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La rivolta oggi

Non siamo certo in una di quelle situazioni che un tempo si sarebbe detta prerivoluzionaria: la molteplicità delle crisi – pandemica, ecologica, da ultimo perfino bellica – non va precipitando in una contestazione generale del modello sociale dominante. Eppure una pluralità di rivolte, apparentemente prive di un denominatore comune, è visibile nel mondo contemporaneo, fino a una quindicina di anni fa fermo nell’alternativa tra terrorismo, prevalentemente islamista, e forma di vita occidentale, con il suo corredo di guerre neocoloniali, dall’Afghanistan all’Iraq, alla Siria.

La varietà di aspetti che la rivolta di massa oggi mostra va messa sul conto dell’impossibilità di ricondurre la vita sociale nel suo insieme a un unico principio di dominio. Ogni sommovimento trova le sue ragioni in contesti differenti, e ha un suo specifico punto d’innesco. Ciò appare chiaro se si pensa a come stiano andando le cose in Iran, con uno stato insurrezionale che dura da mesi. Non si tratta ormai soltanto di una rivendicazione di libertà, da parte delle donne di quel Paese, nei confronti di un regime oppressivo come pochi, che ha nello sciismo il suo collante ideologico (vedi qui). Se una protesta di piazza non smette di estendersi, sfidando ogni giorno la repressione e la morte, si è dinanzi a un processo che, pur avendo preso le mosse da un’essenziale rivendicazione di libertà, è qualcosa di più. Una messa in questione, nei fatti, di quell’incredibile mistura di tradizionalismo e modernità che si può constatare tous azimuts, in Iran e ovunque nel mondo. Un ritorno neotradizionalista politico-religioso, alla base della ondata rivoluzionaria del 1979 (contro il regime dello scià e in chiave antimperialista), si palesa infine come una forma di compromesso con quello stesso sistema estrattivo (di idrocarburi, di minerali) che è la “monocultura” in cui la divisione internazionale della produzione confina certi Paesi – sebbene nel contempo l’élite dirigente non cessi di strepitare contro il “satana occidentale” che pone le sanzioni.

I curdi sotto assedio, l’Occidente in amnesia

Obiettivo curdi. Con la scusa dell’attentato del 15 novembre scorso, che ha insanguinato Istanbul provocando la morte di sei persone, la Turchia di Erdogan...

Iran tra equilibri internazionali e sollevazione popolare

Che cosa succede a Teheran? Per tentare di rispondere a questa difficilissima domanda, non si può che partire da quanto è accaduto a Beirut, prima linea di tanti conflitti mediorientali, soprattutto di quello definito tra sunniti e sciiti, e in realtà tra iraniani e sauditi. Due opposte visioni egemoniche, che coinvolgono alleanze e scontri. Beirut, sotto il controllo di Hezbollah e degli alleati dell’Iran, ha trovato un accordo con Israele sullo sfruttamento dei giacimenti mediterranei di idrocarburi che riguardano entrambi i Paesi. Un confine terrestre riconosciuto tra i due Stati non appare pensabile da decenni, ma c’è ora quello marittimo. I lavori per sfruttare le grandi ricchezze recentemente scoperte possono cominciare. E Hezbollah, spina nel fianco di Israele in nome e per conto dell’Iran, è d’accordo. Basta provocazioni, ora si evitano attriti di terra per dare serenità alle trivellazioni bilaterali nel mare.

Per qualcuno è l’inizio di una libanesizzazione di Hezbollah. Il Libano è un Paese con l’acqua alla gola: si diffonde il colera, si muore di fame, nessuno sa più come vivere. Poteva quindi permettersi di non firmare un accordo che dà una prospettiva agognata da tutti, avere qualcosa da mangiare almeno una volta al giorno? Siccome però è difficile pensare che Hezbollah abbia detto di sì solo per questo, e non anche perché Teheran ha approvato la scelta, occorre capire i motivi del sì. Teheran non rinuncia alla sua propaganda, è normale; e annuncia al morente Libano il generoso invio di un dono in greggio. Il Paese è alla paralisi. Dunque una scelta di “amicizia” solidale. Tempistica interessante, ma fa capire che c’è dell’altro, ovviamente.

L’Iran e noi

Di solito preferiamo non sindacare sugli usi e costumi delle altre culture, e delle relative credenze religiose, perché una sensibilità intorno alle differenze è un presupposto indispensabile per un discorso che si ispiri, in modo innovativo, al socialismo. Per conseguenza, non ci piacciono le vignette su Maometto che puntano – ne siano consapevoli o no i loro autori – su una superiorità della civiltà occidentale, irridendo tradizioni diverse dalla nostra, e all’interno delle quali si trovano invece elementi su cui varrebbe la pena talvolta di riflettere, nel segno di una messa in questione del capitalismo e degli orrori che ne sono derivati, primo tra tutti quello del colonialismo. Ma le lotte sanguinose – a più riprese, nel corso degli anni – di una parte consistente della popolazione iraniana, soprattutto giovanile, ci interrogano. In primo luogo, perché si tratta di sollevazioni che provengono dall’interno stesso della società (checché ne dicano gli esponenti del regime teocratico, pronti, come sempre avviene in casi del genere, a denunciare la mano di potenze straniere); e poi perché si tratta di movimenti di libertà contro un’oppressione che dura da più di quarant’anni, scaturita da una imponente rivoluzione popolare antimperialista che, in maniera del tutto imprevedibile rispetto ai canoni dell’epoca (siamo nel 1979), prese la piega di un ritorno neotradizionalista di marca politico-religiosa. Ciò contribuì, in modo determinante, a mettere in crisi alcune delle nostre certezze “progressiste”: ma come, nel pieno del Novecento, poteva accadere che una rivoluzione seguisse un canovaccio così inusitato?

