La forsennata corsa legislativa della destra verso una legge elettorale, già bollata da una vasta e trasversale schiera di esperti come anticostituzionale, si è fermata per il momento con il rinvio dell’esame in Aula. Una settimana in più, “solo una settimana, come deciso dalla conferenza dei capigruppo di Montecitorio, per continuare a trattare, in fin dei conti l’Aula slitta al 14 luglio, nessun dramma” – dicono in sintesi gli esponenti della destra, tra i quali però il clima è tutt’altro che disteso. La questione delle preferenze, su cui Giorgia Meloni intende puntare senza concedere nulla ai riottosi alleati, sembra più ostica di quel che intendano mostrare.
Dopo la prima riunione degli addetti ai lavori di lunedì 29 giugno, in via della Scrofa, finita con un nulla di fatto, non ne sono ancora seguite altre. Matteo Salvini, intanto, “fischietta”, dice che non gli interessa granché la materia elettorale: probabilmente, gli basta che il suo gruppo di fedelissimi abbia un posto al sole garantito dal “listone” bloccato previsto dal testo (come vi abbiamo raccontato qui), e, intanto, mette sotto il tappeto lo scontro interno con Luca Zaia (al punto da chiedere la testa, com’è trapelato senza smentite, della brava giornalista dell’agenzia Agi, Federica Valenti, esperta di faccende leghiste, che aveva scritto un pezzo non gradito al capo); quanto al partito di Mediaset, Tajani fa sapere che la questione è in mano ai tecnici, i vertici non hanno fatto trapelare ancora nulla, preoccupati della possibile alleanza con la Vandea vannacciana.
Lo scorso martedì, ha visto le prime mosse di un pezzo autorevole della società civile, una schiera di costituzionalisti e personaggi pubblici, scrittori, artisti, giornalisti, che si sono incontrati a Roma, al Teatro dei servi, per un incontro dal titolo: “Mille voci per un voto uguale. Legge elettorale: ritorniamo alla Costituzione”. Chiamati a raccolta da Costituzione e democrazia e dalla Fondazione Demo, con il sostegno di altre organizzazioni – Articolo 21, Comitato avvocati per la Costituzione (Bari), Rete per la difesa e l’attuazione della Costituzione (Palermo), Carte in regola, Osservatorio per la libertà e la giustizia sociale, Salviamo la Costituzione, Comitato iniziative popolari, Giustizia insieme, Questione giustizia –, l’evento ha segnato un primo momento di confronto dopo la vittoria referendaria, e intende organizzare una vasta mobilitazione contro le forzature della maggioranza sulla legge elettorale, sulla scia della battaglia in difesa della Carta del 1948: “Ritorniamo alla Costituzione per un voto uguale”, recita uno degli slogan, mentre un esponente di punta, Roberto Zaccaria, già docente e presidente della “Rai dei professori”, fa sapere: “Noi non ci fermiamo qui. Abbiamo fatto la prima iniziativa di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione, costituiremo una rete nazionale di organizzazioni e associazioni, ripristinando lo spirito referendario che ha portato alla bocciatura della riforma della giustizia. Si tratta già di quindici realtà, ma se ne aggiungeranno altre, per promuovere iniziative in tutta Italia”. Se la legge elettorale verrà approvata – ha spiegato – “come costituzionalisti e avvocati solleveremo il ricorso alla Corte costituzionale. Lo faremo tempestivamente davanti a moltissimi tribunali italiani”.
L’iniziativa, che ha visto la partecipazione anche dei leader del “campo largo” (chiamiamolo ancora così in attesa di vederne meglio forma e sostanza), tenta di replicare la mobilitazione delle coscienze democratiche, con solidi argomenti rispetto alle preoccupanti prospettive. Se dovesse passare la sciagurata legge, le coalizioni sarebbero ammesse alle competizioni elettorali soltanto se in grado di esprimere un leader: pena la messa fuori gioco dalle elezioni. Il nome indicato dalla alleanza vincente, ovviamente, il giorno dopo la chiusura delle urne risulterebbe incoronato presidente del Consiglio: un modo per introdurre l’elezione diretta del premier, e liberarsi della figura del capo dello Stato, che resta un punto di equilibrio costituzionale significativo a dispetto dell’apparente levità dei suoi poteri. Anche un presidente non conflittuale, come Sergio Mattarella, che ha dato prova in tante occasioni di voler “lasciar fare”, resta un punto critico che attenua quei pieni poteri a cui Meloni (e prima ancora Salvini) aspira – per bramosia di potere, per ideologia autoritaria, per disprezzo dei bilanciamenti democratici.








