Acqua fredda, rana in pentola, fuoco lento: la metafora cara a Noam Chomsky, secondo cui se non si reagisce per tempo ai cambiamenti imposti dal potere si finisce per l’appunto bolliti come la famosa rana, risulta sempre più accurata nel descrivere la situazione italiana. Un esempio di facile applicazione è rappresentato dallo spostamento progressivo del senso comune, che filtra nel dibattito politico-informativo a proposito della crescita apparentemente inarrestabile delle spese militari. Tutto normalizzato, ormai, come se si trattasse di un’ordinaria discussione sul colore da scegliere per rinnovare la facciata del palazzo condominiale. Anche i recenti battibecchi nella compagine governativa di destra-centro sulla questione dei fondi Safe dedicati al riarmo sono passati, tutto sommato, come episodi fisiologici legati alle necessità di “posizionamento” elettorale delle diverse forze politiche, in particolare della Lega, da tempo impegnata a distinguersi, almeno a parole, dagli alleati, come forza “frenante” sul riarmo europeo e sulla postura conflittuale dell’Europa nei confronti della Russia.
Per sfuggire a questa assuefazione sulle tematiche della militarizzazione del bilancio dello Stato, e prendere confidenza con la dimensione del problema, può essere necessario ricorrere a qualche dato messo insieme da chi studia la materia con passione militante e approccio scientifico. L’ultimo Annuario Milex fotografa un Paese che continua a spingere sull’acceleratore del riarmo, con una crescita che appare sempre più strutturale. Dal 2010 a oggi, la spesa militare cumulata supera i 429 miliardi di euro, se si calcola l’inflazione si deve parlare di quasi 504 miliardi. Il dato che colpisce di più, però, è quello sugli armamenti: si passa dai tre miliardi annui del 2006 ai 13,2 previsti per il 2026, con oltre 46 miliardi concentrati soltanto nel quadriennio 2023-2026. Anche la spesa militare diretta raggiunge nel 2026 il record di 33,9 miliardi, segnando un aumento del 2,8% sull’anno precedente e di oltre il 45% in dieci anni. Alzi la mano, a proposito di rane bollite, chi ha avuto la sensazione che una simile direttrice sia stata imboccata attraverso un ampio e partecipato dibattito democratico, per usare termini nobili ma ormai svuotati di contenuto reale nella nostra realtà quotidiana. E c’è un dettaglio in più, sottolineato da Milex, che rafforza la preoccupazione per lo stato della democrazia reale: secondo il rapporto, lo scarto tra stanziamenti in legge di bilancio e consuntivi si colloca, stabilmente, tra il 9 e il 16%, pari a circa 2,7-4,2 miliardi l’anno. Viene cioè sottostimato in modo sistematico (e si faticherebbe a credere che possa non essere una scelta deliberata) il costo effettivo della difesa, riducendo la trasparenza di una delle voci di spesa pubblica più sensibili e meno controllate.
Il futuro prossimo prende le mosse dal recente annuncio di Antonio Tajani sulla “prenotazione” di 14,9 miliardi di prestiti europei Safe, che, in base alle caotiche norme europee, vista la destinazione “a fin di bene”, ovvero nel riarmo e nella modernizzazione delle strutture della difesa, possono essere scomputati dai vincoli di bilancio. Per farlo, viene attivata la Nec (National Escape Clause), cosa che il governo Meloni si appresta a fare previa autorizzazione parlamentare. Carri armati Leopard, sistemi missilistici Samp-T e caccia anglo-giapponesi di sesta generazione i principali destinatari dell’attesa espansione della spesa, che porterà con sé anche uno scostamento di bilancio (“se lo faremo”, ha commentato il ministro della Difesa, Guido Corsetto: quindi lo faranno). Baruffe con i leghisti a parte, la decisione del governo sembra ormai definitiva, anche se verrà “corretta”, dal punto di vista politico-comunicativo, attribuendo parte di quei fondi in sostegni per il settore energetico (dato che il nucleare, per le destre, sta nel calderone delle fonti “pulite”, è probabile che si trovi il modo di incanalare in quella direzione una quota rilevante degli investimenti).
Ma il Safe è davvero, come sostengono dalla maggioranza parlamentare, un semplice strumento tecnico-contabile? Intanto, il costo: secondo Alessandro Volpi, storico dell’economia e studioso dei mercati finanziari, gli italiani restituiranno i quasi quindici miliardi in vent’anni, fino al 2048, mettendoci sopra altri otto miliardi di interessi. Ma il punto è un altro e riguarda l’adozione di un determinato modello economico: contrariamente alle automobili, prodotto destinato a essere periodicamente riacquistato dai suoi utilizzatori, e la cui industria può essere incentivata con il pretesto delle norme antinquinamento, le industrie delle armi prosperano solo nei periodi come quello che stiamo vivendo, con guerre sempre più diffuse e connesse in mezzo mondo. L’unica politica industriale che ne alimenta la crescita è quella che distrugge vite umane. Ne ha scritto recentemente anche il quotidiano dei vescovi “Avvenire”: il riarmo – si legge in un editoriale – “sarà difficile da smantellare e dovrà essere alimentato a oltranza (proprio come negli Usa), come un mostro mitologico”.
Di fronte a un governo che continua a scommettere sull’allineamento alle pretese della Casa Bianca e di Bruxelles, sulla crescita della spesa militare in ambito Nato e in ambito Ue, occorrerebbe un’opposizione che si schierasse compattamente su una linea alternativa e facesse della contrapposizione fra armi e spesa sociale il cardine del suo programma e della sua campagna elettorale. Ma per ora i segnali che si intravedono non promettono sviluppi lineari in questa direzione. Con quali risultati sull’elettorato è facile prevedere, e ne avremo ancora occasione di parlarne.








