 febbraio 2026). Il piano prevedeva tra l’altro, per il 2030, il ritorno alla produzione di due milioni di veicoli, ma, a metà del 2026, appare chiaro che tale obiettivo non sarà probabilmente raggiunto. Incidentalmente, in Italia il governo e i sindacati spingono da diversi anni per ritornare a una produzione di un milione di auto, ma anche quest’obiettivo appare irraggiungibile.

A livello di Unione europea, è stata avviata nel marzo del 2026 una proposta, l’Industrial Accelerator Act, per spingere la capacità industriale, nonché la decarbonizzazione nei singoli Paesi; il piano ha tra l’altro una forte impronta protezionistica. Tale proposta prevederebbe che il peso della manifattura sul Pil dell’area, che oggi si colloca al 14,3%, arrivi al 20% entro il 2035. Tale proposta sarà peraltro difficilmente approvata, almeno nella presente forma, per le molte opposizioni che suscita, e appare comunque del tutto velleitaria, come del resto sostanzialmente tutte le mosse di politica industriale varate in questi anni dall’Unione. Di fatto, il peso del settore industriale sul Pil dei singoli Paesi continua a scendere. Ricordiamo che con il lancio dello European Chip Act, nel 2021, l’Unione mirava a ottenere che la parte di mercato mondiale nel settore dei semiconduttori, che si collocava allora intorno all’8%, arrivasse nel 2030 al 20%; ma i risultati a oggi appaiono estremamente deludenti, e sembra molto difficile raggiungere l’obiettivo. Anzi, si pensa che l’attuale percentuale sia destinata semmai a continuare a scendere, vista la forte dinamica di sviluppo dei Paesi asiatici nel settore, in particolare poi con l’esplosione delle produzioni per le attività legate all’intelligenza artificiale.

Intanto, negli Stati Uniti, Trump pensava che con i dazi all’importazione il settore manifatturiero si sarebbe risvegliato da un lungo sonno. Come aveva dichiarato, “posti di lavoro e fabbriche torneranno con entusiasmo nel nostro Paese”. Il presidente pensava di ottenere una forte crescita dell’occupazione anche attraverso la spinta alle attività del settore petrolifero (Drill, baby, drill). Ma dal momento in cui Trump è diventato presidente per la seconda volta, il settore industriale ha perso un numero rilevante di posti di lavoro, circa centomila. D’altro canto, le prospettive future non appaiono rosee. Le imprese del settore, di fronte all’incertezza generata dal continuo cambiamento nei livelli dei dazi, sono disturbate nei loro piani di investimento, soprattutto per quanto riguarda le possibili decisioni di reshoring. Ci sono poi i problemi legati specificamente alle tariffe degli input produttivi, dal momento che la quantità importata degli stessi appare elevata. Le probabilità che i dazi favoriscano un boom del settore industriale appaiono più evanescenti che mai (“The Economist”, “The Cruellest Year”, 4 aprile 2026). Per quanto riguarda le imprese degli altri Paesi, con le trattative con l’Unione europea, il Giappone, la Corea del Sud e con i Paesi del Golfo, Trump ha fatto loro firmare impegni di investimenti negli Stati Uniti per molte centinaia di miliardi di dollari, ma resta da vedere se e quanto tali impegni si tradurranno in investimenti effettivi. Qualche risultato lo si sta comunque ottenendo, con le buone o con le cattive, nei settori farmaceutico e dei chip. Fanno crudelmente difetto, del resto, gli ingegneri, i tecnici specializzati, gli operai esperti, senza i quali è molto difficile innescare dei nuovi processi industriali a livelli significativi. Vi si registra, inoltre, un livello molto alto del costo del lavoro e degli altri input produttivi.

Si pensi che la Russia, con una popolazione inferiore di 2,4 volte a quella statunitense (145 milioni di abitanti contro 348 milioni, nel 2025) forma più ingegneri degli Stati Uniti, mentre questi ne laureano 140.000 all’anno, contro 1.800.000 in Cina e i 1.400.000 in India. La Cina licenzia quattro milioni di laureati Stem all’anno, l’India 2,5 milioni, e, secondo l’Ocse, all’orizzonte 2030, i laureati Stem nei due Paesi rappresenteranno il 60% del totale mondiale. Un elemento di curiosità è che il Paese che ha il maggiore numero di ingegneri, in rapporto a quello degli abitanti, è l’Iran. Negli Stati Uniti, comunque, il settore industriale mostra segni di ripresa; lo sta facendo non grazie, ma nonostante le misure di Trump. Segnali di forte crescita provengono dalle produzioni che alimentano il grande sviluppo dell’intelligenza artificiale; e c’è poi il settore aerospaziale, con la crescita delle consegne di Boeing e l’impennata delle vendite nel settore militare, mentre i settori che avrebbero dovuto approfittare dei dazi di Trump mostrano sintomi di debolezza. 

