Maurizio Boni (1960) è un militare con un’importante esperienza alle spalle. È stato vicecomandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (Arrc) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del Nato Rapid Reaction Corps Italy (Nrdc-Ita) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell’Allied Joint Force Command Lisbon (Jfclb) a Oeiras (Portogallo); è stato capo ufficio addestramento dello stato maggiore dell’esercito e vicecapo reparto operazioni del Comando operativo di vertice interforze a Roma. Attualmente, è impegnato come pubblicista e divulgatore sui temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa. Collabora con “Analisi difesa”, “Il Fatto quotidiano” e “Limes”. La sua battaglia culturale è contro gli stereotipi e i luoghi comuni, spesso alla base della formazione di un’opinione pubblica distorta e di decisioni politiche sbagliate. Ha pubblicato libri sull’esercito russo, la guerra in Ucraina, e di recente un testo sul Vincolo transatlantico.
Allora, generale, io comincerei dall’attualità. Siamo in un periodo di grandi cambiamenti anche negli orientamenti della politica estera americana. Ma in Europa vige una sorta di pensiero unico che sembra spingere verso la guerra. È immaginabile lo scoppio di un conflitto tra la Russia e l’Europa? E quali saranno gli sviluppi della guerra in Ucraina?
Semplificare questi temi non è affatto semplice perché un problema sussiste certamente, ed è quello di un’Europa che di fatto è diventata cobelligerante con l’Ucraina contro la Russia, prima di tutto rendendo disponibili gli spazi aerei di alcuni Paesi europei, membri anche della Nato, per il sorvolo dei droni ucraini diretti a colpire il territorio russo; e poi – secondo elemento – dislocando la produzione industriale di alcuni armamenti ucraini in territorio europeo. A questo dobbiamo aggiungere il linguaggio estremamente ostile nei confronti della Russia utilizzato sia dai vertici istituzionali dell’Unione europea (penso all’alto rappresentante della politica estera dell’Unione, Kaja Kallas, e a quello della difesa, Kubilius, che continuano a esprimersi in termini di confronto militare strategico con la Russia), sia dal cancelliere Merz e da molti politici tedeschi. Ricordo solo un’affermazione del cancelliere Merz alla Conferenza di Monaco del febbraio scorso. Merz ha dichiarato: “La Russia non è disposta a parlare seriamente e lo sarà solamente quando Mosca avrà esaurito tutte le sue risorse economiche e militari. Pertanto la Germania o l’Europa dovranno fare di tutto per portare i russi a raggiungere il loro limite”. Ora, a prescindere da come la possiamo pensare sui russi, sulle eventuali responsabilità del conflitto, si tratta di un’affermazione molto importante che introduce il concetto di “guerra perenne”. Questo stato di cose è stato chiaramente recepito in Russia ed elaborato.
Ci dobbiamo quindi aspettare una reazione politica e militare di Putin?
Fino a questo momento, Putin ha in qualche modo frenato quelle che erano le istanze più oltranziste in Russia, che volevano una fine del conflitto a breve, e non ha voluto neppure esacerbare i toni e il confronto con l’Europa. Non c’è stata una reazione speculare agli attacchi politici e non si sono manifestati intenti militari nei confronti dell’Europa, che probabilmente, se ci fossero, non escluderebbero l’impegno di ordigni nucleari. D’altronde (apro una parentesi), la Francia ha recentemente concluso le esercitazioni per l’impiego di ordigni nucleari in Polonia, e ha offerto di estendere il proprio ombrello nucleare ad alcuni Paesi europei che hanno accettato di buon grado. Linea analoga quella del Regno Unito. Quindi anche la narrativa dell’impiego nucleare è rientrata nel confronto strategico con Mosca, ed è stata introdotta proprio dall’Europa. Questi sono comunque tutti elementi noti.
Lo spettro di un attacco russo (che ha giustificato anche tutte le decisioni politiche degli ultimi anni in sostegno dell’Ucraina) è solo una bolla?
