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Home » Articoli » La partita che si gioca sulla “secessione dei ricchi”

La partita che si gioca sulla “secessione dei ricchi”

L’autonomia regionale differenziata, di cui si è fatto garante Draghi, è suscettibile di alterare gli equilibri costituzionali e potrebbe diventare intoccabile. Inoltre, come dimostrato durante la pandemia, invece di costituire un mezzo per avvicinare autorità pubblica e cittadini, si è trasformata in un ostacolo alla capacità di governare la vita collettiva nazionale

21 Maggio 2021 Paolo Barbieri  1391

“Eravamo preoccupati delle pressioni di certi presidenti di regioni meridionali, che stavano intendendo il Pnrr come una sorta di Cassa del Mezzogiorno assistenzialistica. Il governo è stato capace di mantenere equilibrio tra le varie zone del Paese” (Matteo Luigi Bianchi, Lega; Camera dei deputati, 26 aprile 2021). Dopo aver brillantemente fugato le preoccupazioni del geometra eletto a Gallarate e dei suoi colleghi leghisti sul Piano di ripresa e resilienza, sarà Mario Draghi, nella prossima legge di bilancio, il garante della “secessione dei ricchi”, secondo la definizione che l’economista Gianfranco Viesti coniò per il progetto di autonomia regionale differenziata? È molto concreta la possibilità che per coronare il sogno comune della Lega lombardo-veneta e del Pd emiliano-romagnolo di Stefano Bonaccini possa bastare la personale volontà del presidente del Consiglio, considerando il suo poderoso quanto discusso curriculum, la sua credibilità internazionale, il sostegno di sapore nordcoreano da parte della quasi totalità del mondo dell’informazione, la debolezza dei partiti che potrebbero frenare o correggere la rotta nel governo e in parlamento (M5S e Pd peraltro sono divisi al loro interno da anni su questo tema). Il Def (Documento di economia e finanza) varato qualche settimana fa ha confermato l’impegno del governo a varare, tra i disegni di legge collegati alla legge di Bilancio 2022-2024, quello che contiene le “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata di cui all’art.116, 3° comma, Cost.”. Una legge ordinaria suscettibile di alterare gli equilibri costituzionali, che diventerebbe intoccabile se andasse in qualche modo a incidere sui capitoli di bilancio del triennio, dato che l’articolo 75 della Costituzione recita, al secondo comma: “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio”.

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, prima dell’impatto della pandemia, valevano all’incirca il 40% del Prodotto interno lordo nazionale. La spinta separatista, abbandonate le suggestioni ridicole sulla “nazione padana”, ha adottato la bandiera del “residuo fiscale”: l’idea cioè che un territorio che produce più entrate tributarie debba poterle trattenere per la propria spesa pubblica. Un equivoco, secondo uno studio che risale a qualche anno fa degli economisti Adriano Giannola (presidente della Svimez, Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno) e Gaetano Stornaiuolo dell’Università di Napoli “Federico II”, perché il fisco ha rapporto con cittadini e imprese e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le tasse. Un inganno, perché, ad esempio, esclude gli interessi sul debito pubblico (posseduto dai medesimi soggetti: cittadini e imprese) dal calcolo delle risorse che dallo Stato tornano sul territorio delle regioni più ricche. E un errore, dal punto di vista economico, perché, come ha spiegato Viesti a suo tempo sul Messaggero, grazie al diverso grado di sviluppo del Centro-Nord “l’industria e i servizi delle aree più forti hanno da sempre potuto godere di un mercato di oltre venti milioni di abitanti con una modesta concorrenza locale. Tutte le stime mostrano che la spesa nel Mezzogiorno, in particolare quella per investimenti, ha un effetto di traino; genera acquisti dalle regioni più forti; redistribuisce i suoi benefici su tutto il Paese. Mentre non accade il contrario (…)”.

