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Elezioni… e dopo? Il “destracentro”

Il tempo è qualcosa di insolitamente lungo, diceva un poeta. In esso le cose a volte tornano in forme apparentemente simili, ma che non sono mai esattamente le stesse. È questo il caso del “centrodestra” in Italia, che ricompare proprio mentre si profila una delle più concitate e brevi tornate elettorali della storia della Repubblica. Una tornata in cui sembra che i giochi siano in buona parte già fatti: secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, certo indicative e discutibili, con il sistema elettorale in vigore l’alleanza tra berlusconiani, leghisti e postfascisti vincerà e forse stravincerà. Per la sinistra potrebbe essere il capolinea, cui poco vale l’inserimento nelle liste di fuoriusciti ambigui, non graditi alla base, reclutati sul campo in extremis, in una estenuante quanto impossibile rincorsa al centro.

Il gioco delle alleanze è obbligato, perché il sistema impone coalizioni il più possibile ampie, vista la riduzione del numero dei parlamentari e il conseguente ampliamento territoriale delle circoscrizioni; ma di fronte allo spettacolo offerto da “partiti agglutinanti” (come li ha efficacemente definiti il giornalista Simone Spetia), risulta difficile sottrarsi alla sensazione di una sorta di finale di partita, di un’atmosfera da fine di un’epoca. Quella che in ogni caso sembra destinata a concludersi è la parabola del berlusconismo, di cui le prossime elezioni potrebbero rappresentare l’ultimo atto. La scelta operata dall’ottantacinquenne Silvio di schierarsi con le destre estreme appare un coup de theatre per tornare sulla scena. L’accordo elettorale pare preveda che in caso di vittoria sarebbe lui a diventare presidente del Senato. Berlusconi ufficialmente smentisce, ma la prospettiva di poter giocare un ruolo nuovamente di primo piano ha probabilmente determinato la sua scelta di imbarcarsi sulla nave delle elezioni anticipate.

Le illusioni di Letta

Di fronte alla direzione nazionale del Pd, il 26 luglio, Enrico Letta ha detto delle cose fuori dalla realtà. Il segretario vuole illudere e probabilmente autoilludersi. Anzitutto non è vero che con questa legge elettorale non si possa arrivare a una sorta di pareggio. Nel 2018, con oltre il 32% dei voti e una maggioranza relativa sia alla Camera sia al Senato, il Movimento 5 Stelle poté dire di essere arrivato primo, ma ebbe bisogno di costruire maggioranze a destra e poi a sinistra per andare al governo. Non era esattamente un pareggio, ma qualcosa che gli assomigliava. E, visto che Letta ha imperniato tutto il suo discorso su “o noi o Meloni”, nulla vieta che, con un distacco minimo a favore della lista del Pd o di quella di Fratelli d’Italia per il raggiungimento della palma del primo posto, la differenza possa essere esile al punto che si possa parlare di un pareggio.

Di più, con un vantaggio sui 5 Stelle di ben quaranta deputati e di quasi trenta senatori, nel 2018 il cartello delle destre (identico a quello che si presenta oggi) restò parecchio lontano dalla maggioranza assoluta alla Camera e al Senato, tanto da non potere, pur con quei numeri, proporre nulla nel senso di un governo suo proprio. La legge elettorale, che è un misto di proporzionale e di maggioritario, è congegnata in modo tale che il risultato più probabile che ne possa venire fuori è quello di coalizioni da costruire in parlamento. In questo caso, ammesso che il Pd risulti il primo partito, con chi mai potrà fare il suo governo? È la domanda a cui Letta dovrebbe rispondere. E la risposta non può che essere: anzitutto con il Movimento 5 Stelle (a meno che questo non precipiti ulteriormente), e poi con i berlusconiani e la parte centrista del cartello delle destre. Punto.

Parlamento, rissa in commissione sulle tasse

Luigi Marattin, muscolare presidente renziano della commissione Finanze della Camera, l’ha definita sul “Foglio” la riforma “che va bene soltanto in campagna elettorale”. La...