In questo momento si apre probabilmente una possibilità teorica nuova nel confronto tra la Russia e l’Europa. Io non credo che, mentre parliamo, Putin stia considerando seriamente la possibilità di agire con intenti ostili offrendo all’Europa e alla Nato di ricompattarsi. Al momento – per lo meno questa è una mia convinzione personale, che ovviamente potrebbe essere smentita – siamo in presenza di una possibilità remota. D’altronde, sul fronte di guerra, c’è stato un certo rallentamento delle attività dovute ad alcune condizioni particolari in un fronte che è amplissimo. Ricordiamo: si tratta di più di 1450 chilometri. I russi stanno in ogni caso lentamente creando le condizioni per raggiungere quelli che sono i loro obiettivi militari, quelli dell’“operazione militare speciale”. Se ci si riferisce al discorso che ha fatto Putin a San Pietroburgo alla fine del Forum economico, ci ha colpito l’ultima frase del discorso che ha pronunciato: incoraggiare i propri soldati a combattere, a continuare a combattere. Io credo che quella frase racchiuda tutto. Per sintetizzare, direi che effettivamente ci sono delle condizioni preoccupanti che si si stanno realizzando in Europa e che spingono verso la guerra. È nostro interesse, quindi, depotenziare il linguaggio, e anche cercare in ogni caso di cominciare a pensare a ciò che potrà essere una realtà post-conflittuale, aspetto sul quale nessuno sta scrivendo una riga o sta mettendo un pensiero proprio, perché quello che prevale è la narrativa della “guerra perpetua”, del conflitto sine die nei confronti della Russia, che obiettivamente non fa bene a nessuno. C’è poi da ricordare che l’Europa in questo momento non ha le risorse per affrontare un eventuale scontro diretto.
Il tema delle risorse per finanziare la guerra è dunque centrale…
Abbiamo in questo senso vari segnali di difficoltà sul riarmo. Vediamo quello che sta succedendo in Gran Bretagna, dove il ministro della Difesa si è dimesso perché non ci sono i fondi per sostenere le misure costosissime che si volevano avviare. Da noi, in Italia, si sta addirittura mettendo in discussione l’attuazione del Programma di riarmo europeo. È con queste realtà che si confronta l’Europa e che devono fare i conti le società civili, che comunque, secondo i sondaggi, non sono affatto desiderose o entusiaste del riarmo e della guerra, Germania compresa. Noi, invece, a proposito di false narrazioni della guerra, ci siamo tutti incanalati nel discorso del riarmo, il riarmo europeo, la difesa europea e l’acquisto di armi.
Possiamo dire che il progetto del riarmo europeo è stato un errore?
L’acquisto di armi è spesso legato in maniera molto banale e superficiale all’incremento della deterrenza. Ma di fatto non è così perché la deterrenza è il frutto, il prodotto di un’equazione che mette a sistema tre parametri che sonola capacità militare, la volontà politica di impiegare una determinata capacità militare e la comunicazione strategica, cioè il fatto di dichiarare in tutte le opportune sedi istituzionali, la volontà politica. Questi tre fattori non sono una somma, ma una moltiplicazione, sono tutti e tre al numeratore. Se solo uno di questi fattori ha un valore molto basso, o addirittura nullo, allora la deterrenza, di conseguenza, ha un valore molto basso o è inesistente. La capacità militare non è legata poi unicamente al quantitativo di armamenti, anzi questi devono essere piuttosto il frutto di un ragionamento che deve essere fatto a monte, perché prima di acquistare armi, bisogna capire perché, per quale motivo, in quali scenari bisognerà impiegare questi armamenti. Tanto è vero che la deterrenza, nel suo complesso, può essere utile e credibile in scenari totalmente differenti, e i tre fattori dell’equazione non si adattano a tutti gli scenari possibili. Per cui, nella capacità militare, non ci sono solo gli armamenti: ci sono anche fattori immateriali come l’addestramento del personale, la motivazione, il reclutamento, quindi la quantità di cittadini e cittadine che intendono abbracciare il mestiere delle armi o comunque partecipare allo sviluppo della capacità militare. E poi c’è la base industriale. Tra i fattori materiali, annoveriamo anche la reputazione che ha un determinato strumento militare di un determinato Paese. Faccio un esempio molto concreto e attuale: le monarchie del Golfo hanno speso (anche nel corso della guerra fredda), insieme a tutto il Medio Oriente, una quantità indescrivibile di soldi per acquistare armi di ogni tipo, anche le più sofisticate che poi difficilmente hanno saputo impiegare. Il perché è semplice: dipendevano quasi al 100% da istruttori stranieri spesso occidentali, anche russi, a seconda delle epoche storiche. Nonostante tutto questo, le monarchie del Golfo non hanno mai espresso degli eserciti credibili, la loro deterrenza è stata sempre pari a zero, e lo si è visto anche in questi giorni, nel corso del conflitto con l’Iran. È la dimostrazione più evidente che, a fronte di miliardi di miliardi di dollari spesi in armamenti e tecnologie avanzate, la loro credibilità militare è nulla, tanto è vero che l’Iran è intervenuto militarmente sui loro territori senza che nessuno di essi potesse rispondere in maniera significativa.
