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Home » Editoriale » Tra Meloni e governisti, il dilemma della Lega

Tra Meloni e governisti, il dilemma della Lega

7 Ottobre 2021 Guido Ruotolo  1041

C’è un passaggio dell’intervista al “Corriere della sera” nella quale il governatore del Veneto, Luca Zaia, anima governista della Lega, chiarisce: “Siamo due gemelli siamesi, la Lega di governo e quella di lotta”. Generoso Zaia, che sa mentire bene di fronte all’evidenza. Ricordare che la Lega è sempre stata un movimento di lotta e di governo forse potrà rassicurare i padri fondatori del Carroccio, ma in realtà, oggi, nessuno più, dentro e fuori della Lega, crede alla fiaba che fu inventata nel secolo scorso da un pungente vignettista, Giorgio Forattini, quando rappresentò il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, come un pantofolaio seduto in poltrona, indicandolo così come leader di un partito di lotta e di governo. Quindi un conservatore.

La Lega di Matteo Salvini sta perdendo smalto, si sta lentamente trasformando nella balena bianca che fu la Democrazia cristiana. Un partito centrista, come dimostrano i risultati elettorali in Veneto, dove la Lega continua a essere il primo partito con medie di voti altissime. A destra – quel che non vede Zaia, anzi rimuove – è che si è aperta una “cannibalizzazione” nella lotta politica. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ha superato la Lega in molte città, mentre nelle roccaforti leghiste si è avvicinata pericolosamente ai risultati del Carroccio. E il suo elettorato si è astenuto laddove (come a Torino) non ha apprezzato il candidato da votare.

L’anima governista della Lega assicura che il governo Draghi può navigare tranquillo, che la Lega non lo farà affondare: “Vogliamo stare nel governo nell’interesse del Paese”. Ma la Lega di lotta, attraverso il leader Salvini, si sente all’angolo ed è in sofferenza. Fa “ammuina”, si muove scompostamente annunciando la pre-crisi di governo, se Draghi non cancellerà le nuove tasse previste nella riforma del catasto. Sapendo bene, Salvini, di mentire, ben prima che il premier sconfessasse questa lettura dell’aumento delle tasse, che non c’è.

Archiviata la pratica “catasto”, adesso Salvini chiede la riapertura delle discoteche. Cerca, insomma, argomenti divisivi nella maggioranza di governo per creare un clima da rissa. Che la politica e i suoi schieramenti si muovano in questi giorni per chiudere a proprio vantaggio i ballottaggi di metà mese, è scontato. Ma quello di Salvini è un metodo di far politica che vuole nascondere la crisi che nella destra è profonda.

A Roma, dove il candidato della Meloni è al ballottaggio, Fratelli d’Italia è quasi 13 punti avanti alla Lega (17,65 contro il 6%), a Milano la Lega è ferma al 10% mentre il partito della Meloni è oltre il 9%.

La lettura dei dati elettorali racconta di una crisi maturata nel tempo e non di una sua precipitazione alla vigilia del voto per gli scogli giudiziari della Lega (la vicenda Morisi) e di Fratelli d’Italia (l’inchiesta per riciclaggio e finanziamento illecito ai partiti che vede indagato il presidente del gruppo a Strasburgo, Carlo Fidanza).

A Milano, città dell’inchiesta Fidanza, Fratelli d’Italia arriva al 9%, 7% in più rispetto alle elezioni del 2016; mentre la Lega prende solo il 10% e Forza Italia frana dal 20 al 7%. È chiaro che adesso la destra punti a riorganizzarsi in funzione delle prossime elezioni politiche. Giorgia Meloni e una parte della Lega preferirebbero che, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato, si vada alle politiche anticipate. Luca Zaia, il governista, ha lasciato intendere che non si presterà a questa manovra, essendo suo obiettivo dichiarato quello “di stare convintamente in un progetto di governo”. 

Ma forse le due anime della Lega, quella governista e quella di opposizione, cercheranno una mediazione, di lavorare per portare l’inquilino di Palazzo Chigi al Colle. Draghi al Quirinale, elezioni politiche anticipate. E questa soluzione, fino a oggi non condivisa, potrebbe essere interpretata come il male minore anche dal segretario del Pd, Enrico Letta. O no? 

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