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Home » Recensioni » Matteotti vive attraverso la forza del teatro

Matteotti vive attraverso la forza del teatro

Un monologo di Maurizio Donadoni e uno spettacolo della compagnia dei Borgia

2 Luglio 2024 Katia Ippaso  1002

Nel giugno scorso si è molto scritto di Giacomo Matteotti. Per via del centenario. Cifra tonda, translucida, emersa facilmente dal calendario a cui i commentatori-celebratori di professione fanno giornaliero riferimento. È un modo per tenere viva la memoria, si dice. Vero. Ma è anche un modo infallibile per resuscitare il morto all’occorrenza, vestirlo a festa, omaggiarlo, per lasciarlo poi ammuffire altri cento anni. Se guardiamo al nostro paesaggio urbano, “Giacomo Matteotti condivide con Garibaldi, Mazzini e Cavour il primato di vie e piazze che gli sono state dedicate”, come sottolinea Maurizio Donadoni nel suo monologo dedicato alla figura del deputato socialista rapito e assassinato dai fascisti. “Nel 1924 morivano Kafka, Lenin, Conrad e Puccini, mentre nascevano Walter Chiari, Aznavour, Marlon Brando e Mastroianni”, continua l’attore bergamasco che, con Matteotti Medley, crea una partitura stringente, una sorta di documentario teatrale che, oltre a ricostruire le modalità del brutale assassinio, descrive le atmosfere dei “ruggenti anni Venti”, tra costume, musica, cronaca e antropologia culturale.

Nelle intenzioni di Donadoni, Matteotti Medley diventerà a breve uno spettacolo recitato da una compagnia di attori giovanissimi, che metteranno in scena il crimine: gli assassini da una parte e la vittima dall’altra. Intanto, prima di orchestrare la regia di questo nuovo lavoro di corpo plurale, l’attore si sta facendo carico della sua versione monologante, un’opera che colpisce per la fibra delicata, il registro arioso della performance – che passa non solo per la recitazione, ma anche per il canto e il suono della fisarmonica (e questo spiega il titolo, medley essendo una selezione di pezzi musicali) –, tenendosi stretta alla scena del crimine, senza rinunciare all’analisi della psicologia di massa del fascismo.

Donadoni ci presenta gli uomini del commando – Albino Volpi, falegname, 35 anni (“fu lui a dare il colpo mortale”), Giuseppe Viola, 28 anni, commerciante, Amerigo Dùmini, 30 anni, finto giornalista, Augusto Malacrìa, 36 anni, imprenditore fallito, Amleto Poveromo, 31 anni, macellaio di Lecco – che pugnalarono a morte Giacomo Matteotti, la mattina del 10 giugno 1924. Ci fa osservare da vicino i loro comportamenti vigliacchi e violenti, favoriti dal clima di esaltazione collettiva. La scena più potente dello spettacolo si apre sulla ricostruzione del processo avvenuto nel 1926, nella defilata Chieti, quando alla sola notizia “le signore della Chieti bene andarono in fibrillazione. Finalmente un avvenimento mondano degno di nota”. Ed ecco formarsi un comitato d’accoglienza per gli imputati, con “le patriottiche signore locali” tutte ingioiellate disposte a contendersi con spinte e strepiti i posti d’onore per assistere a quello che si rivelerà un processo farsa (“A un certo punto non si capiva più, tra Dùmini e Matteotti, chi fosse l’imputato. Si sostenne addirittura che, uscendo di casa, Matteotti avesse commesso verso Dùmini e gli altri una provocazione bella e buona, e che fosse quindi in parte responsabile della sua morte”). “Dopo di che, più o meno, ebbero tutti la loro brava ricompensa: chi una concessione di trasporti in Eritrea, chi lucrosi affari in Libia, chi un’edicola di giornali, chi una concessione dell’Agip, chi appalti governativi a iosa, chi la direzione del nuovo macello a Milano… il tutto per non aver osato l’inosabile, toccato l’intoccabile, il come si chiama…”. L’innominabile M, cioè Mussolini, per cui una seconda valorosa M, quella di Matteotti, rappresentava un vero pericolo, a causa del suo coraggio e della chiarezza dei suoi interventi.

Per opposizione alla violenza e alla viltà, verso il finale del suo toccante spettacolo, Donadoni si presta ad ascoltare la voce di Velia, la vedova di Matteotti, arrivando a immaginare il suo stato d’animo quella mattina in cui Giacomo uscì di casa per non tornare mai più, le parole che si dissero, le paure, l’attesa. Ed è con questa domanda che Donandoni prende commiato dagli spettatori del TeatroBasilica di Roma (repliche il 5 luglio all’Anfiteatro del Leccio di Capalbio e il 29 agosto al Chiostro delle Grazie di Bergamo): “cosa avremmo fatto noi se fossimo stati al posto di Giacomo Matteotti, l’avremmo rischiata la vita per difendere la democrazia, la rischieremmo un domani… e mi chiedo ancora… dove l’avrà trovato il coraggio di anteporre l’interesse comune a quello individuale, alla famiglia, a Velia, ai tre figli che amava alla follia?”.

