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Home » Articoli » Sanità, tutti i mali dell’autonomia differenziata

Sanità, tutti i mali dell’autonomia differenziata

Un rapporto della Fondazione Gimbe evidenzia uno degli aspetti più rilevanti della riforma: quello relativo alla minaccia che essa rappresenta per il diritto alla salute

24 Marzo 2023 Paolo Barbieri  1444

Il 23 marzo del 2023 Sergio Mattarella ha firmato il disegno di legge Calderoli “Per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario” (e anche la delega fiscale, qualche cenno su quest’altro tema qui ). La sensibilità per l’unità nazionale e il valore della solidarietà fra i cittadini (e i territori), non di rado evocata nelle esternazioni del capo dello Stato, non ha fatto suonare un campanello di allarme, stavolta, dalle parti del Quirinale. Coincidenza vuole che lo stesso Mattarella fosse il ministro della Difesa del governo Amato che, nel 2001, varò la piattaforma costituzionale del ddl Calderoli: la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, i cui effetti devastanti sulla tenuta e l’omogeneità del sistema sanitario nazionale abbiamo avuto modo di apprezzare (si fa per dire) in particolare nel corso della drammatica emergenza della pandemia da Covid-19.

Lo spirito della Lega degli esordi

Entra nel vivo, quindi, il percorso efficacemente definito “Spacca Italia” dalle forze di opposizione, che ora dovrà superare l’esame parlamentare per poi passare alla fase attuativa, attraverso l’azione delle Regioni e le intese che saranno perfezionate con il governo. A segnalare la serietà del passaggio, si registra la dissociazione di Stefano Bonaccini, storica sponda “da sinistra” del progetto, che ha parlato di “gravissimo errore nel metodo e nel contenuto”. Ma più di ogni altra cosa è una recentissima dichiarazione dello stesso Roberto Calderoli, storico esponente della Lega “federalista” (con simpatie secessioniste), a chiarire ancora il senso dell’operazione: “Chi al Sud contesta l’Autonomia – ha sostenuto il ministro – è un egoista rispetto al Nord, perché in questo momento, in Italia, ci sono dodici Regioni del Centro-nord che danno più di quello che ricevono e altre otto Regioni che invece ricevono più di quel che danno”. È il mito del residuo fiscale da sanare a favore delle aree più ricche del Paese (a cominciare dalla Lombardia), un concetto contestato per decenni da molti studiosi: un dato considerato “parziale ed equivocabile” ma che è fondativo per la narrativa classista e cripto-razzista del populismo a trazione padana.

La sanità è già differenziata

Il tema è di vasta portata, ne ha parlato più volte anche “terzogiornale” (per esempio qui e qui). La recente pubblicazione di un rapporto della Fondazione Gimbe ci offre il destro di trattare uno degli aspetti più rilevanti della riforma: quello relativo alla minaccia che essa rappresenta per il diritto alla salute, in teoria garantito dalla Costituzione a tutti i cittadini. Il rapporto Gimbe, infatti, tratta il tema delle “migrazioni sanitarie”, ovvero del modo in cui le Regioni più ricche attraggono pazienti dal Sud e incassano di conseguenza denari da quelle più povere, grazie al fatto che erogano migliori servizi ai loro cittadini (e quindi garantiscono l’effettivo godimento del citato diritto, che ad altri viene limitato se non sostanzialmente negato). Dal momento che la procedura contabile che determina debiti e crediti fra le diverse Regioni è piuttosto complessa, la ricerca di Gimbe fa riferimento ai dati del 2020. Annata di minore interscambio di questi servizi, a causa delle chiusure determinate dalla pandemia e dalla concentrazione dei servizi sull’emergenza Covid, che ha ridotto le prestazioni nei settori ordinari. Il valore complessivo dei “viaggi della speranza”, Calabria esclusa per ragioni contabili, è stato di 3,3 miliardi di euro (era oltre i quattro miliardi e mezzo nel triennio fra il 2016 e il 2018). Tra i maggiori segnali di allarme registrati nel documento, il fatto che oltre il 50% dei ricoveri e prestazioni ambulatoriali in mobilità vengono erogate da strutture private accreditate: “Un ulteriore segnale di impoverimento del Servizio sanitario nazionale”, commenta Gimbe.

Dove vanno i denari del Sud

Le Regioni che generano il passivo maggiore in termini assoluti, nella somma algebrica fra debiti e crediti, sono il Lazio, la Campania e la Sicilia. Ma in passivo sono anche Puglia, Abruzzo, Basilicata, Molise, Liguria, Marche, perfino le Province autonome di Trento e Bolzano, e addirittura il Piemonte, seppure per una quota marginale. Nessuna sorpresa per quanto riguarda le Regioni in attivo: l’Emilia-Romagna per oltre trecento milioni di euro, la Lombardia con circa duecentocinquanta milioni, segue il Veneto con centosessantacinque milioni. E infatti proprio su questo aspetto si concentra una delle osservazioni conclusive della Fondazione Gimbe: “I flussi economici della mobilità sanitaria – si legge nel rapporto – scorrono prevalentemente da Sud a Nord e in particolare verso le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi con il governo per la richiesta di maggiori autonomie. Infatti, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ‘cubano’ complessivamente quasi la metà della mobilità attiva e il 94,1% del saldo (cioè il controvalore economico, ndr) di mobilità attiva, valori peraltro sottostimati dal mancato computo dei dati relativi alla Regione Calabria”.

Se il calcolo lo si converte dai termini assoluti ai saldi pro-capite, cambia poco o nulla: la Basilicata, in ultima posizione, ha un saldo pro-capite negativo di centoquindici euro, di dodici euro inferiore alla somma del saldo pro-capite positivo di Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia (€ 127). Insomma, i cittadini lucani contribuiscono a finanziare la più efficiente sanità settentrionale. Ma il Mezzogiorno paga anche costi occulti, impossibili da quantificare con esattezza: “Innanzitutto, i costi sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti: secondo una survey condotta su circa 4.000 cittadini italiani, nel 43% dei casi chi si sposta dalla propria Regione sostiene spese comprese tra € 200 e € 1.000 e nel 21% dei casi fra € 1.000 e € 5.000. In secondo luogo, i costi indiretti, quali assenze dal lavoro di familiari e permessi retribuiti. Infine, i costi intangibili che conseguono – conclude il rapporto Gimbe – alla non esigibilità di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione”.

Cosa ci dicono questi dati? A giudizio del presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, “l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le inaccettabili diseguaglianze registrate con la semplice competenza regionale concorrente in tema di tutela della salute”. Il tempo stringe, per correggere la rotta c’è meno di un anno, pochi strumenti concreti ed equilibri politici e istituzionali che difficilmente potranno aiutare chi vuole opporsi alla deriva denunciata da questi dati. Tuttavia, non sarebbe sbagliato che le forze di opposizione mettessero al centro delle loro agende questo tema: magari meno adatto alle chiacchiere da talk-show, ma con una incidenza pesantissima sulle condizioni di vita dei loro elettori.

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