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Home » Editoriale » Meloni nel suo brodo

Meloni nel suo brodo

15 Luglio 2026 Rino Genovese  836

L’avevamo scritto fin dall’aprile scorso che la frana di Meloni non si fermava (vedi qui), e la vicenda dell’emendamento bocciato alla Camera, sia pure per un solo voto, ne è una dimostrazione ulteriore. La presidente del Consiglio non ha solo il problema Vannacci (con cui riteniamo, però, che arriverà a stringere un qualche patto), ha ormai anche quello di una maggioranza riottosa sull’approvazione della legge elettorale da lei voluta. Non si tratta, infatti, unicamente della questione delle preferenze: questa è la punta dell’iceberg di un dissenso che riguarda la riforma in quanto tale. Se al Senato sarà (o sarebbe) possibile riprendersi dallo scivolone – reintroducendo la presa in giro sulle “preferenze”, risultato di un compromesso al ribasso che non ha retto alla prova dell’aula –, bisogna poi vedere se non ci sarà una sollevazione contro la legge in sé. Le probabilità non sono moltissime, ma neppure del tutto assenti: perché per la Lega, quella più radicata nei territori, rinunciare ai collegi uninominali (non più previsti dall’impianto proporzionale con premio di maggioranza) significa perdere non pochi seggi – e magari, se si va a vedere, tutti a favore di Fratelli d’Italia che è il partito più grosso. Il meccanismo del collegio uninominale permette al candidato più noto in una zona di raccogliere intorno a sé i voti dell’intero cartello delle destre; rinunciarvi, per la Lega di Zaia, sarebbe un regalo troppo grosso, benché alla leadership del periclitante Salvini potrebbe perfino convenire: “perdo qualche seggio ma resto in sella, e con i capilista bloccati faccio passare chi dico io”.

Altro discorso quello circa il partito berlusconiano: qua l’opposizione è soprattutto contro le preferenze, perché, per un partito padronale come Forza Italia, con Berlusconi che era abituato a nominare deputato anche il proprio cavallo, non è tollerabile che qualcuno, forte del proprio rapporto con gli elettori, possa scavalcare un candidato voluto dal centro. Come farebbe a passare una Stefania Craxi, invisa ai più, se non catapultata, e bloccata, in un collegio sicuro? La legge elettorale con premio di maggioranza (sarebbero ben settanta deputati in più alla Camera!) ha tuttavia per i berlusconiani anche un altro handicap: quello di rendere impossibile le “larghe intese”. In fondo, questa componente dello schieramento delle destre ha come obiettivo quello di stare sempre e comunque nella maggioranza (altrimenti come si difenderebbero gli interessi di Mediaset?). Dunque a loro, come per altri versi a molti del Pd anti-Schlein, non andrebbe male un pareggio, con il presidente della Repubblica che sceglie un “tecnico” alla Draghi per formare un governo.

Per l’insieme di queste ragioni, Meloni ora sta cuocendo nel suo brodo. Se riuscirà a far passare una qualche riforma elettorale, come tutto sommato è ancora possibile, dovrà in ogni caso misurarsi con il progressivo sfilacciamento della sua coalizione. Perciò – legge o non legge, preferenze o non preferenze – le conviene stringere i tempi e andare a elezioni anticipate. Quando? C’è chi dice nella prossima primavera. Ma lei, per evitare di essere cotta a puntino, potrà aspettare tanto?

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TagsForza Italia Lega legge elettorale Meloni battuta preferenze Rino Genovese

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