“Povera Milano”, direbbe il comico Maurizio Crozza imitando il primo cittadino del capoluogo lombardo, Beppe Sala. La fase preelettorale per l’elezione del nuovo sindaco si sta infatti presentando, ancora una volta soprattutto per il centrosinistra, con modalità “caotiche e tragiche”, come direbbe Fantozzi per restare nell’ambito della comicità. Questa volta, però, i probabili protagonisti del voto meneghino rischiano di far tornare indietro la città di alcuni decenni, evocando periodi bui nella storia della capitale del Nord Italia. Così, a un Mario Calabresi che la settimana scorsa aveva annunciato la sua candidatura per il centrosinistra, si potrebbe contrapporre una Stefania Craxi per il centrodestra. La proposta è per ora legata solo – ma è difficile crederlo – al pensiero dell’architetto Stefano Boeri, del resto coinvolto in tre diversi procedimenti giudiziari (sul tema vedi qui, qui e qui) e vicino al Pd, che con tutta evidenza avrà avuto l’assenso di Stefania Craxi, prima di esprimere questo auspicio nelle pagine di “Repubblica”.
Il messaggio è arrivato. Due parole, Calabresi e Craxi, che ci riportano, come dicevamo, a due momenti drammatici nella vita della metropoli lombarda, e dell’Italia intera. Mario Calabresi, classe 1970, è un giornalista affermato, già direttore di “La Stampa” e di “Repubblica”, oltre che presidente e direttore editoriale, anche in questo caso ex – ha abbandonato tutti i suoi incarichi dopo la decisione di candidarsi – di Be Water, la società che ha co-fondato e che produce i media di informazione “Chora”, “Will” e “Cronache di spogliatoio”. La sua storia familiare è drammatica. Suo padre, il commissario Luigi Calabresi, venne ucciso il 17 maggio del 1972 da un commando di Lotta continua, composto da Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, che agirono su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani: tutti e quattro condannati dopo un processo pieno di contraddizioni, tanto che a favore dei quattro si formò un nutrito gruppo di intellettuali, giornalisti e politici, convinti della loro innocenza.
Il commissario era ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, finito nel mirino delle forze dell’ordine come organizzatore della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Tre giorni dopo, l’uomo precipitò nel vuoto da una finestra di una stanza della questura dove, da molte ore e ben oltre i limiti della legalità, era sottoposto a un estenuante interrogatorio. Il commissario fu ritenuto estraneo al fatto, perché non si trovava nella stanza nel momento in cui si perpetrava quello che molti ritennero un omicidio. Una ricostruzione dei fatti però poco verosimile: essere a pochi metri da dove si stava consumando il tragico evento scagionava colui che era comunque il responsabile “oggettivo” dell’interrogatorio che si stava conducendo? Ma ormai, per una maggioranza dell’opinione pubblica nazionale, il nome Calabresi (a favore del commissario è stato addirittura avviato un processo di beatificazione) non costituisce più un problema. E tuttavia, soprattutto a una generazione che ben ricorda quel triste periodo, non piacerà molto ritrovarsi un sindaco con quel cognome.
Craxi, com’è noto, è la figlia di Bettino, segretario del Partito socialista dal 16 luglio 1976 all’11 febbraio 1993, uscito di scena dopo essere stato travolto dalle inchieste di Tangentopoli e costretto a rifugiarsi in Tunisia, dove morì il 19 gennaio del 2000. Un politico riabilitato dalla destra – e anche da una parte, sia pure minoritaria, della sinistra. Sappiamo bene che cosa ha significato per Milano quel periodo terribile, quello appunto della “Milano da bere”, che per qualcuno, tra i quali la figlia, rappresentava invece la Milano dinamica; per altri, come lo scrittore Corrado Stajano, un concentrato affaristico-criminale. L’assist di Boeri a Stefania Craxi si inserisce in un contesto che è ancora d’indecisione circa la scelta del candidato sindaco della destra; ma non c’è dubbio che la figlia dell’ex segretario socialista possa avere una marcia in più nei confronti di candidati poco attraenti tra quelli proposti dalle forze politiche governative, che non guidano Milano dalla legislatura 2006-2011 con Letizia Moratti.
