Pensata da una mente fascistissima. Cinquecentomila firme necessarie per le liste fuori dal parlamento, finte preferenze, stop alla parità di genere e tutto in mano a un capo. Ma tra mercoledì 9 settembre sera e giovedì 10 mattina sembrava venisse giù la legge elettorale di Giorgia Meloni: ai più accorti, tuttavia, in quelle ore non è sfuggito che intanto veniva già calendarizzata alla Camera per la terza, rapida (per le opposizioni straziante) lettura. Fratelli d’Italia aveva infatti reso noto, tra lo sconcerto e il disorientamento di Matteo Salvini e Antonio Tajani, che volentieri avrebbero, forse, votato il subemendamento del Pd che introduceva preferenze reali, a partire dai capilista, compresa l’alternanza di genere.
Nel primo pomeriggio di giovedì, il nodo è stato sciolto come poteva prevedersi: e cioè, dopo avere ricattato gli alleati estremamente nervosi e scontenti, com’è emerso dal susseguirsi dei vertici di maggioranza, Fratelli d’Italia ha ottenuto la pace interna e piegato i riottosi amici a cui proprio non vanno giù, tra l’altro, i grandi collegi plurinominali. Il Senato ha quindi iniziato l’approvazione, nel pomeriggio di ieri, del testo che vi avevamo anticipato (vedi qui), dando il via libera all’emendamento che introduce finte preferenze e una finta alternanza di genere che scattano, infatti, dal secondo in lista, essendo i capilista bloccati, anzi diremmo blindatissimi: si consideri che nei vasti collegi plurinominali solo i partiti più grandi potranno contare sulla elezione di parlamentari scelti, visto che settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato sono già optati nel listino super-bloccato. Dunque, dell’impianto proporzionale della legge resta una contabilità vuota: nel complesso, questa legge è stata pensata da uno spirito appunto fascistissimo, con l’obiettivo di delegare a un leader di fatto eletto direttamente (il capo della coalizione espressamente indicato nella scheda) l’azzeramento del parlamento, dove siederà un manipolo di nominati dalle segreterie e a loro devoti, dove sarà cancellata l’alternanza di genere, con una mossa che fa sbalordire perfino chi ha sempre guardato con sospetto se non ostilità al femminismo della parità, e dove una nuova forza politica potrà candidarsi solo se riuscirà a raccogliere non più millecinquecento ma seimila firme, come minimo, e non più duemila ma settemila come massimo, che per ogni collegio plurinominale, si intende tra i cittadini/e residenti in quel collegio; se consideriamo che l’operazione va ripetuta nei quarantanove collegi plurinominali della Camera e nei ventisei collegi del Senato, e che per sicurezza sarà bene presentare non meno di 6500 firme, prevedendo qualche possibile esclusione, significa che saranno necessarie 487.500, per le formazioni non presenti in parlamento. È la fine del sistema democratico in cui abbiamo vissuto dal dopoguerra. Eppure, secondo i rumors, Giorgia Meloni è infuriata perché alla fine dovrà misurarsi con una forza come quella di Vannacci: non lo aveva calcolato, e questo scompagina i suoi piani di assalto.








