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La partita che si gioca sulla “secessione dei ricchi”

"Eravamo preoccupati delle pressioni di certi presidenti di regioni meridionali, che stavano intendendo il Pnrr come una sorta di Cassa del Mezzogiorno assistenzialistica. Il...

Che cosa significa la Lega nel governo

Era del tutto prevedibile. Se al governo hai una forza politica che rappresenta gli interessi del Nord del paese (non tutti, ovviamente, ma di quello che si può chiamare il blocco borghese del Nord), è chiaro che ci si trovi poi davanti a un continuo tira e molla e a dover trattare sulle "riaperture": da quale giorno debbano partire, se a fine aprile o a metà maggio, a che ora si debba andare tutti a letto, se alle 22 o alle 23, e così via. Ma quando, ormai più di un anno fa, ci fu il lockdown nazionale (quello con i severi controlli per le strade, che in seguito non si sarebbero più visti), le regioni in cui i contagi erano quasi nulli dovettero adeguarsi perché – per una scelta governativa del tutto condivisibile – non si potevano lasciare sole le regioni del Nord a sbrigarsela con un'epidemia galoppante. Le differenze territoriali italiane – e il fatto incontrovertibile che il virus avesse cominciato con l'infestare le regioni settentrionali del paese anche per le scelte più o meno sconsiderate che là sono state fatte negli scorsi decenni, come la delocalizzazione del sistema produttivo con il continuo viavai degli uomini d'affari tra Oriente e Occidente, o, per quanto riguarda la Lombardia, il quasi completo affossamento della sanità pubblica – furono giustamente messe da parte. Il paese dimostrò in quel caso, in barba a tutti i sovranismi strumentali, di avere davvero un "sentimento nazionale", se si pensa al consenso molto ampio con cui quelle misure draconiane furono accolte.

Se Gramsci lo legge Giorgia Meloni

Mentre “noi” (qualunque schiera di individui tale pronome designi) ci infervoriamo nel discutere di meri cartelli elettorali da costruire in fretta per contrastare la...

Una netta sensazione di peggioramento

La maggioranza giallo-rossa era la soluzione più avanzata che il parlamento uscito dalle elezioni del 2018 potesse offrire. Avrebbe dovuto essere adottata fin da subito e durare l’intera legislatura. Soltanto l’inconsistenza di un partito come il Pd – basato sull’elezione a sfondo plebiscitario del proprio leader, un meccanismo che ha prodotto la particolare perversione renziana –, regalando il governo alla Lega, aveva reso possibile l’obbrobrio di una maggioranza, in quel momento dichiaratamente sovranista-populista, tra i 5 Stelle e la Lega. Ma che questi partiti non potessero intendersi, anche perché espressione di realtà territoriali diverse, tra loro profondamente diseguali (la Lega è impiantata al Nord, pur con la “correzione” nazionalista salviniana, mentre la rabbia meridionale si è espressa soprattutto nel voto grillino), era piuttosto evidente; l’errore di Salvini nell’estate del 2019 ha fatto il resto. La nascita del Conte 2 restava comunque appesa all’esigenza di visibilità e sopravvivenza politica di Renzi. Qualcuno aveva creduto che i pretesti messi in campo per colpire il governo giallo-rosso (la questione del Mes, la faccenda del Recovery Plan scritto male nella prima stesura, il nodo della “prescrizione”, e così via) si dissolvessero di fronte alla possibilità di ottenere un ministero in più. Così non è stato, perché Renzi ha ben chiaro che alle prossime elezioni dovrà giocarsi tutto, e che per non morire deve assolutamente fare in modo di ereditare i voti di un moribondo Berlusconi (anche poi presentandosi, se sarà il caso, in un’unica lista con Forza Italia). Il governo tecnico-politico è l’ombrello migliore sotto il quale tessere una tela neocentrista, mentre mettere fuori dalla luce dei riflettori un competitore come Conte, anche lui orientato a prendere voti nello stesso bacino elettorale, neppure era da considerare un obiettivo trascurabile.

La Lega è sempre la Lega. Vedi Vicenza

Questo inverno come ad agosto dell’anno scorso, alcuni senzatetto dormono sotto i portici di Monte Berico, a Vicenza. Arrivano gli addetti alla pulizia urbana dell’AIM, accompagnati dai vigili che danno l’ordine di usare gli idranti per “pulire la strada” senza curarsi di chi sta dormendo. Li bagnano tutti, gli gettano via le coperte, gli fanno anche una multa. La scena non è isolata, si ripete almeno un altro paio di volte in pochi mesi. La polemica arriva sui social e poi sui quotidiani nazionali solo negli ultimi giorni, dopo che l’Associazione Welcome Refugees di Vicenza, unitamente alla pagina Comune-info, denuncia su Facebook la guerra dichiarata dal Comune di Vicenza ai clochard.

