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Un Draghi a due teste

Dopo la conferenza stampa di fine anno, sappiamo con certezza che Draghi è disponibile a farsi eleggere alla presidenza della Repubblica. Peraltro non ne dubitavamo: come presidente ha una lunga carriera alle spalle, gli manca soltanto l’ultimo gradino per poter fare il “nonno”, come lui stesso si è definito, coronando probabilmente l’ambizione di una vita. Ma la questione non è il carrierismo di Draghi (del resto sostenuto anche dal “Financial Times”, secondo il cui autorevole parere meglio sette anni in un bel posto sicuro, anziché ancora un anno, o poco più, al governo). È piuttosto l’inghippo istituzionale che ciò comporta. Abbiamo infatti un presidente del Consiglio che, nelle prossime settimane, sarà tutto preso da una trattativa più o meno sottobanco per trovare un accordo tra i partiti sul governo che dovrà succedergli, mentre lui rassegnerà le dimissioni nelle mani del capo dello Stato uscente – per ripresentarsi subito dopo come il capo dello Stato entrante, olé!

Quirinale, Renzi cerca di convincere il centrodestra

Marcello Pera (ex presidente del Senato, filosofo già legato a Lucio Colletti) o Maria Elisabetta Casellati (attuale presidente del Senato) o Letizia Moratti (ex...

Si annuncia una settimana nervosa

Non è finita, per la Cgil. Un nuovo attacco, questa volta informatico, ha bloccato il sistema di comunicazione del più grande sindacato italiano. Gli hacker hanno colpito ma sono stati, per fortuna, anche neutralizzati. In mattinata il presidente del Consiglio Draghi era andato alla Cgil, per esprimere la solidarietà del governo dopo l’attacco squadrista di sabato pomeriggio. Una visita “non scontata”, ha commentato il segretario della Cgil, Maurizio Landini, che ha aggiunto come nell’incontro con Draghi si sia discusso dell’“impegno delle istituzioni per impedire che il passato ritorni”.

Nel ricostruire la giornata di sabato, il prefetto di Roma, Matteo Piantedosi, si è soffermato proprio sull’assalto alla sede nazionale della Cgil. Le sue valutazioni sono drammatiche: “L’invasione ha evocato i momenti più bui della vita del nostro Paese e ha restituito plasticamente la carica eversiva e antidemocratica che si annida nelle deprecabili azioni di questi delinquenti”. Forza Nuova, ex arnesi della destra eversiva degli anni Ottanta, i Nar, “Liberi cittadini” e “Io apro”, i commercianti e settori della società civile che in questi mesi sono stati sulle barricate delle proteste contro le misure anti-Covid del governo, sono stati i protagonisti dell’assalto alla Cgil.

Tra Meloni e governisti, il dilemma della Lega

C’è un passaggio dell’intervista al “Corriere della sera” nella quale il governatore del Veneto, Luca Zaia, anima governista della Lega, chiarisce: “Siamo due gemelli siamesi, la Lega di governo e quella di lotta”. Generoso Zaia, che sa mentire bene di fronte all’evidenza. Ricordare che la Lega è sempre stata un movimento di lotta e di governo forse potrà rassicurare i padri fondatori del Carroccio, ma in realtà, oggi, nessuno più, dentro e fuori della Lega, crede alla fiaba che fu inventata nel secolo scorso da un pungente vignettista, Giorgio Forattini, quando rappresentò il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, come un pantofolaio seduto in poltrona, indicandolo così come leader di un partito di lotta e di governo. Quindi un conservatore.

La Lega di Matteo Salvini sta perdendo smalto, si sta lentamente trasformando nella balena bianca che fu la Democrazia cristiana. Un partito centrista, come dimostrano i risultati elettorali in Veneto, dove la Lega continua a essere il primo partito con medie di voti altissime. A destra – quel che non vede Zaia, anzi rimuove – è che si è aperta una “cannibalizzazione” nella lotta politica. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ha superato la Lega in molte città, mentre nelle roccaforti leghiste si è avvicinata pericolosamente ai risultati del Carroccio. E il suo elettorato si è astenuto laddove (come a Torino) non ha apprezzato il candidato da votare.

Lega, una tempesta per finta: il governo non rischia

Enrico Letta ha definito l’episodio “gravissimo”, ha convocato i ministri del Partito democratico per discuterne e ha accusato la Lega di voler fare “saltare il banco” della maggioranza parlamentare. Ma l’assenza dei rappresentanti leghisti dal Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al testo del disegno di legge delega sulla riforma fiscale, è stata già ridimensionata il giorno dopo, quando Matteo Salvini si è presentato davanti a cronisti e telecamere denunciando una “patrimoniale nascosta” e sventolando i fogli con le norme incriminate. “Basta togliere questi due commi dalla delega fiscale e facciamo un buon servizio al Paese, non alla Lega”, ha spiegato.

Ora, la drammatizzazione deve essere sembrata al Pd una brillante mossa per animare il dibattito politico in vista dei ballottaggi e scavare nelle contraddizioni interne alla destra. Ma immaginare che la Lega e i suoi referenti nel mondo delle imprese, delle professioni e della rendita, vogliano una crisi del governo Draghi per due commi di una delega rappresenta uno sforzo eccessivo di creatività.

