C’è una lezione, tenuta nei giorni scorsi da Luciano Floridi, che parte da un’osservazione semplice quanto folgorante: il lessico del digitale è il lessico del mare. Navighiamo. Seguiamo rotte. Attraversiamo flussi. Restiamo immersi in correnti di informazione. Non è un vezzo linguistico: è la fotografia di un ambiente senza punti fissi, dove il movimento è la regola, non l’anomalia da correggere. Il mondo di prima, quello analogico, rispondeva a un’altra legge: la legge della terraferma. Si costruiva su un suolo stabile, e la stabilità permetteva di pensare la durata come normalità. Istituzioni, leggi, sapere: tutto concepito come architettura destinata a reggere, ad accumulare esperienza, a garantire continuità nel tempo.
Il mare non conosce questo tipo di fondamenta. Non offre basi su cui edificare per sempre. Nel digitale la stabilità non nasce da ciò che si costruisce una volta per tutte, ma dalla capacità di correggere continuamente la rotta, giorno dopo giorno. Ed è appunto questa immagine a illuminare, con inaspettata chiarezza, il dibattito sui social network.
Molte proposte politiche restano fedeli a una logica terrestre: alzare muri, fissare confini, delimitare spazi. Tentano di irrigidire ciò che, per sua natura, è fluido. Ma i social appartengono a una distesa liquida, e tracciarvi sopra una linea retta assomiglia più a un gesto simbolico che a un argine reale. Rallenta il traffico in superficie, forse. Non ferma le correnti che scorrono sotto.
La domanda giusta, allora, non è se sia lecito vietare i social ai minori. La domanda giusta è come si governa uno spazio che, per definizione, è liquido e in perenne movimento. Il divieto approvato nei giorni scorsi dal parlamento francese per gli “under 15”, in questo senso, è una risposta di terraferma: dove il territorio è stabile, si costruiscono i confini, si presidiano gli accessi, si controllano gli ingressi. Ma il digitale non è un territorio, è un mare. E nel mare le correnti aggirano ogni ostacolo, le rotte cambiano, nuovi approdi emergono senza preavviso. Oggi è TikTok. Domani sarà un’altra piattaforma. Dopodomani, ambienti immersivi generati dall’intelligenza artificiale.
Per questo, la misura francese rischia di essere, insieme, necessaria e insufficiente. Necessaria, perché afferma un principio che va difeso: esistono spazi che un minorenne non dovrebbe attraversare senza protezione. Insufficiente, perché lascia intatta la natura di quello spazio, che continuerà a muoversi, a trasformarsi, a sfuggire. L’errore sarebbe scambiare il divieto per un punto di arrivo. Dovrebbe restare, invece, la soglia da cui parte un percorso educativo.
Nessuno affiderebbe a un bambino di dieci anni una barca in mare aperto. Prima lo si protegge. Poi gli si insegna a nuotare, a leggere il cielo, a usare la bussola e le carte nautiche. Solo alla fine, quando è pronto, gli si consegna il timone. Il divieto può reggere se lo intendiamo come tempo guadagnato per formare chi dovrà navigare, non come argine permanente. Fermarsi al solo divieto significa condannarlo al fallimento. Inserirlo in un progetto educativo, invece, gli restituisce senso pieno.
È un compito che riguarda, inevitabilmente, anche la scuola, chiamata a rendere gli studenti capaci di attraversare il mare digitale con le proprie forze. Letto così, il divieto smette di essere il tentativo illusorio di prosciugare l’oceano. Diventa ciò che dovrebbe essere sempre stato: il tempo necessario per formare chi, prima o poi, dovrà attraversarlo da solo. Quanto ai divieti, per principio siamo contrari. Però con la consapevolezza che divieto ed educazione hanno funzioni diverse, e che talvolta possono essere complementari.