Infine, in Gran Bretagna, un Paese da molto tempo all’avanguardia nello spingere il settore dei servizi, il nuovo primo ministro, Andy Burnham, appena eletto, nel luglio 2026, ha scoperto anche lui la necessità di una reindustrializzazione, ma le sue idee in proposito sembrano piuttosto frettolose e confuse. Conquistare di nuovo quote di mercato nell’industria, sottraendole necessariamente alla Cina, appare un’impresa disperata. Sembra più plausibile una spinta in senso contrario.

Perché avere un settore industriale sarebbe molto utile

L’utilità di avere un settore industriale forte ha origine da diversi elementi. Con lo scoppio della pandemia, i Paesi europei e gli Stati Uniti si sono ritrovati sostanzialmente privi di produzioni sanitarie indispensabili, che sono state importate dalla Cina. Sul momento, c’era stata la promessa di colmare la lacuna, ma i risultati appaiono modesti. Ora la crisi iraniana mostra, di nuovo, come i Paesi occidentali siano, per esempio, fortemente dipendenti dalla produzione di fertilizzanti (il 30% di tali prodotti passa per lo stretto di Hormuz). I principali produttori sono la Russia e la Cina, e, d’altra parte, la loro manifattura richiede alcuni input scarsamente disponibili, quali l’urea, lo zolfo, l’ammoniaca, con tra il 30% e il 45% di queste produzioni che passano ancora per lo stretto di Hormuz. Un discorso, per molti aspetti simile, vale per l’alluminio, prodotto in gran parte da Cina, India, Russia. Anche le produzioni legate alle energie pulite appaiono carenti e, ancora una volta, dipendenti dalla Cina. Una parte consistente dei servizi e di quelli più qualificati è, d’altronde, collegata strettamente con l’industria. Questa genera un rilevante livello di occupazione qualificata e di spese in ricerca e sviluppo, cosa che non si può dire di molti servizi. Infine, le attività dell’intelligenza artificiale hanno bisogno, per svilupparsi, di produzioni industriali rilevanti, in particolare quella dei data center, che assorbono la gran parte degli enormi investimenti praticati nel settore.

In conclusione, per quanto riguarda l’economia e le tecnologie (secondo i dati della Banca mondiale, il Pil dei Paesi del Sud del mondo, misurato con il criterio della parità dei poteri di acquisto, si aggira intorno al 60% di quello mondiale, mentre, come già ricordato, nel 2024 le spese di ricerca e sviluppo della Cina hanno raggiunto quelle statunitensi, superandole negli ultimi anni), il peso e l’importanza dei Paesi del Nord, nella produzione manifatturiera mondiale, appaiono in prospettiva molto ridimensionati, e i tentativi di fare qualcosa per contrastare la tendenza e avviare dei processi di reindustrializzazione sono di difficile realizzazione; semmai c’è il rischio che anche le imprese di altri settori, risparmiate finora dalla tormenta, perdano posizioni di mercato e posti di lavoro di fronte all’offensiva dell’Asia e della Cina.

(La prima parte di quest’analisi qui)

716
Archiviato inAnalisi
TagsCina deindustrializzazione Occidente reindustrializzazione Stati Uniti Unione europea Vincenzo Comito

Articolo precedente

Ex Ilva, lo spegnimento dell’area a caldo

Articolo successivo

Due guerre in stallo: fino a quando?

Vincenzo Comito

Articoli correlati

La Corea del Nord rafforza i legami con la Russia

Argentina, miseria senza fine

Sul declino industriale dell’Occidente (1)

I talebani corteggiano Washington

Dello stesso autore

Sul declino industriale dell’Occidente (1)

Intelligenza artificiale, verso la distruzione dell’umanità?

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Legge elettorale, la destra compatta nel voto segreto
Stefania Limiti    5 Ottobre 2026
La Francia di nuovo in fiamme
Rino Genovese    2 Ottobre 2026
Pensioni, promesse e tradimenti
Paolo Andruccioli    29 Settembre 2026
Ultimi articoli
Magistratura militare, uno strano concorso
Marianna Gatta    9 Ottobre 2026
In Nepal diluvia sul bagnato
Marco Santopadre    8 Ottobre 2026
Conflitto d’interessi nell’oro nero
Marianna Gatta    7 Ottobre 2026
Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo
Guido Ruotolo    6 Ottobre 2026
In Brasile ballottaggio in salita per Lula
Claudio Madricardo    6 Ottobre 2026
Ultime opinioni
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
La Francia vieta i social agli “under 15”
Stefania Tirini    27 Luglio 2026
Ultime analisi
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Sul declino industriale dell’Occidente (2)
Vincenzo Comito    14 Settembre 2026
Ultime recensioni
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giuseppe Conte governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA