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Giornale politico della fondazione per la critica sociale

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Sulla forma partito al tempo del calcolo

Contributo introduttivo a un forum, tenutosi il 9 luglio, presso la sede romana della Fondazione per la critica sociale, di cui pubblicheremo in seguito tutti gli interventi

10 Luglio 2024 Michele Mezza  713

Le recenti dinamiche elettorali europee, e lo stesso caso italiano del 2022, mostrano che da tempo stiamo assistendo, nell’inerzia generale, al logoramento dell’idea di partito, inteso come una potenza di trasformazione di un programma in azione e, soprattutto, come un soggetto che riconfigura le relazioni sociali. Una crisi indotta dall’esaurimento di quella dinamica che, per circa un secolo e mezzo, ha animato la scena politica del mondo, rappresentando l’ambizione o la necessità di interi settori sociali. Diciamo che oggi la forma politica è ormai unicamente l’indotto di una tecnicalità elettorale, in cui un gruppo di candidati si organizza per riuscire a essere eletti. Superata la contingenza del voto, ogni vincolo fra base e vertice si scioglie, e rimangono in campo solo gli eletti, unico soggetto politico che riesca ancora a dare continuità e forza alla propria azione. Sono le liste che danno senso ai simboli, e questi alla fine sono gli unici simulacri che ancora legano una comunità politica a un’area programmatica o vagamente culturale.

La storia di questa scomposizione è stata fatta molte volte. Dalla crisi dei grandi partiti di massa novecenteschi fino a quel gorgo in cui, dopo il 1989, si produsse la dissoluzione di ogni confine ideologico, permettendo un gran ballo delle opportunità, cosicché candidati ed elettori cominciarono a partecipare a una sorta di palio medievale, nel quale ogni volta si componevano le formazioni in campo, con estrema spregiudicatezza e disinvoltura. In questo processo il parallelismo fra lo scioglimento del Pci e la discesa in campo diBerlusconi ha incoraggiato un illusionismo sociologico che ha portato a confondere le conseguenze con le cause. Il partito personale, il partito-azienda, il partito televisivo – sono state formule che hanno mascherato un processo ben più radicale e radicato, che scava nelle viscere del corpo sociale.

La chiave di questo processo di decomposizione sta nel concetto della rappresentanza: quale legame connette base e vertice? e quale adozione di interessi dà senso all’organizzazione politica? Due domande che si sono del tutto perse nel dibattito politico, soprattutto a sinistra, dove però rappresentano, ancora tenacemente, l’unica ragione che giustifichi e autorizzi la forma partito.

La rappresentanza è stata sostituita dalla decisione, e questa ha preteso semplificazione ed efficienza. In fondo a questa catena concettuale, troviamo quel gioco di società che consiste nella sostituzione del segretario: a ogni giro di giostra si perdeva un pezzo di carico rappresentativo e si imbarcavano occasionali eletti. Il primo spartitraffico che fa deragliare il treno, sostituendo la forma al contenuto nel processo politico, si può porre all’inizio degli anni Ottanta, nella formula dell’autonomia del politico. Siamo in un tempo delicatissimo, in cui cominciavano processi sismici profondissimi, che avrebbero scompaginato le certezze identitarie e culturali della sinistra, stabilizzate da oltre un secolo. Alla fine dei Settanta, dopo la disillusione della centralità operaia, abbiamo la consumazione di ogni suggestione sociale in una scorciatoia istituzionale. Senza voler qui riaprire l’eterno dibattito sulla strategia di Berlinguer, non possiamo non constatare che – proprio mentre il capitalismo entrava in fibrillazione e sceglieva di dare scacco al movimento operaio nel cuore della fabbrica – il “compromesso storico” inchiodava esclusivamente l’evoluzione della sinistra a un’evoluzione del quadro parlamentare, tralasciando ogni spostamento sociale e mutazione dei rapporti di forze nel cuore produttivo. Le ragioni della famosa sconfitta alla Fiat furono riassunte nel dualismo massimalismo/responsabilità, ignorando il possente processo di automazione che faceva capolino lungo la catena di montaggio, raccogliendo un indubitabile rigetto del lavoro che stava crescendo fra quei lavoratori. I più accorti spiegano la cosa con l’argomento che si sarebbe cercato di mascherare una ritirata in un cambio di strategia. Esattamente quello che qualche anno dopo avrebbe tentato Gorbaciov in Urss con la sua perestroika, definita una ritirata che diventava autonoma ricollocazione.