Da quello che dice mi pare di capire che tutto il piano europeo di riarmo è stato mal impostato. È così?
Dobbiamo cominciare a smontare il discorso e la teoria dominanti. Dietro l’acquisto di ogni sistema d’arma ci deve essere un ragionamento e una credibilità che deve essere dimostrata anche dalle altre componenti immateriali, e quindi anche dalla volontà politica. Si sa benissimo che se un Paese ha intenzione di impiegare proprio lo strumento militare conta anche la reputazione di quel Paese in determinate operazioni. Quando cambi scenari, la reputazione cambia, perché puoi avere la reputazione di un tipo in un contesto operativo e di un tipo completamente differente in un altro: lo scenario dell’Artico non è quello del Medio Oriente. La guerra in Ucraina è prevalentemente aeroterrestre, il Mediterraneo è uno scenario operativo differente. Quindi, in questo contesto, l’Italia come si pone? A quali scenari dobbiamo fare riferimento? Non ci sono sistemi d’arma che sono potenzialmente utili per tutti i tipi di scenari. Alcuni sì, alcuni meno; però quello che dico è che bisogna avviare un discorso a monte di analisi che, secondo me, in questo momento manca totalmente.
Cosa possiamo aspettarci dunque? Il discorso della guerra permanente significa anche mettere a rischio l’Europa? La Russia può fare qualcosa contro l’Europa e l’Italia in particolare cosa deve temere?
Io non credo che la Russia abbia mai avuto intenzione di estendere le operazioni militari oltre l’Ucraina. Sarebbe illogico da parte loro, non se lo possono permettere dal punto di vista economico e demografico. Non avrebbero alcun interesse a effettuare altre conquiste perché ogni conquista, dopo, deve essere gestita, e sicuramente non hanno alcuna intenzione di impiegare le loro risorse economiche militari in questa vicenda. Il fenomeno al quale potremmo assistere, probabilmente, è un incremento delle forme non convenzionali, come la guerra cibernetica o altre forme di confronto che non siano direttamente riconducibili all’impiego di truppe meccanizzate o corazzate, un impiego di soldati e quant’altro. Come dicevo, la cosa che dobbiamo fare è depotenziare la narrativa del confronto, e credo che per l’Italia sarebbe molto utile staccarsi anche dalla competizione che sta avvenendo, tra alcuni Paesi europei, per realizzare gli eserciti più forti d’Europa. Perché il discorso è sempre quello: se la prospettiva è il confronto con la Russia, non esiste esercito europeo che, per quanto forte, possa competere, anche assieme ad altri Paesi europei. Solo un grande spreco di risorse. Ricordo brevemente solo quelli che sono gli obiettivi “capacitivi” della Germania recentemente pubblicati nella nuova strategia militare tedesca pubblicata nello scorso mese di aprile, dove si identifica la Russia come nemico. Lo stesso ministro della Difesa, Boris Pistorius, lo aveva chiaramente affermato in un’occasione pubblica. L’obiettivo è quello di raggiungere 460.000 effettivi, tra propriamente effettivi e riserve. Il che collocherebbe la Germania nell’ambito della Nato immediatamente dopo gli Stati Uniti d’America. Attualmente, questo record ce l’ha la Turchia con 355.000 effettivi. La Germania si pone obiettivi che andrebbero addirittura al di là del secondo esercito attualmente più potente della Nato. La Polonia ha dichiarato obiettivi ancora più impegnativi: parla di mezzo milione di effettivi, investimenti cospicui in sistemi d’arma chiaramente orientati al confronto con la Russia. Allora l’Italia deve immediatamente abbandonare questa competizione, questa logica del competere, o comunque deve scegliere di non partecipare a questa competizione, perché non solo non abbiamo le risorse, ma dobbiamo orientare le nostre risorse e le nostre possibili partnership strategiche con Paesi che condividono con noi scenari come quelli del Mediterraneo, ai quali dovremmo dedicare molta più attenzione.
