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Perché al “campo largo” potrebbe servire la proporzionale

La legge elettorale vigente, come si sa, concede alle segreterie dei partiti di decidere, preventivamente, quali saranno gli eletti e le elette. È questa senza dubbio una ragione per cui neanche Enrico Letta abbia mai pensato di cambiarla, come pure sarebbe stato necessario, adeguandola alla riduzione del numero dei parlamentari, e quindi al restringimento della rappresentanza, realizzata nel corso della legislatura (assecondando un’intenzione “antipolitica” grillina, ormai d’antan). Ma ce n’è un’altra, forse più importante: Letta è impegnato nella costruzione di una coalizione elettorale il più possibile ampia, e sa bene che la legge elettorale spinge, per non dire costringe, i gruppi minori ad allearsi. Nei collegi uninominali a turno unico, infatti (ricordiamo che il sistema prevede, in parte, un’elezione di tipo proporzionale, e in parte una di tipo maggioritario, senza possibilità di voto disgiunto), non si riuscirebbe a conquistare neppure un seggio in mancanza di alleanze; mentre per il proporzionale, com’è noto, è necessario superare uno sbarramento del 3%. Ora, come tenere insieme formazioni che sono o al di sotto di questa soglia (stando ai sondaggi) o in netto calo di consensi, come i 5 Stelle, e devono per forza di cose cercare di fare massa critica se vogliono ottenere qualche seggio con il maggioritario? La risposta a prima vista appare semplice: proprio con la legge elettorale vigente.

C’è però un piccolo problema che si chiama astensionismo (vedi il nostro articolo del 23 novembre scorso). Anche nella recente tornata elettorale, si è potuto constatare come i voti degli elettori un tempo grillini abbiano difficoltà a sommarsi con quelli del Pd all’interno di una stessa coalizione. A volere motivare gli elettori, si dovrebbe lasciarli liberi di scegliere la propria lista senza un’alleanza preordinata. Con una legge elettorale di tipo integralmente proporzionale, si guadagnerebbero dei voti che rafforzerebbero il tentativo di Conte di lasciarsi alle spalle definitivamente l’originario populismo, senza tuttavia rompere i ponti con il precedente rifiuto delle alleanze che aveva determinato molti, nel 2018, al voto grillino. Così il “campo largo” si costruirebbe in parlamento dopo le elezioni, eventualmente, e non prima con un sistema che limita la scelta da parte dell’elettore.

Un Conte di lotta e di governo, a caccia di elettori

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? Il titolo di questo classico della commedia all'italiana, firmato da Ettore Scola nel 1968, riaffiora alla memoria assistendo alle mosse, apparentemente un po’ casuali e scomposte, di Giuseppe Conte nel tentativo di restituire una visibilità mediatica e un profilo politico riconoscibile al Movimento 5 Stelle. Per il quale l’amico da ritrovare è l’elettorato. Schiantato ­­­– ma non cancellato – nei sondaggi, che lo accreditano di un comunque rispettabile, e stabile, 13% medio di intenzioni di voto, il Movimento è alla ricerca di un riposizionamento che giustifichi i consensi residui e, se possibile, fermi il massiccio riflusso dei voti del 2018 in direzione dell’astensionismo.

Di fatto, il Movimento 5 Stelle si trova oggi nella sempre ambigua collocazione “di lotta e di governo”, che altri hanno sperimentato in passato, non sempre con successo. Si espone al rischio di essere percepito come velleitario o, peggio, doppio: quando alza il tono della polemica e azzarda qualche azione di disturbo in parlamento e nel governo, ma nella sostanza rimanendo schiacciato sulle scelte politiche concrete di Mario Draghi. La capacità di Conte e dei suoi di deviare la barra del timone, saldamente in pugno al dominus di palazzo Chigi, appare molto modesta.

Renzi, il centrismo e la vecchia “palude” parlamentare

Affinché un fenomeno abbia le caratteristiche di una “formula politica” (utilizzando la tecnica verbale degli “ismi”, quindi, ma senza banalizzarla oltremisura), occorre che presenti qualche tratto di originalità. Se si parla di “berlusconismo”, poniamo, è perché il passaggio diretto di un’azienda dei mass media nell’agone politico era qualcosa che non si era mai visto prima, pur essendo senza dubbio in germe, per via della crescente spettacolarizzazione, nel sistema della democrazia liberale, mostrandone peraltro tutti i limiti. Che consistono in una marcata commistione di sfere le quali, in astratto, sarebbero distinte: cosicché il potere dei media, con la capacità d’influenza di cui dispone, può scavalcare la soglia dalla politica propriamente detta e occuparne l’ambito, senza troppi problemi, in assenza di leggi specifiche.

Nulla di simile nel caso di Renzi e dei suoi. L’inchiesta intorno alla Fondazione Open sta palesando per via giudiziaria ciò che, da un punto di vista per così dire sociologico, è noto da tempo. Un gruppo di affari e di potere inizialmente locale, grazie ai mezzi materiali raccolti con una specie di colletta, si proietta sulla scena politica nazionale facendo il grande salto. Il suo capo assurge infatti, in poco tempo, alla carica di presidente del Consiglio. Ora, nell’Italia del notabilato liberale del passato postrisorgimentale, come pure nelle clientele democristiane della storia più recente, c’era sempre, o quasi sempre, un politico che si costruiva anzitutto un “feudo” per lanciare da là la propria scalata nazionale. Si pensi, per fare un esempio, al potere napoletano dei Gava, e del capostipite Silvio, che, nonostante fosse di origine veneta, aveva mosso i primi passi da Castellammare di Stabia.

