La marea umana che scende ordinatamente per le strade di Madrid, occupando completamente il centro, risponde in maniera potente al voto contrario ai due decreti sulla casa proposti dal governo Sánchez. Hanno bocciato i decreti Pp, Vox e Junts: decisiva la scelta di questi ultimi, gli indipendentisti catalani, alleati del governo. Dalle destre c’era da attendersi un atteggiamento di completa chiusura, anche se si erano mostrate inizialmente possibiliste, ma il piccolo partito catalano è stato determinante. Il passaggio è di importanza enorme. Sánchez lo ha detto chiaro: “La storia li giudicherà”, e ha rincarato la dose il ministro per i Diritti sociali, Pablo Bustinduy, che ha accusato chi ha votato “no” di volere solo difendere i ricchi: “Non avete né bandiera né vergogna”.
Durissimo anche il commento di Alicia del Río, portavoce del Sindicato de inquilinas: “Ci troviamo di fronte a un parlamento che antepone la speculazione alla vita e, quel che è peggio, a un parlamento che si sta irrimediabilmente allontanando dal suo popolo”. In effetti è difficile sottrarsi all’impressione che si stia scavando un solco nella società spagnola tra la pressante richiesta di una modifica dell’attuale, insostenibile, situazione abitativa e l’immobilismo di una parte consistente della politica. Il caso Maricarmen (vedi qui) ha fatto esplodere e portato alla ribalta una realtà drammatica: l’affitto medio è salito da 870 a 1.176 euro, dal 2020, e assorbe metà dello stipendio; il prezzo medio di acquisto è passato da 175.000 a 292.000 euro per cento metri quadrati. Persino i ceti medio-alti faticano a trovare alloggi accessibili in un simile contesto.
Da quando la casa è diventata un asset speculativo e i grandi fondi buitres (“avvoltoi”) hanno fatto incetta di appartamenti, il diritto alla casa è diventato un ricordo. Ma intorno ai decreti si gioca anche una partita politica più ampia, che guarda alle prossime elezioni sempre più vicine: stando a un sondaggio riportato da “El País”, se si votasse oggi, il Partito popolare sarebbe la prima forza, con circa il 33% dei voti, seguito dal Psoe al 26%, e dalla formazione di estrema destra Vox al 18%. Le forze della sinistra radicale, Sumar e Podemos, si fermerebbero rispettivamente al 6% e al 3%. La questione della casa può essere allora una leva preziosa per spostare consensi, e far riguadagnare suffragi alla sinistra.
Sabato centinaia di migliaia di persone, in tutta la Spagna, scendevano in piazza agitando le chiavi, simbolo della casa, e già si parla di uno sciopero generale che vede l’opinione pubblica del Paese favorevole. Altre marce per un alloggio dignitoso e abbordabile hanno avuto luogo, domenica 4 ottobre, a Bilbao, Murcia, Salamanca, Oviedo e Cuenca. Lo slogan sempre lo stesso: “Contro i rentiers e i governi che li proteggono”, e si moltiplicano nei cortei le richieste di un completo rinnovamento della legislazione attuale. I manifestanti invocano contratti a tempo indeterminato, riduzione degli affitti, espropriazione dei fondi avvoltoio e la fine di tutti gli sfratti. Oltre un 70% di spagnoli ritiene giusto uno sciopero generale sulla questione della casa, e sono pronti a scioperare anche elettori della destra.
I partiti che fanno capo a Sumar, nel governo, hanno deciso di lanciare ufficialmente la convocazione del loro Frente amplio il 17 ottobre, in vista delle prossime elezioni. E poche ore fa Sánchez, rompendo gli indugi, ha annunciato lo scioglimento del parlamento e la convocazione delle elezioni anticipate il 29 novembre.
Alla questione della casa sono ormai appesi governi e cambiamenti radicali di posizioni politiche, come ha mostrato chiaramente anche la vicenda berlinese (vedi qui). Raccontare la crisi contemporanea dell’abitare in Europa è un altro modo per parlare del riemergere di una conflittualità sociale che pareva sopita. Ed è un fronte su cui i partiti faticano a destreggiarsi. Un conflitto che vede contrapposti proprietari e affittuari, certo, ma anche un conflitto tra generazioni, tra modi di concepire la vita urbana, tra gruppi di diversa origine nazionale, tra cittadini e non cittadini. Nella contrapposizione, emerge come nella questione della casa siano, assurdamente, i più poveri e svantaggiati a trasferire ricchezze ai benestanti, secondo un meccanismo perverso al di fuori delle carte costituzionali dei Paesi del welfare europeo, e della stessa ispirazione egualitaria delle democrazie occidentali.
Il problema è che in molti disgraziati Paesi – tra cui Italia, Grecia e Spagna – il mattone è diventato un investimento rifugio, e la speculazione immobiliare una delle poche maniere rimaste per spremere sangue dalle rape, in contesti deindustrializzati e sempre meno competitivi sotto il profilo delle tecnologie avanzate. Quanto avviene è dunque il frutto di una profonda crisi dell’urbanizzazione, che si manifesta con processi di concentrazione della ricchezza e del potere senza precedenti, e nelle città si gioca ormai una partita in cui chi vince prende tutto. Ma settori come quello immobiliare sono estremamente discontinui nel tempo, soggetti ai capricci di capitali stranieri e di fondi sovrani. Le economie “estrattive” inseguono la finanziarizzazione della città fisica. Così la corsa all’accaparramento delle abitazioni ha prodotto spirali di impoverimento, indebitamento e frammentazione del patrimonio. Giovani, migranti, precari, in città che si vorrebbero “attrattive”, rimangono fuori dal mercato dell’abitazione, costretti ad andare sempre più lontano dal centro per trovare una sistemazione. Tanto più precaria appare la ricchezza in questo modo raggiunta, se ne consideriamo la ricaduta sociale e la distribuzione: mentre si acuiscono e si esasperano le disuguaglianze, la monocoltura dell’immobiliare espelle popolazioni dal centro verso le periferie, creando una città socialmente e spazialmente polarizzata. Le mobilitazioni attuali dovrebbero fare riscoprire, quindi, quella che Henri Lefebvre definiva la natura fondamentalmente politica delle città europee, che rappresenta l’unica risorsa per proporre soluzioni diverse dai modelli urbani, disperatamente disuguali, che si profilano sullo sfondo del declino dei sistemi di welfare e del rallentamento della globalizzazione. Questa crisi è giunta a un punto tale da richiedere con urgenza risposte politiche.







