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La crisi delle città creative

1 Settembre 2026 Agostino Petrillo  1491

(Questo articolo è stato pubblicato il 15 aprile 2026)

La si era sentita venire già qualche anno fa. Richard Florida, storico propugnatore delle creative cities, di cui aveva celebrato l’ascesa, si era ricreduto, pubblicando un libro amaro in cui tirava le somme di quanto aveva visto accadere a Toronto, dove si era trasferito per seguire da vicino gli sviluppi di quella che era, a suo parere, una delle più vibranti città dell’innovazione, capace di conciliare crescita economica, sviluppo culturale e contenimento della dispersione urbana (The New Urban Crisis, New York 2017). Florida aveva toccato con mano, analizzando una quantità di dati e di indicatori significativi, che la promessa di benessere lungamente sbandierata, quella che i settori avanzati avrebbero dovuto realizzare, funzionava solo per pochi. La ridistribuzione delle ricchezze finiva per privilegiare gli happy few, mentre una parte significativa della città rimaneva fuori dai circuiti della produzione scientifico-culturale, esclusa dall’accesso al reddito derivato da queste attività. Una severa autocritica, quindi, di quanto da lui stesso propagandato in passato con il fortunato slogan delle tre T (Tecnologia, Tolleranza, Talento), venduto come ricetta miracolosa per il rilancio delle città in crisi. Slogan spesso ripreso nel nostro Paese in maniera pedissequa (basterebbe ricordare la goffamente imitativa propaganda berlusconiana sulle tre I). Nella sua analisi dell’altra faccia delle città creative, Florida sottolineava anche la forza di processi urbani come la gentrificazione, che avanzavano pressoché incontrastati, sull’onda del potere raggiunto dalle nuove élite finanziarie, che si ritagliavano una città a propria misura in virtù dei capitali accumulati.

Negli anni trascorsi dalla pubblicazione di quel testo, si sono aggiunti nuovi aspetti importanti che hanno evidenziato come – nella riorganizzazione delle metropoli in corso, con l’affermarsi a livello planetario di un urbanesimo alla “chi vince si prende tutto” – si siano andati innescando meccanismi che fanno passare in secondo piano la questione dei “creativi”, o quantomeno ne ridimensionano il ruolo come “motore di sviluppo” delle economie urbane. Tramonta così l’epoca in cui pareva che fattori come la coolness o il paradossale bohemia index, la presenza di scene alternative, di Lgbtq+ e di fricchettoni, come nella celebrata stagione grunge a Seattle, fossero determinanti per la “nuova ricchezza delle città”.

Lo conferma un recente (fine 2025) e allarmato rapporto del Center for an Urban Future sul declino delle industrie culturali a New York. Il report mette in luce come si sia andato scavando un solco sempre più netto tra chi lavora in questi ambiti e un costo della vita cresciuto con ritmi vertiginosi, generando una questione della casa di proporzioni enormi. Molti artisti e creativi se ne stanno andando, e il calo della loro presenza si ripercuote su tutto il sistema. Intorno alla affordability, alla possibilità di accesso alla casa, si gioca perciò una partita decisiva per il destino della città, e la consapevolezza della posta in gioco ha rappresentato uno dei motivi non ultimi della elezione a sindaco di Zohran Mamdani, divenuto simbolo della disperata resistenza di chi vuole restare. C’è un aumento vertiginoso dei prezzi, che non è, come ben sappiamo, unicamente caratteristica nuovayorchese, ma investe molte delle città globali, quale risultato di un complesso di fattori: l’aumento degli affitti, i costi elevati dei mutui e la stagnazione dei redditi si combinano in un cocktail fatale, mettendo a dura prova i bilanci familiari. Le difficoltà si accentuano a causa della presenza di grandi fondi di investimento, che hanno scelto di privilegiare il mattone a fronte delle incertezze borsistiche; ma in questo modo hanno finito per esasperare una situazione già segnata dall’offerta limitata di alloggi, dagli alti prezzi dei terreni e dalle disuguaglianze strutturali nei mercati urbani. Di conseguenza, sia le economie avanzate sia quelle emergenti si trovano ad affrontare un crescente squilibrio tra la crescita dei redditi e il costo necessario per assicurarsi un alloggio adeguato.

L’attività degli investitori e degli immobiliaristi aumenta la concorrenza per il limitato stock abitativo disponibile, amplificando le pressioni sui prezzi e ampliando i divari nelle possibilità di accesso a un alloggio. Ne conseguono i processi espulsivi all’opera a New York, e in fondo anche a Milano, che, per molti versi, pur in presenza di industrie creative molto più fragili ed esigue quantitativamente, segue processi analoghi.

La “classe creativa”, come la definiva Florida, si ritrova così stretta in una tenaglia: da una parte retribuzioni insufficienti e precarietà lavorativa, dall’altra affitti e prezzi delle case inarrivabili. Non rimane che spostarsi sempre più lontano dal centro, vanificando così quella dimensione dell’incontro e della conoscenza reciproca, e dissolvendo, in questo modo, la scena pubblica fondamentale per alimentare il circuito artistico-creativo.

Ma in quale direzione vanno allora le grandi città del pianeta? Cosa stanno diventando? In esse pare prendere forma urbana, sempre più evidente, la profonda crisi sociale del nostro tempo. Società divise, élite arroganti ed egoiste trincerate nei loro quartieri, segmentazione sociale, espulsione dei ceti medi dai centri. Il futuro, lungi dall’essere inclusivo, appare sempre più all’insegna di una arcigna difesa dei privilegi e dell’appartenenza a gruppi di rentiers. La crisi dell’urbanizzazione, con buona pace dell’ottimismo di chi segnalava festosamente l’avvento della urban age, si manifesta con processi senza precedenti di concentrazione della ricchezza e del potere. I gruppi sociali benestanti sono arroccati in poche città dominanti, in cui si spostano con disinvoltura, come mostrano i milionari che stanno affollando Milano. La netta divisione sociale e l’ineguale ripartizione delle ricchezze, anche nelle metropoli che “vincono”, diviene ancora più acuta; mentre la rendita, nella sua versione finanziarizzata, sembra prevalere sulle attività innovative e creative, che perdono importanza, smarriscono la loro componente di unicità, spesso insidiate dall’intelligenza artificiale, e finiscono spazialmente confinate ai margini della metropoli. Si era parlato, pochi anni fa, di un “trionfo delle città” – ma questo trionfo appare sempre più livido, e gravato da squilibri sociali e spaziali, che appaiono difficilmente rimediabili sic stantibus rebus.

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TagsAgostino Petrillo aumento prezzi città creative Milano New York Richard Florida Toronto

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