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Home » Zzz-ripubb » Editoriale » Una teologia per l’età delle macchine. Su Peter Thiel

Una teologia per l’età delle macchine. Su Peter Thiel

24 Agosto 2026 Agostino Petrillo  1715

(Questo articolo è stato pubblicato il 18 marzo 2026)

L’approssimarsi della fine dei tempi pullula di profeti. Già Max Weber sottolineava come, nei periodi di transizione e di passaggio, non sia più il prete a prendere la parola ma il profeta. Così Thiel appare a pieno titolo sulla ribalta e si colloca nel firmamento della grande apocalissi americana come una stella di prima grandezza, e spicca rispetto ad altri imbonitori e futurologi per il suo taglio culturale decisamente europeo e sorprendentemente colto per uno che ha fatto i soldi con Paypal e Facebook. Va anche detto che Thiel è tedesco, trasferitosi negli States solo nel periodo dell’università, che fece a Stanford, e dove fu a suo dire allievo di René Girard. Non deve dunque sorprendere che, rispetto ad altri usciti dalla Silicon Valley, Thiel sappia usare riferimenti alla grande cultura, che spaziano dalla french theory a Carl Schmitt, passando per teologie non solo politiche.

Negli ultimi anni, dopo una serie di uscite bizzarre, Thiel si è atteggiato sempre più a profeta apocalittico della Silicon Valley, diffondendosi in scritti e interventi pubblici in cui parla della battaglia finale dell’Occidente. È un curioso pastiche, in cui troviamo mescolati il messaggio cristiano, la dicotomia amico/nemico di Schmitt e la teoria della violenza mimetica di Girard. Ne emerge un’interpretazione della storia, in cui conflitto e imitazione sarebbero le forze motrici della dinamica umana. Un’umanità, in ogni caso, per lo più mimetica, restia al cambiamento, conformisticamente irrigidita sulle certezze acquisite, in fondo propensa al dogmatismo rassicurante. Da questa visione, scaturisce una profonda diffidenza nei confronti della democrazia liberale, massificante, giocata costantemente su sistemi di equilibri, timorosa dell’innovazione, che a suo avviso produrrebbe una condizione di minore libertà rispetto a sistemi apparentemente autoritari, che impongono uniformità intellettuale, ma che possono scegliere di forzare, di accelerare. E ciò perché egli vede il progresso tecnologico come il motore del rinnovamento storico: solo questo può rompere la condizione di “stagnazione democratica” che Thiel lamenta.

La minaccia maggiore per l’umanità contemporanea, in ogni caso, non è rappresentata dalla guerra o dalla recessione, bensì dall’Anticristo. Thiel interpreta questa figura in due modi: politicamente e teologicamente. Politicamente, l’Anticristo rappresenta lo Stato totalitario che, con il pretesto della salvezza universale, impone una conformità assoluta. Sotto il profilo teologico, intende l’“ipercristo”, il cristiano “ottimizzato”, che aspira a essere migliore del vero Cristo. Thiel ha letto Il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solovyev (1853-1900), lo “Hegel russo”, e trova una connessione tra l’Anticristo e l’Armageddon. La paura dell’Armageddon, ovvero dell’annientamento totale – nucleare, ecologico, digitale – prepara il terreno psicologico e politico in cui l’Anticristo può manifestarsi. Echeggia, nei suoi scritti, il monito di Paolo nella Prima lettera ai Tessalonicesi: “Fratelli, non ho bisogno di scrivervi riguardo a tempi e date, perché voi stessi sapete benissimo che il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte. Mentre diranno: ‘Pace e sicurezza’, la rovina si abbatterà su di loro all’improvviso”. L’Anticristo parlerà incessantemente dell’Armageddon e si proporrà come salvatore. In questo modo, la retorica della catastrofe diventa uno strumento di potere: la paura della distruzione genera il desiderio di sicurezza, e questo desiderio dà origine all’unità autoritaria che Thiel definisce la “condizione finale dell’Occidente”.

