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Il Far West dell’estrema destra e noi

20 Luglio 2026 Rino Genovese  753

Roggero il pistolero non è uno che si è vendicato – cosa sbagliata ma che, in certi casi, ha una sua cupa grandezza –, è solo un piccolo uomo attaccato alla “roba”, disposto, per recuperare la refurtiva, a inseguire tre rapinatori disarmati e in fuga per ucciderli. La grazia? Concederla a uno così vorrebbe dire contribuire ad accrescere il livello di violenza nella società, legittimando una forma di convivenza (in)civile in cui ognuno è armato e pronto a farsi giustizia da sé. Ma tutto questo ci interessa fino a un certo punto: non siamo forcaioli, siamo anzi per una progressiva abolizione del carcere come luogo di pena, siamo a favore dei domiciliari, in particolare nel caso di un ultrasettantenne come Roggero, e auspichiamo che anche lui, dopo un breve periodo di detenzione, possa ottenerli.

Quello che ci impressiona e ci preoccupa fortemente è la canea scatenata dall’estrema destra, con l’appoggio dei sedicenti moderati di Forza Italia. Hanno in mente un’idea di giustizia in cui si aumentano le pene per i delinquenti minorenni di periferia e si mandano assolti, o si graziano, gli adulti borghesi criminali. E questo dopo che già fu “ammorbidita”, su impulso di Salvini, la legislazione circa la legittima difesa, che però, se di legittima difesa si tratta, in nessun caso può prevedere che si spari a qualcuno anche quando la minaccia è terminata. Dicano allora che vogliono il Far West (e infatti lo dicono, con la proposta di legge del leghista Borghi, che estende la legittimità della reazione di una parte offesa ben al di là dei limiti ammessi). È una caratteristica della più recente ondata nera che, per quanto formata da postfascisti e criptofascisti, ha in sé una carica di individualismo per nulla in linea con i fascismi storici. Questi erano a modo loro dei correttivi olistici, cioè totalizzanti, all’interno dell’individualismo moderno; ma l’attuale ondata nera, nonostante lo pseudo-pathos identitario, ha dei tratti anarcoidi che ricordano piuttosto un individualismo estremo, appunto quello che diede vita allo “spirito della frontiera” americano. Il nostro amico Massimo Ilardi direbbe che si tratta di “conflitto sul territorio” – ma c’è conflitto e conflitto. Quello tra un pistolero e le sue vittime, di cui in precedenza è stato vittima a sua volta, è tutt’altro che un conflitto sociale. È una specie di lotta per la vita e la morte, che ci riporta a un’umanità hobbesiana, quella dell’homo homini lupus.

Il conflitto sociale, di cui si intravedono nel mondo contemporaneo alcuni aspetti tuttavia confusi, e che vorremmo si sviluppasse invece in modo limpido come ai tempi del movimento operaio, con la sua organizzazione sindacale, i suoi partiti, i suoi intellettuali (non necessariamente “organici”), è anzitutto un conflitto non privo di memoria, che inscrive i suoi successi, le sue conquiste giorno per giorno, in un catalogo dalle molte voci, come per esempio “durata della giornata di lavoro”, “aumenti salariali”, “controllo sulla produzione”, “politica della casa”, ecc. È un catalogo che va man mano arricchito e modificato, aggiornato al mutamento delle condizioni di vita; e questa – è la sua seconda caratteristica – è la sua apertura, cioè il fatto di non essere definito una volta per tutte negli obiettivi e nelle forme di lotta. Inoltre, è da considerarsi aperto perché progressivamente disponibile ad accogliere nuove istanze al suo interno (il caso forse più macroscopico fu, nella seconda metà del secolo scorso, l’irrompere della tematica femminista), e oggi, a questo riguardo, è certamente la prospettiva ecologista quella da collocare in primo piano.

Insomma, il conflitto su cui scommettiamo ha in sé sempre un grano di utopia: vuole e progetta un mondo diverso da quello presente – e poco importa che questa sia una cosa che non si raggiunge mai completamente, perché il futuro utopico ha comunque ricadute sul presente, sui problemi quotidiani degli individui solidali nella ricerca di un cambiamento in positivo delle loro vite. Ecco, questo conflitto – sociale, da ultimo, perché collettivo, e non soltanto in quanto posto nei gangli della società –, è proprio il contrario dell’individualismo sfrenato che può spingersi fino al delitto. È portatore di una sua etica, per quanto essa coincida con un movimento in fieri, non prefissato, non bloccato nel presunto ethos di una qualsivoglia identità culturale tradizionalmente solidificata. È la nostra stella polare contrapposta alla loro, quella di chi, per paura o spirito di conservazione, vuole che il mondo resti quello che è.

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