Bisogna considerare che il regime iraniano è qualcosa di diverso sia dalle monarchie assolute che in quella parte di mondo ingrassano, com’è noto, sulla rendita costituita dagli idrocarburi, sia da quei regimi postcoloniali, per lo più militari, che furono l’obiettivo delle grandi proteste di piazza delle cosiddette primavere arabe, una dozzina di anni fa. Per strano che possa apparire, la repubblica islamica sciita è un sistema politico in cui la sovranità non appartiene neppure nominalmente al popolo ma al “sovrano giurista” esperto del Corano, cioè al teologo. È a lui che spetta di inquadrare le leggi in modo tale che siano, in un certo senso, la preparazione del regno dell’“imam nascosto” che riapparirà soltanto alla fine dei tempi. È all’interno di questa tensione escatologico-utopica che vanno inserite le forme di disciplina, anche corporale, che fanno parte del quotidiano di chi vive sotto il regime teocratico. Per trovare un parallelo, nella nostra cultura, bisogna risalire a Savonarola e al suo tentativo di riforma sociale nella Firenze del Rinascimento. Oppure a certe teologie politiche protestanti.

Biden in Medio Oriente: per fare cosa?

I numerosi esercizi di presentazione dell’ormai imminente viaggio di Joe Biden in Medio Oriente raramente tengono conto dell’ultima notizia che riguarda quel mondo. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a tempo ormai scaduto, non è riuscito a tenere in vita i corridoi umanitari che, per via terrestre, portano nell’estremo nord-ovest della Siria gli aiuti indispensabili alla sopravvivenza di 2,4 milioni di siriani, lì deportati dall’esercito siriano che non gradiva quella popolazione nelle aree riconquistate. La Russia ha opposto il veto, sostenendo – in piena coerenza con quanto prevede la Carta delle Nazioni Unite – che gli aiuti alle popolazioni stremate e bombardate nel nord della Siria devono passare dalla capitale siriana, Damasco, e non devono giungere via terra dai Paesi con quelle zone confinanti (Turchia e Iraq). Siccome la cooperazione internazionale e l’aiuto umanitario in sede Onu avvengono tra Stati, le regole dell’Onu – come sostiene giustamente Mosca – prevedono che chi sia deportato da un governo debba essere aiutato da chi lo deporta. È uno dei più evidenti paradossi di un sistema che non contempla le persecuzioni interne. La deroga, sin qui imposta dal pudore, sembra dunque finita.

Le stesse cronache danno analogamente poco risalto alla situazione determinatasi nei territori del nord-est della Siria, dove la famosa “coalizione anti-Isis”, guidata dagli Stati Uniti (visto che i russi, a quell’epoca, non avevano tempo da dedicare alla lotta contro l’Isis), sembra avere scaricato i curdi che avevano assunto il controllo di quei territori, con il sostegno della coalizione, a tutto vantaggio di Erdogan e della sua “operazione militare speciale” – mai chiamarla guerra! – tesa a creare una fascia di trenta chilometri sotto controllo turco. Lì, sostenuto dalle opposizioni laiche che lo sfidano in vista delle imminenti elezioni presidenziali, Erdogan intende deportare quanti più rifugiati siriani gli sia possibile, per alleggerire il peso che esercitano, più che sull’agonizzante economia turca, sulla sua opinione pubblica, ormai divenuta xenofoba per via del disastro che i mercanti di paure attribuiscono ai rifugiati, e non alla folle politica economica dello stesso Erdogan.

Iran in crisi

Com’è noto da molto tempo, l’Iran è un Paese sottoposto a fortissime sanzioni economiche, dovute al suo programma nucleare. L’accordo raggiunto con la comunità internazionale sul nucleare iraniano, ai tempi della presidenza Obama, preludeva a un allentamento delle sanzioni. Ma poi l’amministrazione Trump ritenne quella scelta controproducente e pericolosa, e ritirò la firma degli Stati Uniti. Il governo che aveva raggiunto l’accordo, definito moderato nel senso di disponibile a rapporti non conflittuali con la comunità internazionale, e in particolare con Washington, perse le elezioni presidenziali del 2021; fu eletto l’attuale presidente Raisi, definito un falco, contrario a ogni miglioramento dei rapporti con la comunità internazionale, e in particolare con Washington.

Dopo una lunga riflessione, l’esecutivo di Raisi ha deciso di tornare a sedersi al tavolo dei negoziati per riportare in vita l’accordo firmato da Obama, e ritirato da Trump, comunemente definito come una rinuncia al nucleare in cambio della rinuncia alle sanzioni. Essendo l’Iran uno dei principali produttori mondiali di petrolio, il ritorno del suo greggio sul mercato petrolifero sarebbe molto rilevante. L’accordo con l’Iran è stato definito, dall’inizio della presidenza Biden, una delle priorità dell’amministrazione americana, che si è presentata con una scelta senza precedenti. Il presidente, infatti, ha negato colloqui di ogni tipo al principe della corona saudita Muhammad bin Salman, ritenuto responsabile dell’atroce delitto del giornalista e dissidente Khashoggi.

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