Allora siamo all’ultima domanda: il futuro della Nato. Che succederà con il ritiro (parziale) degli Stati Uniti?
La Nato sta affrontando una crisi strutturale. Gli stessi Stati Uniti stanno mettendo in dubbio la sua utilità per quello che è oggi. E anzi, in questo contesto, vorrei sottolineare un fatto non da poco. Il documento sulla Sicurezza nazionale statunitense, pubblicato alla fine dello scorso anno, indica chiaramente che la Russia non è un competitor o un nemico per gli Stati Uniti. Anzi, obiettivo dichiarato degli Stati Uniti è quello di raggiungere una parità strategica con la Russia e di ristabilire un dialogo. E questo lo indicano nel massimo documento programmatico di strategia nazionale. Recentemente il comandante supremo delle Forze alleate in Europa ha dichiarato – in un articolo poi rilanciato dal “Financial Times” – che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare l’Europa. Queste affermazioni smontano automaticamente il 90% della costruzione teorica che sta elaborando l’Europa, e in particolare la Germania. E colloca di fatto gli azionisti di maggioranza della Nato nella prospettiva di mettere in discussione quello che è il fondamento della Nato stessa. Perché, se non esiste un pericolo russo, la stessa essenza dell’articolo 5, che è l’articolo che sancisce il principio della difesa collettiva, viene rimesso in discussione.
C’è poi da non sottovalutare la volontà di disimpegno statunitense in Europa, che peraltro, in una certa letteratura specializzata, alcuni osservatori americani avevano già teorizzato da qualche anno: un disimpegno da quelli che sono gli impegni più costosi degli americani in Europa per dedicarsi all’esercizio dell’egemonia offshore, quindi da remoto, al di fuori del territorio europeo. C’è un teorico, citato nel mio libro sul Vincolo transatlantico, che parla proprio di questo. Gli americani stanno già in parte abbandonando molte posizioni nell’ambito dei comandi dell’alleanza; stanno ritirando delle truppe, degli assetti aerei e navali; è un disimpegno graduale settoriale che va monitorato – bisogna capire fino a quale livello si possono spingere in questo disimpegno, e come l’Alleanza atlantica potrà rispondere, dal punto di vista proprio delle capacità operative. Ma ribadisco il punto centrale della nuova National Security Strategy: la Russia non è più un nemico e il comandante supremo delle Forze armate alleate in Europa, che è il comandante di fatto della Nato, lo ha dichiarato apertamente.
Questo smonta tutta la narrativa corrente. Come si conciliano le due visioni? Quella americana e quella europea, che continua invece a fondarsi sul rischio russo?
Credo che sia fondamentale sciogliere questo nodo. L’Italia si è imbarcata in questa impresa senza avere le risorse. Il discorso del 5% del Pil da destinare alle armi è solo fantasia. Mi sembra che, anche a livello nazionale, ci sia stato un problema da questo punto di vista, analogamente a quello che è successo in Gran Bretagna, dove appunto il ministro della Difesa ha rassegnato le dimissioni perché non si riusciva a raggiungere i livelli di impegno finanziario necessari per sostenere il programma di investimenti nella difesa. La stessa cosa sta avvenendo in Italia. Più in generale, consiglierei di cominciare a ragionare sul concetto di neutralità. Ma questo è un altro discorso. Da approfondire a parte.









