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Milano si autoassolve?

22 Giugno 2026 Agostino Petrillo  610

Ne ho scritto spesso negli ultimi anni, analizzandola per quanto possibile nel dettaglio (vedi per esempio qui), e tuttavia continuo a pensare che nella vicenda milanese ci siano poste in gioco che vanno molto al di là degli aspetti “tecnici”, delle infrazioni della legge, della crisi dell’urbanistica, delle conseguenze sociali e spaziali di quanto è avvenuto. A differenza di molti – rimasti sorpresi e delusi per la sentenza che ha visto la parziale assoluzione del personale del Comune coinvolto nella vicenda della Torre Milano, grattacielo di 87 metri, costruito con una semplice pratica Scia, a partire da un rudere a due piani – non mi interessa valutare quanto siano colpevoli gli immobiliaristi, gli assessori, i funzionari, gli architetti, lo stesso sindaco Sala, e nemmeno credo che il vero problema risieda nei “crimini” commessi. Sono convinto del fatto che alla magistratura sia stato delegato l’onere di occuparsi di una faccenda che nessuno voleva affrontare per il suo vero aspetto, quello delle scelte politiche sottese a quanto avvenuto.  

La questione è se la strada imboccata da Milano e dal Paese, negli ultimi decenni, conduca da qualche parte. Se nella ex “capitale morale” succede il pasticcio che succede, ci dev’essere una ragione, che va al di là delle responsabilità penali dei singoli. Certo, il ricorso alle Scia per costruire grattacieli è stato un mezzuccio tutto sommato squallido e miserello, ma in fondo rientra in una “via del mattone”, perseguita con metodo per oltre un decennio, e che affonda le radici ancora nella precedente giunta Pisapia. Dopo l’Expo del 2015, che costituì un ambiguo momento di rilancio, non privo di ombre, Milano è uscita dalla palude in cui si era da tempo impantanata, incamminandosi su un percorso classico di finanziarizzazione del capitale edilizio, e di ipergentrificazione mascherata da rigenerazione urbana.

Uno sviluppo pensato per pezzi, senza una visione di città, innescato da un rivolo di quattrini provenienti dalle parti più disparate, e che si è andato poi ingrossando fino a diventare un flusso continuo di grandi capitali pronti a investire. Investimenti immobiliari che hanno rivoluzionato il mercato cittadino dell’abitazione, già alterato dall’arrivo di una serie di ricchi nomadi internazionali attirati dalla ridotta tassazione. Un giro di affari vertiginoso, legato sia al patrimonio esistente, sia a quello che si poteva recuperare e “rigenerare”. Era da prevedersi che – in un panorama contraddistinto da una crescita vertiginosa dei prezzi degli immobili – diventassero appetibili anche ruderi, edifici in dismissione, aree deindustrializzate, e su di essi si appuntassero gli interessi di costruttori e immobiliaristi.

Vale anche la pena di ricordare che, già da qualche decennio, a partire dagli anni Novanta, il tramonto dell’Italia come Paese manifatturiero è stato accompagnato dal trionfo della rendita, e gli italiani si sono trasformati in un popolo di proprietari di case, fenomeno comune ad altri Paesi dell’Europa meridionale, che, ben lontano dall’indicare ricchezza, segnala semmai stagnazione e ridotta mobilità socio-spaziale (nei Paesi europei avanzati predomina, in genere, l’affitto). Ed è appunto quello della casa e delle costruzioni l’ambito in cui negli ultimi due-tre lustri, a Milano, è stata individuata la ruota da azionare per attirare e far muovere denaro. Oggi oltre un terzo delle imprese milanesi gira intorno al mattone. Si tratta di una forma di autocannibalismo, che prospera sul meccanismo della “valorizzazione”, inaugurata proprio nei ruggenti Novanta da immobiliaristi senza scrupoli, poi finiti in galera, come Danilo Coppola e Stefano Ricucci.

Rimane da comprendere quanto quella del mattone sia stata una scelta per alcuni versi “obbligata”, all’interno di una gestione neoliberista della città, e quanto ci fossero invece delle alternative a questo modello di “sviluppo”. Milano è stata a lungo classificata nel novero delle global cities, delle capitali planetarie, unite tra loro da dinamiche di cooperazione e competizione. Sia pure con qualche affanno, il capoluogo lombardo ha resistito al declino complessivo del Paese proprio in virtù della sua posizione particolare, in quanto ganglio delle grandi economie urbane del pianeta. Economie cui ha cercato disperatamente di rimanere attaccata. Perdere il treno della grande catena di città dominanti voleva dire, per Milano, ritrovarsi ridimensionata. Il mattone, nel giro di qualche decennio, è diventato così una delle ultime maniere di estrarre valore in un’Italia che, dopo avere visto l’estinzione della sua grande industria, vedeva vacillare anche l’economia dei “distretti”, presto inseguita da imitatori e concorrenti in altre parti del mondo. Ha preso le mosse una sorta di “terzo ciclo edilizio”, dopo i due postbellici, nato da una congiuntura particolare, e certo non favorevole. Il persistere della visione, ancora coltivata da politici inadeguati ma tragicamente superata, per cui l’edilizia avrebbe funzionato da volano dell’economia, ha accompagnato se non favorito questi sviluppi, che si sono successivamente incrociati e sovrapposti ai processi di turistificazione, portando a ulteriori rivalutazioni del patrimonio abitativo privato e della rendita, mentre veniva svenduto quello che rimaneva del patrimonio pubblico, giudicato unicamente un fardello.

