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Pd e 5 Stelle, matrimonio senza alternative

Pd e 5 Stelle, innamoramento obbligato. Sembra uno di quei matrimoni concertati a freddo, quando si scommette sul fatto che l’amore verrà dopo, una volta che consuetudine e stima reciproca avranno preso il sopravvento sulla scelta nuziale.

A rendere inevitabile questo rapporto sono tuttavia l’esperienza comune del governo Conte e i sondaggi. I grillini hanno imparato che, senza alleanze e “patti”, non si governa. Hanno pure imparato dal vivo come la destra italiana non sia addomesticabile. Esaurita la spinta propulsiva antisistema, populista e antipolitica, i 5 Stelle hanno poche alternative nel loro futuro: dividersi da Casaleggio & Rousseau, oltre che dal fronte dei Di Battista, e tentare di diventare una forza collocata nel centrosinistra. Devono però fare una riconversione politica totale dando a Giuseppe Conte il ruolo della leadership e confidando nella sua popolarità acquisita da premier. Dalle prime uscite di Conte in veste di leader, non è infatti ancora chiara l’identità che il Movimento vuole assumere. Al di là della collocazione nel centrosinistra, quale sarà il suo apporto peculiare in un’alleanza che si ricandida al governo? Cosa diventeranno i 5 Stelle è difficile dirlo.

Quella torta da spartire

Non è di poco conto la partita che si sta giocando in queste ore con Draghi e intorno a Draghi. Ci sarà tra pochi mesi, servita dall’Europa, una torta di oltre duecento miliardi, e tutti ambiscono ad averne, o almeno a gestirne, una fetta. Il punto non è (come sembrano credere alcuni nostri amici e compagni dell’estrema sinistra) la figura di Draghi. In fondo l’ex presidente della Banca centrale europea è pur sempre tra i migliori allievi di Federico Caffè, che fu uno tra i più impegnati economisti keynesiani italiani. È vero che nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti, e che il cocktail tra politiche neoliberiste e “keynesismo privatizzato” – come lo chiama Riccardo Bellofiore, definendo così una spesa pubblica intervenuta negli anni passati soltanto a salvare il salvabile delle banche e delle imprese private – è diventato un beverone insopportabile. Ma non è affatto detto che, dopo la crisi indotta dalla pandemia, si debba ritornare alla precedente austerità europea. Draghi è in fondo – da tecnocrate più o meno illuminato a seconda dei casi – ciò che l’Europa sarà o riuscirà a essere: va considerato una variabile dipendente dall’esito della battaglia tra conservazione e progresso (mettiamola così, usando la vecchia terminologia) che si svolgerà in Europa nei prossimi mesi e anni. A noi italiani resta per il momento solo da evocare i Mani di Caffè (“Professore, ispiralo tu…”), affinché Draghi possa collocarsi su una linea di autentica spesa pubblica keynesiana lasciando da parte qualsiasi imbastardito cocktail neoliberista.

Draghi, capolinea della “strategia del rattoppo”

La politica è con le spalle al muro. Per la quarta volta dai primi anni Novanta chiede aiuto ai “tecnici”. È accaduto con Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1993-1994 fece il premier prima di diventare presidente della Repubblica, poi arrivò Lamberto Dini 1994-1996, in seguito toccò a Mario Monti nel periodo 2011-2013 e ora è la volta di Mario Draghi, illustre ex presidente della Banca centrale europea. Tre nomi che vengono tutti dal mondo economico, bancario ed europeo.

Sono dunque trent’anni che quello che rimane dei soggetti politici di una volta e di quelli più recenti si dibatte in una malattia dalla quale non si riesce a guarire. Prima gli effetti del ciclone 1989 che cambiò gli assetti del mondo, poi l’ingresso sofferto nella moneta unica europea, poi ancora Tangentopoli con l’illusione che avremmo sanato, con una sorta di catarsi, le malefatte di un sistema politico in disfacimento. Tre passaggi che hanno lasciato sul campo il distacco tra società e politica insieme al rifiuto sic et simpliciter di quest’ultima rappresentato da Beppe Grillo e 5 Stelle prima maniera, che nascevano da indubbie contraddizioni irrisolte.