Una informazione distorta

In realtà, prima ancora di contestarne la logica, il fronte contrario all’autonomia regionale differenziata contesta i dati di base sui quali si fonda la pretesa di “risarcimento” fiscale avanzata dalle regioni più ricche. I dati utilizzati dall’allora ministra per gli Affari regionali Erika Stefani (Lega) per sostenere la prevalenza del Mezzogiorno d’Italia nell’allocazione della spesa pubblica si basavano esclusivamente su dati della Ragioneria generale dello Stato, fornendo “un’informazione del tutto distorta”, secondo Svimez: “Un quadro completo dell’effettiva distribuzione della spesa pubblica dell’operatore pubblico tra regioni viene invece fornito dal Sistema dei Conti Pubblici Territoriali, la fonte ufficiale più completa in materia di spesa pubblica regionalizzata e, di conseguenza, la più adeguata per misurare l’effettiva distribuzione tra regioni delle risorse pubbliche che finanziano i servizi pubblici”. Il saggista e blogger meridionalista Andrea Del Monaco riassume così il risultato (basato sulla media degli anni 2014-2016) delle comparazioni fatte nel dossier Svimez sulle varie fonti di calcolo della spesa pubblica: “L’intera spesa pubblica (media, n. d. r.) pro-capite al netto degli interessi nel Sud è pari a 13.394 euro, nel Centro-Nord è pari a 17.065 euro. In Campania è pari a 12.084 euro, in Puglia a 13.042 euro, in Calabria a 13.605 euro, in Sicilia a 13.686 euro. Al contrario di quanto sostengono la Lega e il Pd del Nord, la spesa pubblica pro-capite in Veneto arriva a 14.188 euro, in Emilia Romagna a 16.375 euro, in Lombardia a 16.979 euro”. Del resto, se così non fosse, sarebbero diversi i dati del Pil, dell’occupazione e dei livelli dei servizi pubblici nelle regioni meridionali. Che non sono affatto esenti da responsabilità nelle loro amministrazioni, ma se le cose stessero davvero come vuole la narrazione “nordista” solo prendere per buono il persistente mito razzista dei meridionali fannulloni e disonesti, e dei loro amministratori tutti o quasi tutti corrotti, potrebbe spiegare il perenne, irrecuperabile ritardo del Sud.

Un tema centrale per la Lega

Dopo la fase propagandistica dei referendum leghisti in Lombardia e Veneto (e delle contestuali opache trattative fra Roma e Venezia, Roma e Milano, Roma e Bologna, conclusesi con le pre-intese fra governo Gentiloni e Regioni interessate), il primo vero scontro politico-istituzionale sull’autonomia differenziata è arrivato nella fase finale del governo Conte 1. Su questo tema, la resistenza strisciante dell’allora presidente del Consiglio e di gran parte del M5S (che al Sud aveva ricevuto gran parte dei suoi consensi elettorali nel 2018) durò mesi, e si giovò probabilmente del silenzioso apprezzamento del Quirinale, che non ha mai apprezzato le fughe in avanti “nordiste” della Lega tradizionale. Quella resistenza mise in crisi Salvini, pressato dagli ambienti che nel suo partito coltivano i rapporti più solidi con il mondo dell’impresa. Oscurato dai fuochi d’artificio della crisi del Papeete, il tema dell’autonomia regionale differenziata fu in realtà (con migranti e giustizia) uno dei principali punti di attrito della abortita maggioranza “gialloverde”. Sarebbe un errore sottovalutare la centralità di questa vicenda, ora che la Lega è tornata al governo in posizione tutt’altro che defilata.

La lezione della pandemia

Sull’autonomia regionale si gioca una delle partite più rilevanti per disegnare l’Italia del futuro. Sarà pur vero che non ci sono le condizioni per una nuova stagione di programmazione e di investimenti pubblici sul modello che animò la stagione della Cassa per il Mezzogiorno (con tutti i suoi limiti e con le illusioni tradite della stagione delle cattedrali nel deserto), ma non ci si può rassegnare all’idea di una parte d’Italia confinata nel ruolo di villaggio vacanze per turisti settentrionali e stranieri e di centro di reclutamento della nuova emigrazione: oltre due milioni dal 2002 al 2017, secondo Svimez, hanno lasciato le regioni del Sud. E non si può accettare che la lezione della pandemia, che ha incrinato il mito del governo “vicino ai cittadini”, venga rapidamente archiviata come un incidente di percorso. “La pandemia – si legge in un documento pubblicato proprio qui su terzogiornale – costituisce anche un invito a ripensare la dispersione di poteri verso le regioni. Proprio l’emergenza Covid ha mostrato quanto sia problematico il coordinamento tra le istituzioni di governo nazionali e decentrate. L’insufficiente capacità di interlocuzione ha provocato una spirale drammatica di irresponsabilità e inefficienze. L’autonomia delle regioni, invece di costituire un mezzo per ravvicinare l’autorità pubblica ai cittadini, e promuovere una più mirata somministrazione dei servizi pubblici e un più accurato governo del territorio, si è trasformata in un ostacolo alla capacità di governare la vita collettiva nazionale”. La secessione dei ricchi merita una riflessione almeno altrettanto approfondita. E il tempo per promuoverla è adesso.

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