Una possibile risposta a questo legittimo interrogativo si può trovare in un secondo spettacolo, Giacomo, “intervento d’arte drammatica in ambito politico” ideato dalla compagnia pugliese il Teatro dei Borgia, fondata dal regista Gianpiero Borgia e dall’attrice Elena Cotugno, visto al Teatro Argentina di Roma. Primo di una serie di ritratti drammatici in cui “la parola detta, la drammaturgia orale coincide con il documento storico”, Giacomo si presenta come una messa in corpo e in voce del discorso politico in se stesso.

In una scena che ammassa al centro pezzi di legno, costruzione irrealistica e sbilenca di quella che si presume essere un’aula parlamentare, Elena Cotugno recita due discorsi di Giacomo Matteotti, pronunciati a tre anni di distanza l’uno dall’altro. In una immobilità quasi statuaria, l’attrice ingaggia, nella prima parte, un combattimento con la parola stessa, come se celebrasse una liturgia allucinatoria senza eucarestia possibile. Non è Matteotti quello che vediamo davanti ai nostri occhi, ma il suo stesso discorso, pronunciato il 31 gennaio 1921. Un documento storico che, per non essere facilmente digerito, ha bisogno proprio di essere riattraversato. Matteotti denuncia, quella mattina del 1921, “l’abitudine alla barbarie” da parte di una forza politica che con tutti i mezzi (“bande armate, atti di rappresaglia, minacce, violenze, incendi”) ha creato una “perfetta organizzazione della giustizia privata”.

Ma il suo ragionamento si spinge anche più in là, fino a una soglia che sarebbe inimmaginabile varcare. Matteotti denuncia apertamente l’atteggiamento complice e ambiguo di Giolitti, che, come traspare dalla rimessa in vita di quella seduta parlamentare, cerca in tutti i modi di edulcorare e sviare le dure parole del deputato socialista. “Voi vi assumete la responsabilità del fascismo?” chiede direttamente il deputato socialista al capo del governo. “Sappiamo che voi dovete essere il complice inevitabile”, continua Matteotti, elencando una serie di fatti di violenza fascista tollerati dal governo che invece punisce severamente le riunioni pacifiche socialiste e i garofani tra i capelli delle ragazze (in quel contesto, Matteotti, dirà chiaramente che “gli episodi di violenza sono condannevoli perché non servono alla causa del socialismo” e che “la lotta di classe deve riprendersi sul terreno civile”). “Il governo, e soprattutto le sue autorità, assistono impassibili e complici allo scempio della legge”.

Nella seconda parte della liturgia laica, messa in scena da Gianpiero Borgia su corpo e voce di Elena Cotugno, l’attrice scioglie l’immobilità per assumere su di sé il clima concitato in cui si svolse la seduta parlamentare del 30 maggio 1924, inscenando il discorso dritto di Matteotti, costretto a parlare a braccio a causa delle intimidazioni “sul campo” e delle continue provocazioni di Farinacci e degli altri fascisti presenti in aula. In quell’occasione, il deputato socialista denuncia l’irregolarità delle elezioni d’aprile, violentemente alterate da “una milizia armata” che ha impedito in tutti i modi, ricorrendo anche all’omicidio degli oppositori politici (parla dell’onorevole Piccinini, “assassinato nella sua casa, per aver accettato la candidatura, nonostante prevedesse quale sarebbe stato il suo destino l’indomani”), un libero confronto. La dovizia di particolari che Matteotti è in grado di fornire provoca la reazione del deputato fascista Ciarlantini: “Evidentemente lei ha un trattato, perché non lo pubblica?”. “Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure”. Non solo quelle pagine non saranno mai pubblicate, ma non sapremo mai con esattezza il contenuto del discorso che Matteotti avrebbe pronunciato in parlamento l’11 giugno del 1924. La mattina del 10 giugno era uscito dalla sua casa di via Pisanelli diretto verso la biblioteca del Senato, dove aveva intenzione di scrivere un incendiario atto d’accusa contro la famiglia Mussolini e la maxitangente Sinclair.

Tutto questo arriva con rara trasparenza, costringendo lo spettatore a fare i conti con la storia in un modo indimenticabile. Elena Cotugno si fa medium di una rappresentazione “in soggettiva” della parola di Giacomo Matteotti, che avanza in scena nella sua purezza plastica. Senza privarsi della femminilità, l’attrice si fa membrana sottile di rifrazione sonora, consegnandoci un testo vivo (repliche previste il 21 settembre a Fratta Polesine, città natale di Matteotti, il 23 e 24 settembre all’Istituto italiano di cultura di Parigi, e il 7 novembre a Bologna).

Non più commemorazione dovuta nel giorno del centenario, Giacomo va a comporre, accanto a Matteotti Medley, una specie di dittico involontario, attraverso cui il teatro rende sacro il vissuto, visibile l’invivibile e vivo ciò che si presume come morto, fisso nel tempo, materiale da scartare solo per decoro urbano o commemorazione fissata dal calendario.

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