Ma le due ritirate diventano rotte incontrollate: in entrambi i casi manca, nella guida di una manovra cosi complessa, proprio lo strumento partito. Il riflusso della grande avanzata elettorale del Pci tra il 1975 e il ’76 nasceva dalla delusione di quei ceti medio-borghesi, che si staccavano dal centro moderato senza trovare un’adeguata alternativa a sinistra, e finendo così di nuovo in grembo al pentapartito. Forse poco si è discusso di quella stagione breve ma densissima in cui si aprirono varchi consistenti nel blocco sociale borghese, con le esperienze alternative di figure sociali quali psichiatri, medici, giornalisti, avvocati, magistrati, docenti, che reclamavano una diversa forma di vita sociale e professionale. La sinistra rimase muta, mentre il capitalismo rispondeva con quella che oggi chiamiamo la società digitale, in cui quelle figure trovarono spesso centralità e remunerazione, a scapito del lavoro manifatturiero.

L’illusione politicista fu figlia di quella disillusione. La destra comunista spingeva per uno scatto di responsabilità, e incontrò, in quella fase – siamo nel pieno del caso Moro – una pattuglia di ex operaisti, che teorizzarono, con l’aura degli apostati, proprio l’autonomia del politico come fuga dalla complessità del sociale, lasciando a Toni Negri e alle frange contigue al terrorismo di leggere i prodromi della rivoluzione tecnologica che si annunciava nelle fabbriche. Paradossalmente, mentre la struttura sociale cominciava a surriscaldarsi, innestando trasformazioni tecnologiche sempre più profonde, ci si rifugiava in un’asettica sfera istituzionale, in cui concentrare le proprie furbizie manovriere.

Come spiega lucidamente, nel suo ultimo volume L’occhio del padrone, una storia sociale dell’intelligenza artificiale (Verso editore), Matteo Pasquinelli, è la catena di montaggio che alleva l’ambizione di una società senza lavoratori, nella quale l’automazione del lavoro manifatturiero si rivela poi la matrice di una successiva torsione che avrebbe reso automatiche, con la stessa logica gerarchica e centralizzatrice, le stesse relazioni sociali. L’intelligenza artificiale è espansione di una trasformazione che nasce inizialmente nella fabbrica, ne importa i meccanismi di controllo e potere, fino a invadere la nostra sfera neurale, colonizzandola con una sorta di fordismo cognitivo. In quel gorgo veniva a essere recintata la società.

Separando la produzione dall’istituzione, la politica diventava amministrazione del possibile, escludendo qualsiasi progettualità dei ruoli sociali, e respingendo qualsiasi domanda di cambiamento della vita. La macchina politica, al netto delle contorsioni dei vertici (di cui Occhetto sarà il testimonial), si distanziava dalle dinamiche rappresentative: le sezioni non rappresentavano più il territorio, e le cellule non intervenivano sulla evoluzione del lavoro o dei servizi. La progressione che fa delle sole elezioni il momento topico, in cui si pesa il consenso, spinge quindi il partito a diventare una federazione di comitati elettorali. E un buco nero viene a scavarsi quando gli eletti diventano automaticamente i dirigenti del partito, facendo coincidere le elaborazioni con le decisioni, ed escludendo la base sociale dalla partecipazione al processo deliberativo.