Qui sta la sottile sfumatura nel discorso: Thiel non solo critica il liberalismo, che avrebbe fatto ormai il suo tempo, ma mette anche in guardia nei confronti di una “religione della paura” globale che, evocando l’approssimarsi della catastrofe, promette la salvezza attraverso il controllo. A suo avviso, le religioni contemporanee – completamente secolarizzate – non hanno nulla da contrapporre a tutto ciò. Recuperando il pensiero di Carl Schmitt, Thiel vede il vero compito di una Chiesa possibile come quello di agire da katechon, da freno – per ritardare la venuta dell’Anticristo (e menziona ripetutamente anche gli Stati Uniti come “candidati” a questo ruolo). Il katechon preserva il regno della storia dall’omogeneizzazione totale; ed è all’interno di questo quadro che la politica rimane possibile. Ma quando Thiel auspica una tale forza, lo fa solo per metterla al servizio di un futuro guidato dal progresso tecnologico. La politica è destinata a fermare la fine della storia, affinché la tecnologia possa portarla a compimento. Fin qui il discorso ha una sua coerenza, il problema sarebbero persone come Greta Thunberg, che vorrebbero imporre un conformismo moralizzante che blocca il motore tecnico-scientifico della storia.

Su questo tema, si innesta poi una serie di variazioni tipiche del transumanesimo: dalla immortalità attraverso la macchina, mediante la disincarnazione e la spiritualizzazione digitale, alla nascita di un “iperuomo”, che sarebbe l’antitesi di Cristo. Infatti, nella tradizione di Paolo, Cristo si spoglia di sé, si fa uomo, assume le profondità della sofferenza umana. La via di Dio passa attraverso la kenosis, attraverso un rivolgersi verso il basso, non attraverso una grottesca “ottimizzazione”. La condizione indotta dalla kenosis si situa all’antitesi dell’Anticristo di Thiel, perché in essa il Figlio di Dio è profondamente connesso al mondo e alla storia. Si realizza una “secolarizzazione di Dio”, che deifica il mondo e l’umanità. Questo è il contrappunto assoluto all’uniformità e all’omogeneità, ma anche a qualsiasi tentazione di rimuovere l’umanità dalla storia concreta che attraversa tutto il transumanesimo.

Come si vede, il pensiero di Thiel è un guazzabuglio in cui non sempre è facile orientarsi, e da cui emerge una quantità di temi filosofici e religiosi. Viene alla mente Jacob Taubes, che aveva definito Schmitt un “apocalittico della controrivoluzione”. Nella sua teologia per l’età delle macchine, oltre alla componente schmittiana, ci pare confluisca anche il discorso di Ernst Jünger sull’“anarca”, lo spirito ribelle superiore all’uniformità del gregge, che si dà da solo le sue leggi. Nella contemporaneità, questa diviene una figura dell’individualismo assoluto, che piega la lentezza della storia alle sue esigenze di affermazione illimitata. E la stessa rincorsa tecnologica parrebbe precipitare verso l’acquisizione di un potere privato, che pochi eletti gestiscono in maniera esclusiva. La corsa verso l’intelligenza artificiale diviene così accelerazione verso una tendenza a fare di se stessi una divinità, a giocare il gioco dell’immortalità, che tanto affascina gli happy few usciti dalla Silicon Valley. Quasi un Blade Runner di seconda mano, che non nasconde un profondo odio per la democrazia, per l’eguaglianza. L’“illuminismo nero” preconizzato da Thiel sacrifica l’uomo sull’altare dell’iperuomo, attaccando la dimensione della relazione, della socialità. In fondo non è altro che l’intelligenza artificiale, la quale oggi seducente ripete: eritis sicut dii.

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TagsAgostino Petrillo Occidente Peter Thiel progresso tecnologico transumanesimo

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