Tornando poi al caos endemico – che in ogni dove, locale o nazionale, caratterizza la scelta dei candidati del centrosinistra – l’arrivo di Calabresi, che dovrebbe ufficializzare la sua decisone nella festa dell’Unità di Milano del 12 settembre prossimo, non poteva non creare nuovi problemi e scenari rischiosi, potenzialmente favorevoli alla destra. Sostenuto subito da Azione di Calenda, e dalla solita minoranza Pd, Calabresi, il cui nome come possibile sindaco di Milano circolava già da tempo, non si sarebbe neanche degnato di comunicare le sue intenzioni alla segretaria del principale partito che dovrebbe sostenerlo, Elly Schlein. L’annuncio non poteva che essere accolto freddamente, oltre che dalla leader del Nazareno anche da tutto il resto della coalizione, che si è vista arrivare dall’alto un corpo estraneo che nella vita tutto ha fatto tranne che il politico. Il suo moderatismo è con tutta evidenza sinonimo di guerra a Elly e ai suoi, considerando anche che in Lombardia i “riformisti” possono contare su nomi importanti come Giorgio Gori e Lia Quartapelle.
Di fronte a quanto sta avvenendo, Pier Francesco Majorino, assessore alle politiche sociali con Pisapia e Sala, ed esponente della segreteria del partito, accelererà i tempi per formalizzare la sua candidatura. Naturalmente c’è sempre di mezzo il problema delle primarie. Si dovrebbero tenere all’inizio del 2027, ma il condizionale è più che d’obbligo. Azione, che nulla ha a che vedere con la sinistra, pretenderebbe che si accettasse Calabresi senza primarie, volute invece da Majorino e da altre forze pronte a presentare propri ulteriori candidati, che poi, nel ballottaggio, farebbero convergere i propri voti sull’assessore, anche se allo stato attuale delle cose non è affatto certo che ci sia un secondo turno. Alla fine della fiera, la sfida all’interno del centrosinistra riguarderebbe con tutta probabilità solo l’ex giornalista e un politico a tutto tondo, che da palazzo Marino manca da tempo. Ma non è neanche da escludere che Schlein e i suoi alleati isolino il giornalista che, a quel punto, diventerebbe solo un candidato centrista.
Intanto, tra chi non vorrebbe le primarie e chi le desidera con due o più candidati siamo di fronte al solito irrisolvibile caos frutto della degenerazione della forma partito, che nessuno vuole mettere in discussione fino a quando il centrosinistra mantiene, nel bene e anche nel male, consensi importanti. A livello nazionale, le primarie sono ritenute necessarie a seconda delle convenienze: vedi Conte che le vuole prima del programma e chi dopo, come Schlein e l’Alleanza verdi-sinistra. Con la fantasia che lo contraddistingue il saggista e politologo, oltre che collaboratore di “terzogiornale”, Antonio Floridia ha cercato recentemente nelle pagine del “manifesto” una soluzione: la realizzazione di un testo del programma concordato da tutti i leader delle forze in campo, il rifiuto della logica di un “uomo o donna solo/a al comando” e, in caso di vittoria, un accordo per delegare, come prevede la Costituzione, al presidente della Repubblica la scelta di un o una premier adatto/a per guidare il Paese. Un’ipotesi irrealistica? “Può darsi – scrive Floridia sulle pagine del “quotidiano comunista” – ma allora ci si spieghi come si esce da questo cul-de-sac in cui ci si è cacciati”. Facciamo nostre le considerazioni quasi ironiche del politologo. Ma intanto, a Milano, ci risparmino gare tra chi evoca, pur senza averne colpa, pessimi periodi della storia nazionale.