Per un sistema elettorale proporzionale

La questione del sistema elettorale sembra essere tornata all’ordine del giorno: ma, in molti casi, l’approssimazione imperversa. “Proporzionale” o “maggioritario”? In realtà, queste due...

Desiderio centrista e legge elettorale

I panni sporchi si lavano, eccome. In pubblico, però. E così nel centrodestra non si fa mistero della delusione, per non dire incazzatura, di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia per la gestione Salvini delle trattative quirinalizie, concluse con la rielezione di Sergio Mattarella al Colle. Dovranno ricucire i rapporti, i due. Lega e Fratelli d’Italia, la destra sovranista e populista italiana, non possono separarsi.

È vero, nel Carroccio c’è un sottile mal di pancia politico, una differenziazione di prospettive tra l’ala movimentista di Matteo Salvini e i governisti draghiani del ministro Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Friuli e del Veneto, Fedriga e Zaia. Le divergenze sono così profonde da potere condurre alla scissione? In trent’anni di vita, la Lega non è mai arrivata al punto di non ritorno. Vediamo quello che accadrà nelle prossime settimane. E c’è poi ciò che rimane del grande “sogno” berlusconiano, Forza Italia. Che ha rotto l’unità interna della coalizione, dichiarando di voler giocare autonomamente la partita Quirinale, proprio in dirittura d’arrivo. Lo stesso Silvio Berlusconi vorrebbe ritrovarsi in una casa centrista, anche se è consapevole che, per arrivarci, deve attraversare le forche caudine della riforma elettorale.

Secondo mandato, un’eccezione che diventa prassi

“Sono vecchio, fra otto mesi potrò riposare”: la previsione o speranza che Sergio Mattarella espresse a maggio di fronte a una scolaresca romana si...

Amaro brindisi a Mattarella

Sergio Mattarella sarà capo dello Stato per altri sette anni. Siamo contenti, ma nello stesso tempo senza parole, angosciati. Così va il mondo in tempi di pandemia. Oggi brindiamo a Mattarella, ma si celebra in realtà l’eclissi della politica e la crisi delle coalizioni. Abbiamo a disposizione solo un anno di tempo, prima del voto per il rinnovo del parlamento, per aprire il cantiere della rifondazione della politica, delle istituzioni e delle alleanze. 

Si sente forte una spinta verso il proporzionale. Troppi orfani, troppe divisioni tagliano gli schieramenti e le stesse forze politiche. Il maggioritario scricchiola. Con il taglio secco dei seggi parlamentari, urge una riforma elettorale. In una settimana sono state bruciate tutte le “risorse” dello Stato. Certo, dobbiamo ringraziare la gestione della crisi dell’“apprendista stregone” Matteo Salvini, in evidente competizione con Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, e dell’“avvocato di provincia” Giuseppe Conte, se il cortocircuito che si è creato ha bruciato tutte le opzioni di candidature possibili. 

Quella vita troppo fievole alla sinistra del Pd

“C’è vita a sinistra del Pd?”: era questo l’interrogativo al centro dell’incontro online promosso dall’associazione fiorentina “Diritti a sinistra” e dalla sezione toscana del...

Il nodo della legge elettorale

Si discute troppo poco di legge elettorale. E ciò nonostante l’Italia si contraddistingua per avere cambiato più volte, negli scorsi decenni, il proprio sistema di elezione dei rappresentanti in parlamento (in un caso perfino con un dispositivo che, per come faceva schifo, era soprannominato “porcellum”). La legge al momento in vigore, detta più gaiamente “rosatellum”, non è tra le peggiori possibili, ma ha comunque delle criticità intrinseche – e soprattutto è diventata inadeguata a causa del robusto taglio dei parlamentari effettuato tramite un referendum. La vera questione, dunque, non è se dopo l’elezione del presidente della Repubblica (Draghi o non Draghi che sia) si voterà immediatamente o alla scadenza naturale della legislatura nel 2023, ma se alle elezioni si andrà con una legge come quella attuale, che è un misto di proporzionale e di maggioritario, o piuttosto con un’altra.

Il nostro Aldo Garzia, in un editoriale pubblicato qualche giorno fa, ha rimarcato come Letta e il Pd non sembrino più preoccuparsi della faccenda, sebbene, nell’accordo con i 5 Stelle per il governo Conte 2, la questione fosse stata apertamente menzionata. Se appare impossibile, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, non immaginare almeno un ridisegno dei collegi elettorali, perché non mettere mano a una riforma complessiva?

Legge elettorale, Letta delude e sceglie lo statu quo

Complice la tradizionale presentazione del libro natalizio di Bruno Vespa, c’è stato un annuncio deludente e a sorpresa di Enrico Letta, segretario del Pd: “La legge elettorale non cambierà perché il parlamento non è in grado di trovare un’intesa su una nuova legge”.

È una dichiarazione di resa (forse nel tentativo di aprire una trattativa con il centrodestra su chi sarà il prossimo inquilino del Quirinale dal gennaio 2022). Con Letta, a presentare il volume di Vespa, c’era Giorgia Meloni che ha subito detto di essere d’accordo con il suo interlocutore.