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Home » Articoli » La Corea del Nord rafforza i legami con la Russia

La Corea del Nord rafforza i legami con la Russia

Al tempo stesso restano saldi i rapporti con la Cina

18 Settembre 2026 Marco Santopadre  1435

Il migliore alleato di Pyongyang, storicamente, è stata la Repubblica popolare cinese. Il legame è stato ribadito l’8 e il 9 giugno scorsi, quando il presidente Xi Jinping ha visitato la Corea del Nord. L’incontro precedente risaliva al settembre del 2025, quando il leader nordcoreano si era recato a Pechino per partecipare alle celebrazioni per l’anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale. La visita ha rappresentato l’occasione per decidere il ripristino di alcuni collegamenti ferroviari e aerei per passeggeri, e l’intensificazione dei contatti diplomatici. La Corea del Nord ha avviato un nuovo piano quinquennale di sviluppo che punta a rafforzare il settore turistico, ad aumentare la costruzione di nuove abitazioni, a rilanciare gli investimenti, e in questo senso la partnership con la Cina è fondamentale.

Il doppio incontro, nel giro di pochi mesi, è stato letto, però, come la manifestazione della volontà cinese di riportare più saldamente Pyongyang nella propria orbita, in seguito al rapido sviluppo delle relazioni tra la Corea del Nord e la Federazione russa. Kim Jong Un ha colto la palla al balzo per rafforzare le relazioni con Pechino, ma non ha rinunciato ad approfondire quelle con Mosca, cresciute notevolmente dopo l’invasione russa dell’Ucraina. D’altronde, la competizione tra la Russia e la Cina non può che giovare a un Paese con scarse risorse e tuttora notevolmente isolato a livello internazionale. Oltretutto, la possibilità di giocare su due tavoli permette a Pyongyang di aumentare il proprio margine di manovra e di non rimanere schiacciato dall’abbraccio con un unico potente interlocutore. Così Kim Jong Un sta continuando a perseguire un rafforzamento della sua alleanza strategica con Mosca, dalla quale giungono crescenti finanziamenti, trasferimenti di cibo, energia e tecnologia. A evidenziare il crescendo delle relazioni, è stata l’inaugurazione nei giorni scorsi, con ben sei mesi di anticipo, del primo ponte stradale tra i due Paesi, quello che unisce la città russa di Khasan al distretto nordcoreano di Tumangang. Lungo più di un chilometro, il ponte sul fiume Tumen affianca il preesistente “ponte ferroviario dell’Amicizia”, finora unico collegamento fisico tra i due Paesi. L’infrastruttura è il risultato del partenariato strategico, siglato nel 2024 da Vladimir Putin e Kim Jong Un, che ha aperto una fase di collaborazione senza precedenti.

Secondo le statistiche commerciali ufficiali, dalla Cina proviene il 98% del commercio estero nordcoreano. Ma il commercio bilaterale tra la Corea del Nord e la Russia aveva già raggiunto i 53 milioni di dollari nella prima metà del 2025 contro i 34,4 milioni dell’intero 2023. Le statistiche ufficiali, inoltre, non tengono conto del notevole volume degli scambi commerciali non ufficiali, perlopiù finalizzati a eludere le sanzioni delle Nazioni Unite. Secondo l’Istituto sudcoreano per la strategia di sicurezza nazionale (si tratta ovviamente di stime da prendere con le molle), la Corea del Nord avrebbe incassato quattordici miliardi di dollari dalla Russia tra l’agosto 2023 e la fine del 2025, principalmente attraverso pagamenti per armi e rifornimenti ai soldati, ma anche tramite altre esportazioni di cibo e carburante realizzate clandestinamente. In cambio dell’aumento delle relazioni e degli investimenti economici, Pyongyang sta assicurando alla Federazione russa l’invio di migliaia di soldati da impiegare sul fronte ucraino. Non solo: la Corea del Nord sta mettendo a disposizione di Mosca anche decine di migliaia di lavoratori specializzati in grado di rimpiazzare i russi impegnati al fronte o fuggiti all’estero, oppure semplicemente di colmare le gravi carenze di manodopera generate dalla contrazione demografica e dall’invecchiamento della popolazione. Secondo i servizi di intelligence militare ucraini, in Russia starebbero per arrivare trentamila soldati nordcoreani, dotati di lanciamissili balistici. Stando a un funzionario dei servizi segreti di Kiev, un’unità missilistica di Pyongyang sarebbe stata dispiegata nella regione russa di Voronež, e avrebbe effettuato già due lanci contro il territorio ucraino.

