Forse Donald Trump li definirebbe “cattivi” o “stupidi”; in Iran sono detti piuttosto gli “inquieti”, cioè quelli che vanno in piazza, di notte, per protestare contro l’accordo, perché mai e poi mai si sarebbe dovuto venire a patti con gli Stati Uniti e Israele. La stampa occidentale preferisce sorvolare sull’argomento: a Teheran non ci sono soltanto gli ayatollah e i “guardiani della rivoluzione” (che hanno sottoscritto un accordo per il momento molto favorevole per loro); ci sono anche quelli più islamisti degli islamisti, più radicali dei radicali. Ovviamente a questi è concesso di manifestare, perché sono dentro il regime, mentre le mobilitazioni degli altri, dei “liberali” – chiamiamoli così, sebbene siano una galassia scarsamente definibile e priva di una piattaforma comune – sono represse nel sangue.
Allora come sta questa cosa? Non erano, a parere di molti, ormai contati i giorni del regime teocratico? E non è stato anche nel segno di questa illusione che si è dato il via a una guerra che non poteva essere vinta, per la semplice ragione che il blocco di potere iraniano non stava affatto per crollare (vedi qui la nostra previsione)? Non solo il Paese aggredito ha dimostrato la sua capacità di resistenza – qualcosa che fa parte, in fondo, dello stesso nazionalismo di base, al di là degli aspetti messianici –, ma addirittura, silenziando brutalmente quell’opposizione che piace all’Occidente, si concede una sua articolazione interna dando spazio alle posizioni più radicali. È la prova che un “cambio di regime”, in Iran, non potrebbe avvenire se non con una forma di guerra civile, non sappiamo quanto estesa. Altro che un sistema in bilico! Per via della sua stessa pluralità, che la rende diversa da una qualsiasi dittatura, la teocrazia sarebbe dura a morire.
Adesso l’Iran è un Paese più solido di quanto fosse in precedenza, cioè prima dell’ultima sciagurata guerra. Il punto non è quello delle riserve di uranio arricchito, di cui neppure si è ancora decisa la sorte. Per dirne una, sono le stesse donne iraniane interne al sistema, che, ammesso che lo vogliano, possono liberarsi dal velo, perché hanno espresso la loro fedeltà complessiva alla Repubblica islamica. In altre parole, sono processi e percorsi dentro e intorno allo stesso nocciolo teocratico che possono arrivare – ammesso che ci arrivino – a cambiare le cose.
Una certa pretesa occidentale, e quella di un’opposizione iraniana diversificata e dispersa nel mondo, di smuovere le acque senza confrontarsi con il significato profondo – per noi stupefacente quanto repellente – di un islamismo che riesce a reggere un grande Paese da quasi cinquant’anni, sarebbe qualcosa su cui interrogarsi. Con tutta evidenza, c’è bisogno di modificare le nostre abituali categorie – filosofiche, sociologiche, politiche – per cominciare a comprendere come, in netta controtendenza rispetto a tutto ciò che si diceva intorno alla secolarizzazione come destino inevitabile del mondo intero, una “rinascita islamica” si sia prodotta e si sia consolidata.