Pd e 5 Stelle, matrimonio senza alternative

Pd e 5 Stelle, innamoramento obbligato. Sembra uno di quei matrimoni concertati a freddo, quando si scommette sul fatto che l’amore verrà dopo, una volta che consuetudine e stima reciproca avranno preso il sopravvento sulla scelta nuziale.

A rendere inevitabile questo rapporto sono tuttavia l’esperienza comune del governo Conte e i sondaggi. I grillini hanno imparato che, senza alleanze e “patti”, non si governa. Hanno pure imparato dal vivo come la destra italiana non sia addomesticabile. Esaurita la spinta propulsiva antisistema, populista e antipolitica, i 5 Stelle hanno poche alternative nel loro futuro: dividersi da Casaleggio & Rousseau, oltre che dal fronte dei Di Battista, e tentare di diventare una forza collocata nel centrosinistra. Devono però fare una riconversione politica totale dando a Giuseppe Conte il ruolo della leadership e confidando nella sua popolarità acquisita da premier. Dalle prime uscite di Conte in veste di leader, non è infatti ancora chiara l’identità che il Movimento vuole assumere. Al di là della collocazione nel centrosinistra, quale sarà il suo apporto peculiare in un’alleanza che si ricandida al governo? Cosa diventeranno i 5 Stelle è difficile dirlo.

Quella torta da spartire

Non è di poco conto la partita che si sta giocando in queste ore con Draghi e intorno a Draghi. Ci sarà tra pochi mesi, servita dall’Europa, una torta di oltre duecento miliardi, e tutti ambiscono ad averne, o almeno a gestirne, una fetta. Il punto non è (come sembrano credere alcuni nostri amici e compagni dell’estrema sinistra) la figura di Draghi. In fondo l’ex presidente della Banca centrale europea è pur sempre tra i migliori allievi di Federico Caffè, che fu uno tra i più impegnati economisti keynesiani italiani. È vero che nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti, e che il cocktail tra politiche neoliberiste e “keynesismo privatizzato” – come lo chiama Riccardo Bellofiore, definendo così una spesa pubblica intervenuta negli anni passati soltanto a salvare il salvabile delle banche e delle imprese private – è diventato un beverone insopportabile. Ma non è affatto detto che, dopo la crisi indotta dalla pandemia, si debba ritornare alla precedente austerità europea. Draghi è in fondo – da tecnocrate più o meno illuminato a seconda dei casi – ciò che l’Europa sarà o riuscirà a essere: va considerato una variabile dipendente dall’esito della battaglia tra conservazione e progresso (mettiamola così, usando la vecchia terminologia) che si svolgerà in Europa nei prossimi mesi e anni. A noi italiani resta per il momento solo da evocare i Mani di Caffè (“Professore, ispiralo tu…”), affinché Draghi possa collocarsi su una linea di autentica spesa pubblica keynesiana lasciando da parte qualsiasi imbastardito cocktail neoliberista.

Draghi, capolinea della “strategia del rattoppo”

La politica è con le spalle al muro. Per la quarta volta dai primi anni Novanta chiede aiuto ai “tecnici”. È accaduto con Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1993-1994 fece il premier prima di diventare presidente della Repubblica, poi arrivò Lamberto Dini 1994-1996, in seguito toccò a Mario Monti nel periodo 2011-2013 e ora è la volta di Mario Draghi, illustre ex presidente della Banca centrale europea. Tre nomi che vengono tutti dal mondo economico, bancario ed europeo.

Sono dunque trent’anni che quello che rimane dei soggetti politici di una volta e di quelli più recenti si dibatte in una malattia dalla quale non si riesce a guarire. Prima gli effetti del ciclone 1989 che cambiò gli assetti del mondo, poi l’ingresso sofferto nella moneta unica europea, poi ancora Tangentopoli con l’illusione che avremmo sanato, con una sorta di catarsi, le malefatte di un sistema politico in disfacimento. Tre passaggi che hanno lasciato sul campo il distacco tra società e politica insieme al rifiuto sic et simpliciter di quest’ultima rappresentato da Beppe Grillo e 5 Stelle prima maniera, che nascevano da indubbie contraddizioni irrisolte.