Ora il tema è capire, usando tutti i sociologismi disponibili, quale sia oggi quella contraddizione che permette alla destra di mietere a mani basse nei nostri campi, mentre appare interdetta alla sinistra la capacità di attrazione. Una prima risposta potrebbe essere, rifacendosi a una formula proposta, tra gli altri, da Bauman: le lotte di classe sono spinte ai margini della storia da una più forte pretesa di riconoscimento individuale. Il che costringe a ragionare su cosa sia accaduto attorno a noi in questi cinquant’anni, e soprattutto negli ultimi quaranta trascorsi dinanzi a un computer, a cui sembra che abbiamo delegato gran parte dei problemi da risolvere. Certo, qui si pone il solito quesito: ma due terzi dell’umanità sono in fondo alla fila, e ogni giorno non sanno come mangiare e magari dove dormire? Quei due terzi, però, sono ormai meno di un sesto della popolazione terrestre. E tutte le aree intermedie, dove comunque la miseria pur non coincidendo con la sopravvivenza quotidiana produce frustrazione e umiliazione, indicano come proprio da quei segmenti sociali salgano una pretesa di omologazione con stili di vita e un’ansia di individualità che non sarebbe possibile comprimere nei vecchi schemi collettivi.

Sosteneva Marx, in quegli appunti ipertestuali raccolti sotto il titolo di Grundrisse, che in ogni epoca c’è una forma di produzione che dà senso a tutte le altre. Ai suoi tempi era la fabbrica, nonostante gli operai nel 1858 fossero un ventesimo dei contadini, mentre oggi è la smaterializzazione delle relazioni, basate su un supporto linguistico e cognitivo programmato da altri.

Arriviamo così al partito: come trasformare in potenza negoziale questo dominio computazionale? Come concepire una macchina politica non modellata su un avversario che si organizza verticalmente in un ambiente chiuso, in cui concentrare i suoi avversari, quale era la fabbrica fordista, ma entro un sistema composto da calcolanti che pretendono di programmare miliardi di calcolati? Rimane valida, utile metodologicamente, l’intuizione di Lenin, quella di contrapporre a una macchina di potenza un’altra potenza eguale e contraria?

Tutto forse sta nel mettersi d’accordo su quale sia la potenza con cui contendere. Oggi c’è da chiedersi come si possano organizzare moltitudini pulviscolari unificate da un linguaggio, non da un modello produttivo. Ci vuole un “partito semantico”, non un partito produttivo. Ma per fare cosa? Anche questa domanda non è del tutto pleonastica. Si potrebbe rispondere: un socialismo digitale, che traduca la potenza computazionale in efficienza dell’eguaglianza.

Un partito semantico significa due cose: un partito che si adegui a quell’istinto generato dall’esperienza reticolare, per cui l’attenzione coincide con la partecipazione: se investo il mio tempo in uno sforzo comune, devo poter decidere tutto in quel processo, esserne costantemente parte. Secondo aspetto: un partito che sia finalizzato sul risultato. Non è più ipotizzabile costruire macchine organiciste, in cui tutto si tenga. Un’intesa sulle regole degli algoritmi non implica la stessa visione sul fine vita o sul super-bonus.

Dobbiamo pensare a un sistema intrecciato di orizzontale e verticale. Un tempo parlavamo di partito e organismi di massa. Ma quella impostazione andrebbe aggiornata: un’organizzazione che coordini movimenti di intervento sociale, in cui sia il conflitto ad abilitare la decisione e non le tessere. È l’articolazione dell’attrito sociale che costituisce il gruppo dirigente, e dopo avere raggiunto l’obiettivo la struttura si scioglie, ricomponendosi intorno a un nuovo obiettivo.

Sarebbe insomma il rovesciamento dell’autonomia del politico in quella che potremmo chiamare un’autonomia della società. E sarebbe l’aggiornamento di quella prospettiva consiliare desumibile da Rosa Luxemburg: potrebbe essere utile ripartire proprio da qui per rovesciare ogni suggestione di partito personale o plebiscitario, a cui purtroppo, invece, negli ultimi anni la sinistra si è largamente adeguata.

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