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Home » Opinioni » Cattolici, il moderatismo non serve

Cattolici, il moderatismo non serve

Si guardi piuttosto all’insegnamento di papa Bergoglio

17 Luglio 2026 Vittorio Bonanni  1043

Si va avanti a suon di firme, nell’area indefinita che si colloca a destra del trio Pd, 5 Stelle e Alleanza verdi-sinistra. Matteo Renzi ha agitato la bandierina per ricordare a tutti gli altri galli del pollaio “riformista” che quelle sono indispensabili per essere certi di partecipare alla competizione elettorale (come successe con Carlo Calenda alle scorse elezioni, a cui seguì la successiva quanto patetica separazione tra i due leaderini). Stavolta è stato invece un esponente storico del cattolicesimo democratico a ricordare, a chi di dovere, di avere questa importante carta da giocare, appunto le firme, per facilitare la partecipazione al voto di qualche possibile alleato. Si tratta di Bruno Tabacci, che ha lasciato il Partito democratico per entrare nel gruppo misto.

L’ex democristiano, fondatore del Centro democratico, del resto non è nuovo ad atti del genere, anche nei confronti di chi è distante, almeno su alcuni temi, dalla sua cultura politica. Ricordiamo quando, il 4 gennaio 2018, di fronte al rischio che, proprio per via delle firme, la creatura di Emma Bonino +Europa non potesse essere della partita, mise a disposizione appunto quelle di Cd, che in parlamento aveva già un suo gruppo. Quell’alleanza ebbe vita breve, ma l’altruismo, e lo diciamo senza ironia (Tabacci non è certo Renzi), messo in luce in quel caso, darebbe la possibilità di creare una qualche formazione politica di stampo cattolico, che avrebbe come punto di riferimento Ernesto Maria Ruffini (vedi qui), già direttore dell’Agenzia delle entrate, proveniente da una prestigiosa famiglia cattolica (è figlio del politico e ministro Attilio Ruffini, a sua volta nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo, Ernesto Ruffini, nonché fratello minore del giornalista Paolo) e fortemente legato a Romano Prodi.

Il nome di Ruffini era circolato come possibile quanto improbabile federatore di un centrosinistra, alla maniera di Romano Prodi a suo tempo. L’accantonamento della possibile strana scelta, però, non ha fatto scomparire dall’orizzonte il giurista – ora in predicato di diventare coordinatore di un possibile nuovo partito cattolico, una Margherita 2.0 –, sebbene, al riguardo, circoli anche il nome del sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. E al duo Tabacci-Ruffini si aggancia un altro gruppo. Si tratta di Costruire comunità, creatura del senatore Graziano Delrio, già ministro del governo Renzi, e di Paolo Ciani, deputato di Democrazia solidale, emanazione della Comunità di Sant’Egidio, realtà particolarmente impegnata sui temi della pace (come nel caso di Marco Tarquinio, già direttore di “Avvenire”) e della presidente dell’Umbria, Stefania Proietti, pacifista di lungo corso, entrambi vicini a questo progetto.

A proposito di pace, tuttavia, i due “padri” di Costruire comunità non hanno esattamente le stesse posizioni, per quanto comunque distanti dall’anima guerrafondaia di un Guerini, già ministro della Difesa. Ciani – compagno di viaggio di Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio – si definisce un “pacificatore”. Nel gennaio 2023, fece discutere, all’interno del Nazareno, il suo netto “no” all’invio delle armi in Ucraina, insieme con i 5 Stelle e l’Alleanza verdi-sinistra, sposando più o meno le posizioni di papa Francesco. Non lo stesso si può dire di Delrio, sempre favorevole all’invio di armi a Kiev, sia pure con dei distinguo, in particolare riguardo alla necessità, da “pacifista pragmatico” quale si dichiara, di mettere mano a una via diplomatica, quella che l’Unione europea e la Gran Bretagna non si sono mai sforzate di percorrere seriamente. I due sono invece sulla stessa lunghezza d’onda rispetto al contestato disegno di legge Delrio contro l’antisemitismo (vedi qui), osteggiato dal resto dell’opposizione – compresa la maggioranza del Pd –, oltre che da storici e intellettuali ebrei autorevoli, come Anna Foa, perché rischia di trasformare ogni critica a Israele in antisemitismo, facendo proprio il pensiero dominante imposto dallo Stato ebraico e dalle comunità ebraiche.

A quanto descritto, bisogna aggiungere piccole realtà locali di ispirazione cattolica, come Basilicata casa comune e la sigla campana “Per”. Tutto questo insieme di sigle – al pari di quelle che caratterizzano l’area “riformista” liberale –, checché ne dicano i protagonisti, ha tutte le carte in regola per fondare un nuovo partito cattolico di media grandezza. Naturalmente, ci si può sbagliare, ma come non vedere la nascita di una nuova formazione politica da tutto questo proliferare di sigle e protagonismi. Moderati o progressisti, però, al momento è difficile prevederlo.

Al riguardo vale la pena rileggere quanto scrisse su “Appunti. Rivista cattolico-democratica” uno degli esponenti più prestigiosi del mondo cattolico, Franco Monaco, già collaboratore di Giuseppe Dossetti, già direttore della rivista culturale “Vita e Pensiero”, vicino al cardinale Martini, oltre che ex deputato Pd. Secondo Monaco, il magistero di papa Francesco “non inibisce il legittimo pluralismo con riguardo al giudizio circa le sue ricadute politiche. Ci mancherebbe. Ma, questo sì, disegna un orizzonte di valori che innegabilmente implica talune conseguenze e opzioni pratico-politiche. Quanto meno ne esclude decisamente alcune in aperto, palese contrasto con quell’orizzonte. Un magistero – sostiene l’intellettuale – che per i suoi impegnativi contenuti e per il contesto politico concreto del nostro tempo, su talune issues oggi politicamente cruciali, quali pace-guerra, migrazione, lavoro e diritti sociali, fissa precise discriminanti. Mi pare difficile che esse possano essere iscritte, oggi in concreto, dentro la categoria del moderatismo”.

Non arriva una voce troppo diversa da Stefano Zamagni, cattolico ed economista di fama internazionale, già presidente della Pontificia Accademia delle scienze sociali. In un’articolata intervista rilasciata a Diego Motta, sulle pagine di “Avvenire” del 2 luglio scorso, Zamagni descrive come il capitale si sia andato ridefinendo in questi anni. “Qual è il principio che guida i capitalismi? (siano essi finanziari o digitali, in quanto quelli tradizionalmente industriali, o delle campagne e commerciali, quasi non esistono più, ndr)? – si chiede Zamagni. È “la libertà di potersi muovere come vogliono, senza controlli e senza vincoli di sorta. È ovvio che, in questa prospettiva, il problema della cancellazione del debito dei Paesi più poveri non potrà mai essere risolto. Prima bisogna modificare, essere seri e coerenti, bisogna avere il coraggio di chiedere alle Nazioni Unite di riscrivere completamente tutti gli statuti, dal Fondo monetario internazionale all’Organizzazione mondiale del commercio”.

Non pretendiamo che messaggi così radicali vengano fatti completamente propri da un ceto politico che, con le dovute eccezioni – però questo vale, in generale, anche a sinistra –, non appare all’altezza della situazione e della sfida. Ma già raccoglierne il senso sarebbe importante, con il fine di rendere inoffensivo quel “riformismo” lontanissimo da queste parole d’ordine, che fugge a gambe levate appena sente parlare di ridistribuzione del reddito o di pace.

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