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Home » Zzz-ripubb » Ritratti » Gerda Taro: la donna che cambiò il modo di raccontare la guerra

Gerda Taro: la donna che cambiò il modo di raccontare la guerra

La fotoreporter, caduta nel 1937 in Spagna, e le sue eredi

2 Settembre 2026 Laura Guglielmi  1777

(Questo articolo è stato pubblicato il 13 aprile 2026)

Gerda Taro non è soltanto un nome inciso su una lapide del cimitero parigino di Père-Lachaise, né la “compagna di Robert Capa”, com’è stata ricordata per decenni. È una delle figure più luminose e tragiche del fotogiornalismo del Novecento. In un’epoca in cui non esistevano donne fotografe di guerra, decise di prendersi il suo spazio. E lo fece inventandosi una nuova identità.

Nata Gerta Pohorylle, nel 1910 a Stoccarda, in una famiglia ebraica della classe media, cresce in un’Europa che stava scivolando nel baratro. L’ascesa del nazismo la costringe a fuggire prima a Lipsia, poi a Parigi, dove arriva senza soldi, senza documenti, senza un futuro chiaro. Ma Parigi, negli anni Trenta, è anche un laboratorio: un luogo dov’è possibile ripartire da zero. Ed è lì che Gerta diventa Gerda Taro. Un nome breve, sonoro, internazionale. Sembra già una firma. L’incontro con André Friedmann, anche lui ebreo, è decisivo. I due inventano insieme un personaggio: il “grande fotografo americano Robert Capa”, un’identità fittizia che permette anche di vendere le foto a un prezzo più alto. Mentre la leggenda cresce, Gerda non resta nell’ombra. Impara a fotografare, sviluppa uno sguardo proprio, veloce, istintivo, vicino ai corpi e alle emozioni. Non è l’allieva di Capa: è sua pari.

E presto, in Spagna, diventa qualcosa di più. La guerra civile è il luogo in cui Gerda Taro si compie. Arriva nel 1936, ventiseienne, con una Leica al collo e una determinazione che sorprende persino i colleghi più esperti. Non cerca mai una distanza di sicurezza: entra nelle trincee, corre accanto ai miliziani, fotografa il momento in cui la storia si trasforma in tragedia. Le sue immagini non sono mai neutre. Sono fotografie che testimoniano, respirano, tremano, vivono. Raccontano la guerra dal punto di vista dei combattenti, dei civili, delle donne che resistono, dei bambini che fuggono.

Gerda non fotografa la morte: fotografa la vita che tenta di resisterle. La sua presenza al fronte è rivoluzionaria. È una donna giovane, elegante, minuta, che si muove con una naturalezza che spiazza. I miliziani la chiamano la pequeña rubia. Lei sorride, fuma, crea immagini. E soprattutto non arretra. La sua fotografia più celebre, i miliziani repubblicani che avanzano durante la battaglia di Brunete, è un manifesto di energia e di coraggio. Non c’è retorica, né posa: c’è il ritmo della vita in mezzo al caos.

Ma è proprio a Brunete che tutto si spezza. Il 25 luglio 1937, mentre documenta la ritirata delle truppe repubblicane, Gerda viene travolta da un carro armato amico. Muore il giorno dopo, in un ospedale da campo. Ha ventisette anni. La prima fotografa di guerra caduta al fronte. La sua morte diventa subito un simbolo. A Parigi il funerale, organizzato dal Partito comunista e dagli antifascisti francesi, è una manifestazione politica di immenso impatto sentimentale: migliaia di persone accompagnano la bara bianca su cui è posata la sua Leica, alcune fonti parlano di centomila presenze. Eppure, nonostante l’imponente emozione collettiva di quel momento, lei scivola lentamente nell’ombra. Per decenni, il nome di Gerda Taro resta legato a quello di Capa, come se la sua opera fosse un’appendice, un capitolo minore.

È solo dagli anni Novanta che la sua figura viene finalmente restituita alla sua grandezza. Le sue fotografie ritrovate rivelano un talento vero e autonomo, una voce visiva precisa, moderna, empatica. Gerda Taro è stata una pioniera. Una donna che ha trasformato la propria fuga in un destino e la sua breve vita in un gesto di libertà. Guardare oggi le sue immagini significa riconoscere un modo diverso di raccontare la guerra: non dall’alto, non da lontano, ma dal cuore pulsante degli eventi. Significa vedere la storia attraverso gli occhi di una giovane donna che non ha mai smesso di credere che la fotografia potesse cambiare qualcosa. Anche solo per un istante. Gerda Taro non ha avuto il tempo di trasformarsi in un mito. È diventata qualcosa di più raro: una promessa interrotta che continua a parlare. Una ragazza che ha reinventato se stessa in mezzo alla guerra e che, proprio per questo, continua a vivere nelle sue immagini.

Le sue fotografie ci interrogano ancora su cosa sia cambiato nel modo di raccontare la guerra. Il fotogiornalismo contemporaneo dispone di tecnologie che Taro non avrebbe potuto nemmeno immaginare: macchine leggere, autofocus rapidissimi, trasmissioni istantanee, protezioni balistiche, reti globali. Eppure, nella sostanza, il cuore del mestiere è rimasto lo stesso: stare vicino alle persone, assumersi il rischio di vedere ciò che gli altri non vogliono vedere, trasformare il dolore in testimonianza attiva. La lezione di Taro è duplice. Da un lato, ci insegna che la fotografia di guerra non è mai neutra: è una scelta di campo, un atto politico, un gesto di responsabilità verso chi soffre. Dall’altro, ricorda che il coraggio non è esporsi solo al pericolo, ma trovare un linguaggio capace di restituire dignità ai soggetti, senza spettacolarizzare o banalizzare la violenza.

Molte fotogiornaliste contemporanee incarnano la sua eredità: Nicole Tung, che ha documentato la guerra in Ucraina e in Siria, lavora con una sensibilità che ricorda quella di Taro: attenzione ai civili, ai bambini, ai gesti minimi che sopravvivono al caos. Le sue immagini cercano la vita, non la morte. Carolyn Cole, premio Pulitzer, ha raccontato Liberia, Iraq, Kosovo, Haiti, con uno sguardo empatico e ravvicinato, spesso condividendo la quotidianità dei civili sotto assedio. Anche lei, come Taro, non fotografa “la guerra”, ma le persone dentro la guerra. Nariman El‑Mofty, attiva in Yemen e Sudan, e Anastasia Taylor‑Lind, che lavora da anni in Ucraina, portano avanti uno sguardo che mette al centro la vulnerabilità, la resistenza, la dimensione umana dei conflitti. Il loro lavoro è una forma di cura, non di esibizione. E poi c’è Lynsey Addario, che ha raccontato Afghanistan, Iraq, Darfur, Ucraina: nelle sue immagini c’è la stessa urgenza morale e vitale che animava Taro.

Sul web si possono trovare tante immagini di queste signore della fotografia. In un mondo in cui le immagini scorrono troppo veloci e rischiano di perdere consistenza, la lezione di Gerda Taro è più attuale che mai: non basta essere presenti, bisogna saper essere attivi con lo sguardo. Uno sguardo che non si limita a registrare, ma che seleziona e prende posizione, non cerca il sensazionale, ma la verità negli sguardi delle persone. Gerda Taro ha avuto il tempo di insegnarci che la fotografia di guerra non è un mestiere per chi vuole “vedere tutto”, ma per chi vuole vedere meglio. E questo, oggi come allora, fa tutta la differenza.

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Tagsfotogiornalismo fotografia di guerra Gerda Taro Laura Guglielmi

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