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Il presidente venuto dal passato

Un signore di altri tempi, Sergio Mattarella, ma la sua rielezione potrebbe annunciare un futuro peggiore del presente

31 Gennaio 2022 Agostino Petrillo  1123

Stretto nel suo abito scuro, che ha la sobria eleganza d’una redingote di altri tempi, Sergio Mattarella accetta il non desiderato reincarico con malinconica rassegnazione. Le poche parole che pronuncia, come sempre in un italiano conciso ed efficace, che contrasta con la rozza neolingua corrente, dicono quanto gli pesi tornare a rivestire la prima carica del Paese, e come egli acconsenta unicamente per indomito spirito di civil servant.

Intorno a lui si agita una folla informe. Un parlamento frammentato e atomizzato, perduto in piccoli giochi di palazzo, in mercanteggiamenti meschini, che ha umiliato le candidate femminili, e non è stato in grado di elevarsi super partes individuando una personalità “di alto profilo”. Si è finito per ricorrere nuovamente alla sua figura di “padre nobile” non tanto per stima, quanto piuttosto per esorcizzare il pericolo “mortale” della caduta del governo Draghi, e per fornire al Paese e al mondo un’immagine rassicurante.

Difficile dire se siano stati i “poteri forti”, addirittura interessi sovranazionali, a intervenire in ultima istanza a condizionare la scelta, in nome della continuità delle politiche neoliberali da tempo in atto, e di cui il presidente e Mario Draghi sarebbero, in un certo senso, i garanti. E in fondo non ha grande importanza a fronte di altri aspetti, che paiono più decisivi. Mattarella sembra l’ultimo simbolo di un Paese che tramonta e sparisce, mentre si disperdono le polveri dei candidati “bruciati” nelle tornate elettorali andate a vuoto. Con essi, nel medesimo falò, è bruciata tanta mediocrità e tanta spocchia quanta raramente se n’è vista in circolazione, e si è anche consumata molta della credibilità residua dei parlamentari.

Nemmeno ne esce bene l’informazione: un giornalismo servile e asservito che ripete stolidamente le ultime parole di moda, che finge competenze che non ha, mentre balbetta ossessivamente il mantra del kingmaker, incapace di esprimere un pensiero che non sia banale.  

Il riconfermato presidente è in fondo allora anche il prodotto di una nostalgia, della nostalgia per una Italia dei padri che non era certo meravigliosa (come ben sa chi fece parte di una generazione che la combatté tenacemente), ma che aveva una sua dignità, nelle cui istituzioni si potevano ancora trovare “servitori dello Stato” degni di questo nome, che credevano nel pubblico, che erano dotati di una forza morale e di valori di riferimento. Un funzionariato “hegeliano” nella sua devozione alla collettività, che veniva dalle dure e formative esperienze della Resistenza e del dopoguerra, e che ha costituito, finché è durato, il collante di un Paese che da anni ormai sbanda, si aggrappa a vecchie certezze, mentre pare incapace di un vero rinnovamento, anche solamente ideale.

Mattarella appartiene in toto a questa sfera, preservato in una sorta di istantanea congelata sub specie aeternitatis dei tempi che furono. Rappresenta per molti il ricordo dell’insegnante bravo, del commis d’Etat preparato e onesto che ebbero forse la ventura d’incontrare. Ci giunge dunque dal mondo di ieri, da una Italia che conoscemmo nei suoi vizi come nelle sue virtù, e che non è più.

Ma fuori dalla bolla spazio-temporale in cui è racchiuso il presidente cresce il rumore di fondo. La povertà dilaga, in particolare quella giovanile, le condizioni di lavoro e le retribuzioni peggiorano, l’Italia si riempie di working poors, i divari territoriali aumentano, l’orizzonte si fa fosco, e certo non sarà la pratica della decretazione d’urgenza a risolvere la montagna di problemi in attesa di soluzione dietro la porta. L’attesa e unanimemente invocata panacea del Piano nazionale di ripresa e resilienza, se non vi sarà una sostanziale inversione di rotta, rischia di funzionare come un ulteriore moltiplicatore di disuguaglianze.

Sullo sfondo di un simile panorama, Mattarella pare quasi figura fragile, sulle cui spalle vengono scaricate questioni pesantissime, ispira una sorta di compassione per il compito cui a denti stretti è stato nuovamente chiamato. Sempre che chi oggi batte grottescamente il cinque per la sua rielezione non sia disponibile a liberarsene una volta finita la legislatura. Saprà il due volte presidente destreggiarsi in questa giungla, in cui vi sono serpenti a ogni angolo? Riuscirà a conquistare una indipendenza da chi lo ha rieletto, o sarà condannato a rimanere ostaggio delle logiche di un governo che procede per fiducia e decreti?

E quale sarà il ruolo di un parlamento raramente mai apparso così inetto, impotente e quasi auto-esautorato? Una sinistra afasica, e incapace di proporre alternative anche minime allo stato di cose esistente, sarà in grado di appoggiarlo in modo da condurre il Paese fuori dalla palude in cui si trova da tempo?

Il rischio è che Mattarella venga immolato sull’altare di un impossibile rinnovamento, come i re-sacerdoti che venivano ciclicamente e ritualmente sacrificati nel bosco di Nemi. Scriveva l’antropologo James Frazer, a proposito di questa scarsamente ambita carica regale: “L’ufficio tenuto in condizioni così precarie gli dava il titolo di re; ma certo nessuna testa regale riposò tra maggiori inquietudini, né fu mai turbata da più diabolici sogni”.

Così forse, con il bis-presidente, se le cose dovessero volgere al peggio, rischia di sparire un’intera epoca storica, aprendo la strada a un’età che si intuisce più feroce e selvaggia.

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