Non si tratta solo di passaparola, ma di testimonianze raccolte in video-inchieste e pubblicate sulle pagine web. Ma il primo cittadino Francesco Rucco, di destra a capo di una Giunta a trazione leghista, in un comunicato stampa di due giorni fa, smentisce categoricamente l’accaduto e minaccia querele. Eppure il sindaco stesso, come affermato da un senzatetto in una video-testimonianza, si è recato di persona sotto i portici di Monte Berico per intimare ai clochard di andarsene. Dove? Non è stato specificato. L’importante è che quella ventina di persone senza fissa dimora non rovinino il decoro urbano.

I clochard vicentini, alcuni dei quali vivono in strada da decenni, hanno vissuto negli anni il graduale peggioramento della propria condizione dovuto sia al "sentire" della cittadinanza, probabilmente legittimata a infierire sui senzatetto dal comportamento delle autorità locali, sia alle disposizioni dell’amministrazione leghista della città veneta che è arrivata a trattare degli esseri umani come immondizia. Gli attivisti di Welcome Refugees, in una nota diramata l’8 febbraio scorso sulle pagine di Facebook, hanno chiesto un incontro con il sindaco per affrontare alcuni temi, tra i quali "l'iscrizione anagrafica e l'accesso alle cure e ai servizi per chi ha perso la residenza; la revoca di ordinanze, applicate come mostrano gli articoli da noi raccolti sul sito del comune, che prevedono multe a chi non ha una casa e creano un clima di ostilità verso chi vive ai margini della società; una maggiore sensibilità verso i senza fissa dimora evitando di gettar via le coperte, di sgomberare i loro giacigli e di allontanarli, talvolta forzatamente, dai luoghi in cui hanno scelto di dormire e ripararsi".

Benché la Lega si prepari ad entrare nel governo europeista di Mario Draghi, nei territori da essa amministrati si dimostra ancora una volta incapace di rispetto per la dignità umana e per i diritti civili e sociali dei cittadini che rappresentano la base della cittadinanza europea.

Quella torta da spartire

Non è di poco conto la partita che si sta giocando in queste ore con Draghi e intorno a Draghi. Ci sarà tra pochi mesi, servita dall’Europa, una torta di oltre duecento miliardi, e tutti ambiscono ad averne, o almeno a gestirne, una fetta. Il punto non è (come sembrano credere alcuni nostri amici e compagni dell’estrema sinistra) la figura di Draghi. In fondo l’ex presidente della Banca centrale europea è pur sempre tra i migliori allievi di Federico Caffè, che fu uno tra i più impegnati economisti keynesiani italiani. È vero che nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti, e che il cocktail tra politiche neoliberiste e “keynesismo privatizzato” – come lo chiama Riccardo Bellofiore, definendo così una spesa pubblica intervenuta negli anni passati soltanto a salvare il salvabile delle banche e delle imprese private – è diventato un beverone insopportabile. Ma non è affatto detto che, dopo la crisi indotta dalla pandemia, si debba ritornare alla precedente austerità europea. Draghi è in fondo – da tecnocrate più o meno illuminato a seconda dei casi – ciò che l’Europa sarà o riuscirà a essere: va considerato una variabile dipendente dall’esito della battaglia tra conservazione e progresso (mettiamola così, usando la vecchia terminologia) che si svolgerà in Europa nei prossimi mesi e anni. A noi italiani resta per il momento solo da evocare i Mani di Caffè (“Professore, ispiralo tu…”), affinché Draghi possa collocarsi su una linea di autentica spesa pubblica keynesiana lasciando da parte qualsiasi imbastardito cocktail neoliberista.

Draghi, capolinea della “strategia del rattoppo”

La politica è con le spalle al muro. Per la quarta volta dai primi anni Novanta chiede aiuto ai “tecnici”. È accaduto con Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1993-1994 fece il premier prima di diventare presidente della Repubblica, poi arrivò Lamberto Dini 1994-1996, in seguito toccò a Mario Monti nel periodo 2011-2013 e ora è la volta di Mario Draghi, illustre ex presidente della Banca centrale europea. Tre nomi che vengono tutti dal mondo economico, bancario ed europeo.

Sono dunque trent’anni che quello che rimane dei soggetti politici di una volta e di quelli più recenti si dibatte in una malattia dalla quale non si riesce a guarire. Prima gli effetti del ciclone 1989 che cambiò gli assetti del mondo, poi l’ingresso sofferto nella moneta unica europea, poi ancora Tangentopoli con l’illusione che avremmo sanato, con una sorta di catarsi, le malefatte di un sistema politico in disfacimento. Tre passaggi che hanno lasciato sul campo il distacco tra società e politica insieme al rifiuto sic et simpliciter di quest’ultima rappresentato da Beppe Grillo e 5 Stelle prima maniera, che nascevano da indubbie contraddizioni irrisolte.