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Impressioni elettorali a caldo

Previsioni della vigilia rispettate. Il cartello delle destre vince le elezioni trainato dal partito di Giorgia Meloni che arriva intorno al 25%. Si apre una fase apparentemente scontata – quella del conferimento dell'incarico da parte di Mattarella alla leader di Fratelli d'Italia –, ma il governo di destra-centro che nascerà avrà al suo interno la grossa incognita della sorte di Salvini, che crolla all'8-9%: la Lega lo farà fuori? Berlusconi salva la pellaccia ottenendo un risultato molto vicino a quello leghista. Si conferma un'analisi che vuole Meloni come l'erede del berlusconismo, oltre che del fascismo, e che vede la sua formazione come espressione emergente, ormai, del blocco borghese del Nord, pronto a orientarsi opportunisticamente verso una destra vandeana, guidata da una romana di estrazione popolare.

Per quanto riguarda la "non destra", il Pd, come previsto, non supera il 20%: e si porrà di fatto la questione della segreteria Letta, che ha condotto una inesistente campagna elettorale, oltre ad avere sbagliato il modo di presentarsi alle elezioni. Un fallimento su tutta la linea. Che ha fatto, in gran parte, le fortune di Conte e dei suoi che rimontano, come previsto, fino al 17% circa. Al palo – ma sopra lo sbarramento – resta la lista unitaria tra i verdi e la sinistra di Fratoianni.

Quel consenso “balneare” al centrodestra

Non solo il Papeete. Dalla vasta area sociale delle imprese che gestiscono le concessioni degli stabilimenti balneari, e occupano centinaia di chilometri di spiagge...

Leva militare: la destra non sa cosa dire, gli altri cosa...

Torna con regolarità la proposta di Matteo Salvini di riattivare la leva obbligatoria, sospesa (non abolita) quasi vent’anni fa. Il punto è che questa estate appiccicosa è anche una stagione elettorale – e promesse o intenzioni pesano più delle solite dichiarazioni di bandiera. L’idea sembra diretta a una certa fascia, quella borghese medio-piccola, in età da figli adolescenti, con lo spauracchio delle cattive compagnie. Ma c’è qualcosa di serio nel ritornello della “naja”, con cui ogni tanto si cercano consensi?

Il sistema costituzionale resta ancorato a una cittadinanza che comprende la partecipazione alle armi, com’è proprio dello Stato moderno, soprattutto dopo la Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche. Ma c’è da dubitare che la Lega e i gestori della sua macchina pubblicitaria si ispirino alla storia, fitta di dispettose complicazioni. A proposito di propagandisti, il più famoso tra quelli della Lega fu sorpreso in frequentazioni di palestrati rumeni, a pagamento, col sospetto di qualche accessorio chimico. Una storia che non starebbe bene fra gli esempi edificanti da offrire ai giovani.

Elezioni… e dopo? Il “destracentro”

Il tempo è qualcosa di insolitamente lungo, diceva un poeta. In esso le cose a volte tornano in forme apparentemente simili, ma che non sono mai esattamente le stesse. È questo il caso del “centrodestra” in Italia, che ricompare proprio mentre si profila una delle più concitate e brevi tornate elettorali della storia della Repubblica. Una tornata in cui sembra che i giochi siano in buona parte già fatti: secondo le stime dell’Istituto Cattaneo, certo indicative e discutibili, con il sistema elettorale in vigore l’alleanza tra berlusconiani, leghisti e postfascisti vincerà e forse stravincerà. Per la sinistra potrebbe essere il capolinea, cui poco vale l’inserimento nelle liste di fuoriusciti ambigui, non graditi alla base, reclutati sul campo in extremis, in una estenuante quanto impossibile rincorsa al centro.

