Nel Kruger National Park, in Sudafrica, un elefantino barrisce e corre disperatamente incontro alla madre, che a sua volta procede spedita verso di lui. Si incontrano a pochi centimetri dalla nostra auto. Non fanno alcun caso alla nostra presenza, noi invece ci spaventiamo. Per qualche istante il viaggio si ferma: non c’è altro da fare che aspettare che se ne vadano. Poi scompaiono nella vegetazione e riprendiamo il cammino. Nel Kruger, in alcune aree, sono state rimosse le recinzioni per consentire agli animali di muoversi attraverso territori che, sulle carte, appartengono a Stati differenti. Non significa che la fauna possa spostarsi ovunque liberamente. Significa, però, che per proteggere gli ecosistemi è necessario gestire in maniera diversa le divisioni amministrative. Paradossalmente, invece, diventa sempre più difficile emigrare in Sudafrica, varcarne la frontiera, per i cittadini dei Paesi limitrofi.
In ottobre, le proteste contro l’immigrazione (vedi qui i precedenti) sono tornate nelle strade sudafricane. Gruppi come March and March chiedono l’espulsione dei migranti irregolari, accusati di sottrarre lavoro, alloggi e risorse a una popolazione alle prese con una forte disoccupazione e con servizi pubblici insufficienti. Nel giugno scorso, e poi ancora l’8 ottobre, le manifestazioni sono state accompagnate da episodi di violenza, saccheggi e attacchi contro attività commerciali gestite da stranieri. Il disagio sociale è reale, ma trasformare chi arriva da altri Paesi nel responsabile di ogni difficoltà significa spostare il problema.
Il Sudafrica ha conquistato la democrazia abbattendo un sistema che divideva le persone in base al colore della pelle. Oggi, a più di trent’anni dalla fine dell’apartheid, le tensioni legate all’immigrazione mostrano quanto sia ancora difficile stabilire chi abbia diritto a sentirsi parte di una comunità. Le due situazioni sono profondamente diverse, ma la domanda che pongono è analoga: come si affrontano le difficoltà di un Paese? “Alcune persone provenienti dal Mozambico attraversano clandestinamente zone del parco Kruger, spesso di notte, per entrare in Sudafrica, e corrono il rischio di essere divorati dai leoni” – ci racconta un amico, ma non è il solo. Non abbiamo assistito a questi attraversamenti, non è possibile verificare i singoli racconti. Ma il contrasto è forte: lo stesso territorio che, per un elefante, può essere una via di passaggio diventa, per un essere umano in cerca di una vita diversa, un itinerario clandestino e pericoloso.
A Johannesburg, l’Apartheid Museum è uno di quei luoghi in cui la storia smette di essere una successione di date e diventa esperienza concreta. La classificazione razziale, le leggi che stabilivano dove le persone potessero abitare, lavorare e spostarsi, la separazione imposta nella vita quotidiana: tutto racconta di un sistema che non si limitava a discriminare, ma organizzava lo spazio e i rapporti umani sulla base della razza. La resistenza, la liberazione di Mandela, le trattative e le elezioni del 1994 segnarono il passaggio a un’altra storia. Ma uscire dal museo non significa uscire da tutte le conseguenze di quella storia. Nella prima parte di questo reportage (vedi qui) si è detto di quanto le disuguaglianze siano ancora visibili nelle tante ville suntuose e luoghi protetti da recinzioni, e anche nei cancelli che sbarrano l’entrata di interi quartieri, con sistemi di sorveglianza ovunque. Ora stiamo raccontando di quanto le frontiere siamo sempre più difficili da varcare per chi non ha un visto. Ma non deve sfuggirci un altro punto fondamentale: sono molti i tentativi di creare forme di convivenza alternative. Durante il nostro viaggio, abbiamo visto anche spazi pubblici in cui si cerca di costruire una relazione diversa con il passato. Non tutto va ricondotto alla paura e alla violenza. Abbiamo incontrato persone disponibili e generose, e un forte senso di appartenenza alle comunità.