In Italia, dunque, in controtendenza rispetto all’Europa, settore costruzioni e immobiliare hanno finito per costituire una parte importante del Pil, oggi circa un quarto; ma questo fenomeno non è certo da vedersi come un trionfo, o come l’affermazione di una specificità positiva del sistema Paese, dato che è legato al declino dell’industria tradizionale e al mancato decollo dei settori più moderni. In realtà, sono in prevalenza i Paesi arretrati a presentare questa ipertrofia dei settori delle costruzioni e dell’immobiliare. Il dilagare del mattone, negli ultimi anni, assume in questa prospettiva la fisionomia di un tentativo estremo di estrarre valore a tutti i costi, di spremere sangue dalle rape, sacrificando magari anche la sicurezza di chi lavora nel settore sull’altare della massimizzazione dei profitti, con una dinamica di subappalti a catena.

Come si è visto recentemente, a Milano si può finire a lavorare a due euro all’ora. È segno di un’economia pericolante: metropoli troppo esposte sull’immobiliare rischiano il declino, sia per i cicli periodici che caratterizzano il settore, estremamente discontinuo nel tempo – e già si parla dell’incombere prossimo di una “bolla speculativa”, pronta a esplodere – sia per i sempre possibili capricci e ripensamenti di capitali stranieri e di fondi sovrani, e ancora per il prevalere degli investimenti in casa ed edilizia rispetto ad altri ambiti importantissimi. L’immobiliare non basta a salvare l’economia di una città o di un Paese, e purtroppo le case non si possono esportare.

D’altro canto, una riprova del fatto che non si vive di solo mattone, ce la fornisce anche il piano internazionale: le global cities competono in maniera sempre più accesa per accaparrarsi gli agognati investimenti esteri, e si devono specializzare, si ritrovano obbligate a rinnovarsi differenziandosi. Chi resta indietro scende dalla giostra. Milano ormai fa ridere se si guardano i numeri delle metropoli che veramente importano a livello planetario, e non ha alcuna specializzazione che sia unicamente sua: ormai le sfilate di moda le fanno anche a Shanghai o a Istanbul. A meno che la sua specializzazione non diventi quella di essere un paradisetto fiscale in cui si concentrano ricchi rentier ed evasori internazionali, a prezzo della cancellazione dei settori avanzati, e della espulsione dei giovani e dei “creativi” verso le periferie.

In questo senso, la sentenza del tribunale di Milano ha tutto l’aspetto di un’autoassoluzione in cui la giustificazione ex post del “rito ambrosiano” assume i contorni di un “date le condizioni attuali, non si poteva fare diversamente”. Il diritto qui viene piegato alla ratifica della peculiare via intrapresa. Attendiamo allora che questo provvedimento si estenda, e apra la strada ad altri interventi analoghi in altre città del Paese, trasformandole in un libero terreno di caccia. La “legge speciale” de facto in vigore a Milano, in attesa di quella “Salvamilano”, o forse addirittura dell’emanazione di una nuova disciplina urbanistica, adeguata ai pessimi tempi in cui ci troviamo, rischia così di diventare la cattiva maestra che innesca un’ulteriore spirale di speculazione immobiliare su scala nazionale.

Ma in fondo perché su questo ambito così importante devono pronunciarsi i giudici? Dov’è il dibattito politico?  Si direbbe che ci sia un convergere delle posizioni di sinistra e di destra sugli orientamenti attuali, una sorta di riedizione locale del there’s no alternative. E neppure si intravedono momenti di intelligenza collettiva in grado di contrastare o invertire le tendenze in corso. Voci coraggiose certo si sono alzate, come quella di Lucia Tozzi e degli urbanisti critici di cui su queste pagine abbiamo parlato (vedi qui e qui), ma non sembrano purtroppo ancora in grado di strutturare un’opposizione consistente. Così Milano procede spedita verso un futuro di metropoli esclusiva ed escludente. Nel nichilismo imperante, quel che importa è che i quattrini circolino; dell’avvenire nessuno si cura, in omaggio al motto di Keynes per cui “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

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TagsAgostino Petrillo edilizia milanese global cities investimenti immobiliari Milano Torre Milano urbanistica

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