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Regionali in Andalusia, un colpo per Sánchez

Non si dormono sonni tranquilli al Palazzo della Moncloa, residenza del governo a Madrid. Lo scorso 19 giugno, in Andalusia – la regione più...

Un salario minimo legale ed europeo

A un passo dalla rottura. La frattura politica all’interno della Confederazione dei sindacati europei si sta ricomponendo, in questi giorni, proprio mentre le istituzioni...

Guerre dimenticate: il Fronte polisario contro il Marocco

Senza un futuro, sempre più dimenticati e lasciati al loro destino. E illusi da improbabili missioni delle Nazioni Unite e da impegni mai rispettati...

L’interesse capitalistico e il contrasto alla pandemia

Dispiace che sia stato proprio il premier spagnolo Sánchez a dichiarare che sarebbero maturi i tempi per iniziare a considerare la pandemia, in cui...

Congresso del Psoe: Sánchez resta a sinistra

È stato il congresso del consolidamento della leadership di Pedro Sánchez e della ritrovata unità tra le diverse componenti del Partito socialista spagnolo (Psoe),...

Meloni a Madrid in formato “nero Vox”

Presentata dal conduttore dell’evento come “la speranza di tutti i patrioti”, Giorgia Meloni sale sul palco di Vox, a Madrid, accolta con entusiasmo dalle...

Yolanda Díaz, una ministra da invidiare

L’ha “scoperta” anche il prestigioso quotidiano “Le Monde”, che una settimana fa le ha dedicato un ritratto a firma di Sandrine Morel, corrispondente da Madrid, segnalandola come personaggio “in ascesa” e “carismatica”, molto apprezzata tra gli industriali, oltre che dai sindacati, per la sua capacità di tenere aperto il dialogo sociale. Si tratta di Yolanda Díaz (galiziana, classe 1971), comunista, avvocata e ministra del Lavoro dal gennaio 2020 nel governo formato dalla coalizione tra Partito socialista (Psoe) e Podemos, dal marzo 2021 anche coordinatrice di quest’ultima formazione politica e vicepresidente del governo presieduto da Pedro Sánchez, dopo le dimissioni dai due incarichi di Pablo Iglesias.

Alla sua caparbietà e abilità si devono tre conquiste: il salario minimo fissato a 950 euro; la deroga al licenziamento per problemi medici che ha limitato i danni del Covid; la legge che ora regola il cosiddetto lavoro telematico (Ley del teletrabajo). A Díaz va pure il merito dell’accordo di avanguardia per introdurre nel codice del lavoro una “presunzione di lavoro salariato” per i fattorini che consegnano pasti a domicilio attraverso piattaforme come Deliveroo o UberEats. La ministra del Lavoro ha più volte precisato che “questi lavoratori ora sono dipendenti e potranno beneficiare di tutte le tutele derivanti dal loro status”.

Italia e Spagna, tentativo di pace in Medio Oriente

A trent’anni esatti dalla conferenza di pace di Madrid, volete che non si tenti di riproporre quelle stesse (fallite) ricette? Lì al tavolo sedevano Stati Uniti e Urss, erano loro a farla da padrone, ma il mondo del “socialismo reale” era in via di disfacimento, il vento era cambiato, gli equilibri della guerra fredda erano morti. Il risultato fu una conferenza di pace ridicola, anticamera degli accordi di Oslo che contenevano in sé il fallimento di ogni possibilità di pace. Arafat seguiva da Tunisi le riunioni mediante la cornetta di un telefono alzato da un suo collaboratore ammesso a Madrid. 

Era il 30 ottobre del 1991. Ora Italia e Spagna provano a percorrere di nuovo le stanche orme della pace. È un tentativo di resuscitare l’Unione europea nel quadro del Mediterraneo, dove fino a ora abbiamo assistito alle scorribande del Pentagono che vince in Iraq, perde in Siria, vorrebbe riscrivere i confini in Libia, dove vince e poi perde; e poi all’arrivo dei turchi e dei russi, e così via, con sempre dietro l’angolo il nemico numero uno, l’Iran: qualche giorno fa gli Stati Uniti hanno ucciso almeno quattro persone lungo il confine iracheno, colpendo postazioni iraniane, inviando un messaggio molto chiaro, “vi colpiremo ovunque siate”.

Indulto e dialogo con Barcellona. La giusta scommessa di Sánchez

Segnale di forte disgelo tra il governo di Madrid e quello di Barcellona, forse non sufficiente tuttavia a riaprire nell’immediato il negoziato politico. Anche se il 29 giugno ci sarà l’incontro tra il premier Pedro Sánchez e Pere Aragonès, presidente della Catalogna e dirigente di Izquierda republicana (Erc). È il primo effetto dell’indulto approvato dal Consiglio dei ministri del governo di coalizione tra il Partito socialista (Psoe) e Unidos Podemos, che guida la Spagna dall’inizio del 2020. Da mercoledì sono tornati infatti in libertà, con provvedimenti ad personam, nove leader separatisti che scontavano dal 2017 condanne fino a tredici anni. Fuori dal carcere di Lledoners, nei pressi di Barcellona, gli ex detenuti sono stati accolti da una manifestazione popolare indetta dalle formazioni politiche catalane. Sánchez si è detto molto soddisfatto della decisione del suo governo: “Sono convinto che liberare dalla prigione queste nove persone che rappresentano milioni di catalani sia un grande messaggio di concordia da parte della democrazia spagnola”.

“Radicali, ma al governo”. Podemos secondo Ione Belarra

Tocca a Ione Belarra, ministra dei Diritti sociali del governo spagnolo di sinistra, rilanciare le azioni politiche di Podemos (21% nelle elezioni del 2016, terzo partito di Spagna dopo decenni di bipolarismo tra popolari e socialisti). È stata eletta segretaria domenica scorsa, con l’88,6% dei voti dei 53mila partecipanti (per via telematica) all’assemblea del partito-movimento svoltasi a Alcorcón (periferia di Madrid). Compito difficile il suo, dopo le dimissioni di Pablo Iglesias, leader storico, ex vicepresidente del governo, dimessosi con l’annuncio del ritiro irrevocabile dalla vita politica dopo il fallimento della sua candidatura nelle recenti elezioni regionali di Madrid. Non ha nemmeno partecipato all’assemblea congressuale “per non influenzarla”.

Al di là dell’episodio elettorale deflagrante, è il tema “governo” a creare affanni nel partito-movimento nato nel 2014 dal movimiento de los indignados che contestava assetti, metodi e contenuti della politica spagnola (un po’ come i 5 Stelle italiani, ma con radici identitarie nella storia peculiare della sinistra iberica e non in un indistinto populismo). Tra Covid e crisi economica conseguente, la destra si sta intanto riorganizzando intorno a un resuscitato Partido popular (Pp) e a Vox, formazione addirittura nostalgica del regime dittatoriale di Francisco Franco. Questa stessa destra trova intollerabile che a governare la Spagna sia una coalizione tra socialisti (Psoe)-Podemos: da qui i toni della polemica politica quotidiana, che assomigliano a un muro contro muro di rara ruvidezza e senza analogie in Europa.