I panni sporchi si lavano, eccome. In pubblico, però. E così nel centrodestra non si fa mistero della delusione, per non dire incazzatura, di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia per la gestione Salvini delle trattative quirinalizie, concluse con la rielezione di Sergio Mattarella al Colle. Dovranno ricucire i rapporti, i due. Lega e Fratelli d’Italia, la destra sovranista e populista italiana, non possono separarsi.

È vero, nel Carroccio c’è un sottile mal di pancia politico, una differenziazione di prospettive tra l’ala movimentista di Matteo Salvini e i governisti draghiani del ministro Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Friuli e del Veneto, Fedriga e Zaia. Le divergenze sono così profonde da potere condurre alla scissione? In trent’anni di vita, la Lega non è mai arrivata al punto di non ritorno. Vediamo quello che accadrà nelle prossime settimane. E c’è poi ciò che rimane del grande “sogno” berlusconiano, Forza Italia. Che ha rotto l’unità interna della coalizione, dichiarando di voler giocare autonomamente la partita Quirinale, proprio in dirittura d’arrivo. Lo stesso Silvio Berlusconi vorrebbe ritrovarsi in una casa centrista, anche se è consapevole che, per arrivarci, deve attraversare le forche caudine della riforma elettorale.

Per tutti, centrodestra e centrosinistra, si sono aperti i cantieri dei lavori di ristrutturazione. Ma possiamo parlare di destra e di sinistra direttamente? E che fine farebbero i centristi delle due coalizioni? Il tema potrebbe diventare di stringente attualità, a condizione che le commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato mettano in testa al calendario dei lavori la riforma elettorale.

In questa settimana di passione e di tradimenti, abbiamo visto infatti un protagonismo dei cespugli centristi. In particolare di Matteo Renzi e del gruppo che si riconosceva nella candidatura del sempreverde Pierferdinando Casini. Renzi è stato decisivo nel bocciare alcune candidature avanzate da Conte e Salvini, come la direttrice del Dis, cioè del coordinamento dei servizi segreti, Elisabetta Belloni. E in questi giorni, almeno, non sono volati stracci tra Renzi e il Pd. Anzi, Enrico Letta non ha fatto mistero di una ritrovata unità di azione con il suo “assassino politico”, quando era a Palazzo Chigi.

Ma al di là di Renzi, c’è la pattuglia dei centristi variegati: dal governatore della Liguria Toti a Casini-Mastella, da Lorenzo Cesa a Maurizio Lupi. E all’ex ministro Calenda che però, fino adesso, ha agito in solitudine, senza dare a vedere di flirtare con il sogno centrista.

Se questo desiderio centrista sia uno stato d’animo o una possibile realtà politica, dipenderà dalla volontà del parlamento di giocarsi la carta della riforma elettorale. Le pattuglie centriste sognano un ritorno al passato, alla prima Repubblica. Al proporzionale, dunque. Gran parte delle aggregazioni forti non vorrebbero cambiare il maggioritario. Ma in un caso o nell’altro, i sistemi vanno aggiornati, modificati. Collegi unici e quote di sbarramento sono all’ordine del giorno. La crisi della politica, del sistema dei partiti, è evidente. Gli attuali partiti hanno la forza di autoriformarsi? E l’autoriforma, del resto, non può passare solo dalla legge elettorale. Possiamo mai augurarci che i partiti, o quel che ne resta, vengano spazzati via da una qualche valanga referendaria?