Difficile dire se quanto denunciato da Kiev risponda a verità, e finora nessun’altra agenzia di intelligence ha confermato quanto affermato dai servizi ucraini. È noto che Zelensky chiede un maggiore sostegno militare da parte della Corea del Sud, dal cui governo il presidente ucraino pretende la revoca delle restrizioni sulla vendita diretta di sistemi per la difesa missilistica. Zelensky potrebbe voler approfittare del clima di smarrimento che regna a Seul, dopo che, il 16 agosto, Trump ha annunciato di avere ordinato al Dipartimento della difesa di “ridurre in maniera sostanziale” le esercitazioni militari congiunte tra i due eserciti. Il tycoon ha definito tali esercitazioni “costose” e “ostili” nei confronti di Pyongyang, descritto come Paese “non minaccioso e rispettoso”. Alcuni analisti hanno considerato il messaggio di Trump una reazione alla decisione da parte di Seul di non inviare navi militari a sostegno degli sforzi statunitensi per riaprire lo stretto di Hormuz, ma è innegabile che l’inquilino della Casa Bianca abbia sempre cercato un appeasement con Kim Jong Un che non tranquillizza i sudcoreani.

Che gli allarmi ucraini e sudcoreani sul coinvolgimento di Pyongyang nel conflitto ucraino siano più o meno fondati, è un fatto che, in generale, il massiccio invio di soldati in Russia da parte della Corea del Nord non risponde soltanto alla necessità di ricevere una contropartita in termini tecnologici o economici, ma anche all’opportunità di addestrare il proprio esercito – numeroso, ma che non opera sul campo dal 1973, quando 1.500 militari e istruttori furono inviati in Egitto durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele – alle tecniche moderne di combattimento, rafforzandone le capacità militari. Secondo stime oggettive, la Corea del Nord avrebbe inviato al fronte tra i dodicimila e i sedicimila uomini, impiegati soprattutto per respingere l’incursione ucraina nel territorio russo di Kursk, in modo da non distogliere i reparti russi dall’offensiva contro il Donbass. Le truppe nordcoreane potrebbero essere utilizzate in futuro sul territorio ucraino, ma ciò rappresenterebbe un passo rischioso, sia a causa del possibile aumento delle perdite sia per le conseguenze diplomatiche scatenate dallo sconfinamento nel Paese invaso.

Ad aprile, intanto, nella capitale nordcoreana è stato inaugurato in pompa magna il Museo commemorativo delle imprese belliche per le operazioni militari all’estero, una sorta di memoriale che raccoglie alcuni trofei di guerra, come carri armati statunitensi e tedeschi, ma anche le tombe dei circa duemila soldati caduti nella regione di Kursk. Negli anni scorsi, Pyongyang ha sostenuto lo sforzo bellico russo con ingenti rifornimenti di munizioni e pezzi di artiglieria. Negli ultimi mesi, con l’aumento dell’utilizzo dei droni e dei missili balistici, queste dotazioni sono diventate meno importanti, ma la Corea del Nord assicura comunque un potenziale rifornimento in caso di bisogno. Per ora, la scelta di Kim Jong Un di incrementare l’alleanza con la Russia, a costo di esporre il Paese alle conseguenze del coinvolgimento nella guerra, si sta rivelando vincente. Ma se il conflitto tra Mosca e Kiev dovesse cessare, o anche solo ridursi di intensità, l’interesse della Federazione nei confronti della Repubblica popolare democratica di Corea potrebbe scemare. Al contrario, l’interesse della Cina per il vicino – e per la sua stabilità – ha un carattere strategico e di lungo periodo.

Intanto, lo scorso 7 settembre, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rivelato che la Corea del Nord ha costruito un nuovo impianto per l’arricchimento dell’uranio nel complesso nucleare di Yongbyon, propedeutico a un ampliamento del proprio arsenale militare atomico. La mossa avrebbe fatto seguito alla tacita accettazione, da parte della Cina, dello status nucleare di Pyongyang, dopo che, per molti anni, Pechino aveva sostenuto la necessità di una denuclearizzazione della penisola coreana. D’altronde, Pyongyang ha più volte ribadito che il possesso di un arsenale nucleare rappresenta un deterrente essenziale per impedire aggressioni militari al Paese, e quanto accaduto all’Iran, negli ultimi tempi, sembra confermare questa lettura.

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