Aspettando i risultati elettorali

Sono tanti gli indecisi in questa tornata amministrativa. E chissà se gli scandali che hanno travolto, nell’ultima settimana di campagna elettorale, la Lega e Fratelli d’Italia, avranno ripercussioni negli orientamenti di voto. Sono ore vissute al cardiopalma dai candidati, in attesa dei risultati ufficiali delle elezioni che coinvolgono dodici milioni di italiani. In gioco sono i sindaci delle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Trieste, Torino e Bologna) e il presidente e il Consiglio regionale della Calabria.

Il web, e i sondaggi, ci hanno abituato a diffidare del mondo che pretendono di rappresentare. Molti elettori non sanno chi votare o addirittura se andare a votare. A Roma, per esempio, se scegliere l’ex ministro del Pd Roberto Gualtieri o Carlo Calenda con la sua “lista civica”, sostenuto anche da Italia viva e dai radicali. Anche gli elettori del centrodestra potrebbero essere attratti da Calenda, il che ha convinto i sondaggisti a essere cauti su chi sfiderà al ballottaggio il candidato della destra Michetti, se Gualtieri o Calenda, appunto. Mentre la sindaca uscente, Virginia Raggi, 5 Stelle, pare raccogliere più voti di quanti sembravano decretarne una sicura sconfitta.

La “bestia” ferita

Ancora pochi giorni di campagna elettorale, e lunedì prossimo sapremo chi avrà vinto nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna), in attesa di eventuali ballottaggi, e alla Regione Calabria. È un buon test elettorale, a pochi mesi dalla fine del semestre bianco e da un chiarimento politico in parlamento. La Lega appare ormai come una grande balena arpionata che affanna per liberarsi dalle lame taglienti e tornare a solcare i mari della politica da vincitrice. Non è certo un buon periodo, per Matteo Salvini e il Carroccio. Dentro il partito c’è aria di crisi, di scontro politico e di potere. Fuori, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni rastrella reduci e transfughi dalla Lega e da Forza Italia. Colpisce la “bestia” ferita a morte. La “bestia” era la funesta macchina da guerra (mediatica) inventata da Salvini e dal suo collaboratore Luca Morisi, finito all’angolo per una storia di droga.

Soffre Salvini, che nell’ultima campagna elettorale per le regionali si presentò al Pilastro di Bologna citofonando a un inquilino di una palazzina, per chiedere se fosse quella casa un luogo di spaccio di droga. È vero che i “tifosi” non sanno guardare, valutare l’imprevisto che dovrebbe sconvolgere certezze e distruggere miti. Chi ama perdona, sembra dire Salvini, rivolto a Morisi. E i militanti della Lega oggi non sanno se perdonare il loro leader.

Piccola radiografia di una Lega in grande difficoltà

È sempre stato un mistero, la Lega. Intanto perché i leghisti, che sono nati più di trent’anni fa, sembrano gli eterni ragazzini della politica. Come se avessero bevuto un elisir di lunga vita. Sono gli eredi della “prima repubblica”, i sopravvissuti di quella stagione, eppure passano per rivoluzionari. Il partito degli ossimori. In parlamento ostentarono il cappio contro la partitocrazia, ma, sin dall’inizio della loro avventura politica, inciamparono nelle inchieste giudiziarie. Addirittura, nell’inchiesta sulle tangenti Enimont, Umberto Bossi e il tesoriere Patelli furono condannati per un finanziamento illecito di duecento milioni di vecchie lire. Briciole, rispetto ai quarantanove milioni di euro “spariti” nel nuovo millennio dal bilancio di via Bellerio. E mazzette, bancarotte, vilipendi al capo dello Stato e alla bandiera. E poi resistenza alle forze di polizia, diffamazione nei confronti di magistrati, istigazione a delinquere.

È vero, però, la Lega di Umberto Bossi era un’altra cosa rispetto al partito di Matteo Salvini. I primi erano, per esempio, antifascisti, tanto che nel 1994 si candidarono con il cartello di Berlusconi solo al Nord, perché non volevano “sporcarsi” con il partito di Gianfranco Fini. Ma nello stesso tempo, da Mario Borghezio ai fondatori della Liga Veneta, i trascorsi politici erano con l’estrema destra eversiva degli anni Settanta. Il partito di Salvini ha fatto il pieno di voti, ma come partito non si è mai radicato al Centro-sud, attraendo solo scorie impresentabili di vecchi partiti e affaristi della politica. 

Se Gramsci lo legge Giorgia Meloni

(Questo articolo è stato pubblicato il 1 aprile 2021) Mentre “noi” (qualunque schiera di individui tale pronome designi) ci infervoriamo nel discutere di meri...

Lega e forze dell’ordine, un connubio pericoloso

Bene hanno fatto il presidente Draghi e la ministra Cartabia a stigmatizzare gli episodi di violenza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, prima ancora di una sentenza dei giudici penali o dell’esito dei lavori di una commissione d’indagine interna. Hanno fatto bene ma non basta. Bisognerebbe allargare lo zoom delle indagini e delle proposte dalle carceri alle caserme dei carabinieri, ai reparti mobili della polizia, ai comportamenti dei singoli appartenenti alle forze dell’ordine.

Sia chiaro, l’Italia non è paragonabile agli Stati Uniti, dove l’esito di una azione violenta di un uomo o di una donna in divisa si traduce spesso nella morte del “sospettato”. Però ci sono troppi fatti, anche individuali, che dovrebbero imporre una attenta analisi e delle proposte innovative. Per dirla chiaramente, il governo dovrebbe convocare gli “stati generali della sicurezza” (dei cittadini), a rischio non solo per elementi esterni, criminali o eversivi, ma per i comportamenti delle stesse forze dell’ordine.