A Città del Capo, lo Zeitz Mocaa, il museo di arte contemporanea africana, raccoglie opere che interrogano l’identità, la memoria, l’esilio, il modo in cui la storia coloniale continua a influenzare il presente. Davanti all’arte, le categorie con cui si tenta di definire le persone e i territori diventano labili. Appartenenza e identità non sono parole astratte: riguardano la possibilità di raccontare la propria storia, di essere riconosciuti, di non restare prigionieri dello sguardo altrui. È un’impressione che abbiamo ritrovato anche al Nirox Sculpture Park, dove siamo stati ospitati per una decina di giorni, una delle esperienze più interessanti del viaggio: vivere in un luogo in cui l’arte non è confinata nelle sale di un museo, ma dialoga continuamente con il paesaggio, gli alberi, la luce e la terra. Le sculture emergono dal verde, invitano a fermarsi e cambiano aspetto a seconda del punto da cui le si guarda. Qui la natura non fa semplicemente da sfondo alle opere: entra in relazione con esse. Il Nirox è nato nel 2006 da un progetto del suo fondatore, il visionario Benji Liebmann: rispetto alla maggior parte delle persone della sua generazione di bianchi sudafricani (spesso nati intorno agli anni Cinquanta), che ha lasciato il Paese durante o dopo il periodo dell’apartheid, ha scelto di restare e di investire le proprie energie nel tessuto culturale ed economico locale, trasformando un’area della regione in uno spazio dedicato alla scultura contemporanea, alla ricerca e all’incontro fra artisti. Nel tempo, il parco si è sviluppato come luogo di residenza, con studi, laboratori e occasioni di confronto anche politico. Siamo rimasti colpiti soprattutto nel vedere quanti giovani immigrati collaborino con Benji, contribuendo a far crescere questo progetto. Non soltanto artisti, dunque, ma persone che mettono in comune energie, competenze e idee per realizzare qualcosa che da soli sarebbe difficile costruire. Bello vedere un’esperienza di questo genere, nata dalla visione di una persona e diventata, nel tempo, un progetto collettivo. Essere ospiti del Nirox permette di cogliere qualcosa che una visita di poche ore non può restituire: il valore del lavoro che sta dietro a un luogo culturale, la cura necessaria per mantenerlo vivo, la possibilità di creare opportunità e relazioni anche lontano dai grandi centri urbani. In un Paese segnato da profonde disuguaglianze, esperienze come questa non cancellano i problemi, ma mostrano concretamente che cosa si possa costruire quando ci sono intuizioni forti.
La fondazione porta avanti Soil & Water, un progetto internazionale nato dalla preoccupazione per l’inquinamento dei corsi d’acqua e delle falde, che mette in relazione artisti, ricercatori e comunità di tutto il mondo. Il terreno e l’acqua, elementi essenziali per la vita, diventano così materia di ricerca artistica, ma anche snodi ambientali e politici. Il progetto ha varcato i confini sudafricani per arrivare fino a Kigali, in Ruanda, dove una nuova tappa coinvolge il Nyandungu Eco-Park. Un luogo nato intorno alla scultura e alla creatività si è fatto promotore di una riflessione concreta sulla fragilità degli ecosistemi e sulla responsabilità collettiva.
Il territorio intorno al Nirox, a pochi chilometri da Pretoria e Johannesburg, due città estremamente difficili da attraversare, è noto come Cradle of Humankind (“culla dell’umanità”) per i ritrovamenti fossili che hanno contribuito a ricostruire le origini dell’umanità. Camminare in questa parte del Sudafrica significa trovarsi in un paesaggio che custodisce le tracce dei nostri antichissimi predecessori, infinitamente prima che esistessero gli Stati, i passaporti, le classificazioni razziali. È difficile non avvertire il contrasto fra questa storia remota e le divisioni che gli esseri umani hanno costruito nel tempo. Thor Heyerdahl, l’esploratore norvegese, che ha attraversato il Pacifico sul celebre Kon-Tiki, nel 1947, ben sintetizzava questo concetto: “Di confini non ne ho mai visto uno. Ma ho sentito che esistono nella mente di alcune persone”.