Il gioco delle alleanze è obbligato, perché il sistema impone coalizioni il più possibile ampie, vista la riduzione del numero dei parlamentari e il conseguente ampliamento territoriale delle circoscrizioni; ma di fronte allo spettacolo offerto da “partiti agglutinanti” (come li ha efficacemente definiti il giornalista Simone Spetia), risulta difficile sottrarsi alla sensazione di una sorta di finale di partita, di un’atmosfera da fine di un’epoca. Quella che in ogni caso sembra destinata a concludersi è la parabola del berlusconismo, di cui le prossime elezioni potrebbero rappresentare l’ultimo atto. La scelta operata dall’ottantacinquenne Silvio di schierarsi con le destre estreme appare un coup de theatre per tornare sulla scena. L’accordo elettorale pare preveda che in caso di vittoria sarebbe lui a diventare presidente del Senato. Berlusconi ufficialmente smentisce, ma la prospettiva di poter giocare un ruolo nuovamente di primo piano ha probabilmente determinato la sua scelta di imbarcarsi sulla nave delle elezioni anticipate.

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Referendum, il grande inganno

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Referendum sulla giustizia: un’operazione politica anti-giudici

La stagione referendaria proclamata dalla Lega si sta rivelando per quello che è: una operazione politica tesa ad assestare un duro colpo al sistema giudiziario, invero già ampiamente colpito da leggi e leggine, che hanno intaccato il carattere orizzontale dell’organizzazione della magistratura. La natura della chiamata alle urne, il prossimo 12 giugno, era chiara già dalle premesse: non sono state raccolte le firme per la presentazione dei quesiti, ma si è usata la scorciatoia di affidare l’iniziativa ai Consigli regionali dove la Lega è in maggioranza. La Costituzione chiede cinquecentomila firme o la maggioranza di cinque assemblee regionali: la strada scelta è ovviamente legittima – ma non si dica che è il popolo a invocare il voto.

E infatti ora la questione più scottante, per Matteo Salvini e i suoi fiancheggiatori – dai radicali a Italia viva, ai berluscones sempre assetati di sangue “togato” –, è come portare gli elettori alle urne per evitare una figuraccia. Intanto, viene sacrificata la “riforma” del Consiglio superiore della magistratura: la commissione Giustizia del Senato ha fissato al 23 maggio il termine per la presentazione degli emendamenti. Si allungano dunque i tempi, mentre Lega e Italia viva confermano l’intenzione di proporre modifiche al testo approvato dalla Camera, che dovrà affrontare una seconda lettura. Una novità non da poco: se si andrà oltre le elezioni per il rinnovo del Csm – previste in luglio, e che giustificavano l’urgenza di nuove regole –, il pacchetto potrebbe andare all’aria. Pare che lo slittamento sia stato preteso da Salvini come chance per evitare che i pochi elettori che andranno a votare non ci ripensino dopo l’approvazione definitiva della riforma, che potrebbe essere un naturale deterrente, anche se i quesiti non riguardano solo il Csm. Anzi.

Parlamento, rissa in commissione sulle tasse

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Desiderio centrista e legge elettorale

I panni sporchi si lavano, eccome. In pubblico, però. E così nel centrodestra non si fa mistero della delusione, per non dire incazzatura, di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia per la gestione Salvini delle trattative quirinalizie, concluse con la rielezione di Sergio Mattarella al Colle. Dovranno ricucire i rapporti, i due. Lega e Fratelli d’Italia, la destra sovranista e populista italiana, non possono separarsi.

È vero, nel Carroccio c’è un sottile mal di pancia politico, una differenziazione di prospettive tra l’ala movimentista di Matteo Salvini e i governisti draghiani del ministro Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Friuli e del Veneto, Fedriga e Zaia. Le divergenze sono così profonde da potere condurre alla scissione? In trent’anni di vita, la Lega non è mai arrivata al punto di non ritorno. Vediamo quello che accadrà nelle prossime settimane. E c’è poi ciò che rimane del grande “sogno” berlusconiano, Forza Italia. Che ha rotto l’unità interna della coalizione, dichiarando di voler giocare autonomamente la partita Quirinale, proprio in dirittura d’arrivo. Lo stesso Silvio Berlusconi vorrebbe ritrovarsi in una casa centrista, anche se è consapevole che, per arrivarci, deve attraversare le forche caudine della riforma elettorale.