Le coordinate politiche del documento 

Il filo rosso delle discussioni tenute in incontri (chiusi) dal nostro Network ha riguardato l’orizzonte possibile per la sinistra nella riorganizzazione del Paese dopo la tempesta della pandemia. Non a caso il documento di sintesi parla di biforcazione nelle scelte da adottare, il cui percorso dipenderà in gran parte dal tipo di politiche che il Paese progetterà e implementerà.

Non si trattava di discutere il Recovery Plan avanzando un ennesimo contropiano e neppure di redigere un manifesto. Ma di mettere a fuoco una cultura politica capace di condurre alle domande giuste nella definizione di una visione dell’Italia, senza lasciarle poi sospese nell’aria, ma indagando anche le possibili risposte ed entrando, per quanto possibile, nel merito delle questioni. Nel corso degli incontri (pur con l’intervallo di appena due mesi) si è verificato un significativo passaggio di fase, che invita a riflettere sugli interlocutori e destinatari di queste riflessioni collettive.

La visione culturale che ispira questa sintesi combacia con gli schemi mentali cui ci ha abituato la sinistra ufficiale in questi anni. Mai come in questo momento è divenuta evidente come la sua modesta capacità di produrre idee, il suo distacco dal paese reale e l’indeterminatezza della rappresentanza, siano alla base dell’indubbia sconfitta che ha subito con le vicende che hanno portato all’avvento del governo Draghi. Quella sconfitta non può essere archiviata solo come questione di numeri parlamentari. Essa pone in rilievo ancora una volta che fuori da una qualificante presenza di governo la sinistra rimane disarmata, senza egemonia, senza idee forza, progetto politico e mobilitazione sociale.

Gli ultimi eventi entro il Pd sono infine l’espressione di una crisi che c’era da tempo, forse genetica, a lungo mascherata dal ruolo di difesa che esso ha assunto verso destra, che gli assicurava la fedeltà di una parte del suo elettorato. Trasformato in partito di opinione, il Pd ha creduto che per vincere le elezioni fosse sufficiente sottoporre agli elettori una squadra di governo autodefinita come più capace ed efficiente. Ha creduto – in sintonia con la vicenda della sinistra europea – che si vincessero le elezioni erodendo l’elettorato di destra, senza più chiedersi attorno a quale pezzo di società intendesse costruire le necessarie alleanze sociali. Senza più esercitare una funzione critica verso l’uniformazione delle politiche alle prescrizioni dominanti, e (pur con qualche debole resistenza) verso l’omologazione culturale all’interpretazione prevalente della società e del capitalismo. Con il risultato di non guadagnare un solo voto e di perderne tanti.

Chi rappresenti oggi la sinistra ufficiale non è dato sapere. Il suo declino coincide innanzi tutto con la perdita dell’elettorato che più subisce le diseguaglianze e con il mancato coinvolgimento e mobilitazione dei soggetti sociali interessati a correggerle. Ma corrisponde anche all’incapacità di elaborare una proposta di governo dell’economia che vada oltre le indicazioni convenzionali o che provi a disegnare un altro tipo di società. L’offerta politica sulle questioni dei diritti civili ha consentito di trovare un consenso tra i ceti urbanizzati e istruiti (diventato dominante). Ma è un consenso che non toccava i temi sociali ed economici rimasti privi di elaborazione. Né altri settori della sinistra hanno colmato il vuoto.

Un largo segmento di società si è visto così privato di rappresentanza (ma anche di protagonismo sociale) proprio nel momento in cui era più minacciato dallo sviluppo tecnologico e dalla grande riconversione produttiva e organizzativa del capitalismo. Quel segmento si è progressivamente allargato e rischia sempre più di trovare un’alternativa nell’astensione, se non nell’offerta politica della destra estrema.

Questo documento è un tentativo di avviare una discussione su questioni fondanti per la sinistra. Forse con un pensiero controcorrente (ma non utopistico) che tenta di ridefinire per il Paese le coordinate di un socialismo democratico adeguato ad un mondo discosto da quello fordista nel quale la socialdemocrazia ha espresso il meglio di sé ma che oggi richiede che si facciano i conti con i cambiamenti profondi avvenuti nel lavoro, nella produzione e nei connotati antropologici. Sono riflessioni che possono opporre un metodo e un merito ad una sinistra di governo non più capace di organizzare una discussione politica (e neppure un congresso).

Non ci sfugge, però, che senza interlocutori le idee non camminano. Sappiamo che un’agenda può avere successo solo se trova soggetti politici che la interpretino e la condividano. Dopo trent’anni di divorzio tra cultura e politica è difficile farsi illusioni. Oggi, tuttavia, due vicende significative riaprono il campo. Non solo quella del Pd, che può avere un esito negativo di destrutturazione e dispersione di forze, ma potrebbe anche consentire l’avvio della ricostruzione della sinistra che faccia i conti con la sua storia recente (sempre che sia in grado di farli e non punti a una affrettata ricomposizione che getti la polvere sotto il tappeto). Anche la vicenda dei Cinque Stelle, che – forse per necessità – sta evolvendo verso l’uscita dal grillismo (promossa dallo stesso Grillo) e, dopo l’abbandono degli elettori tornati alla Lega o comunque a destra, non può che approdare a una qualche forma di riformismo. Ma già, esiste anche nel Paese una sinistra plurale, non identificata con alcun partito, che può intervenire da protagonista in questa ridefinizione della politica: esiste nei sindacati, nel Terzo settore, nella cittadinanza attiva e movimenti ambientalisti, in pezzi dei partiti citati e in un’opinione diffusa non omologata.

I risultati degli incontri esposti in questo documento non vanno intesi come una rigida agenda che un governo o una forza politica dovrebbe far propria. Il documento, pur con le sue indicazioni propositive, è solo in senso lato un documento di policy. Si colloca piuttosto in un ambito culturale: è l’affermazione che un’altra visione del mondo e delle cose è possibile. Le molteplici proposte che vi sono contenute implicano una battaglia delle idee, perché ogni indicazione di indirizzo prende spunto da una visione alternativa rispetto a quella che informa l’opinione corrente. Attiene a un altro modo di interpretare la società, il potere, l’azione pubblica e le diseguaglianze; a tutto ciò che dovrebbe caratterizzare una sinistra degna di questo nome.

Quindi, anche se è difficile attendersi oggi una sua traduzione pratica, questa riflessione disegna un modo d’essere e di posizionarsi inteso ad attrezzare coloro che si collocano su un versante critico (specie dentro i partiti della sinistra). E, dato che le indicazioni non hanno nulla di utopistico (nulla che una forza politica socialista non possa realisticamente assumere come orizzonte concreto), potrebbero essere un punto di riferimento per dare corpo ad una discussione su un insieme di temi su cui strutturare una sinistra rinnovata.

Il lavoro di riflessione il Network non lo inizia oggi, ma lo ha avviato da anni, nell’intento di immaginare, alla luce delle trasformazioni che sono intervenute, un orizzonte che abbiamo definito socialdemocratico nel post fordismo. È l’orizzonte che ispira il documento di sintesi.  

Sarebbe riduttivo ora proporre una sintesi dei suoi contenuti. Abbiamo preferito evidenziare i punti salienti, per chi voglia orientarsi velocemente tra i suoi argomenti e indicazioni. In due parole: contiene una visione di governo su come affrontare le diseguaglianze (di reddito, habitat, diritti, protezione, genere, fruizione di servizi sociali e generazionali), che la pandemia ha reso ancora più evidenti, e su come governare il capitalismo in un contesto post fordista e digitalizzato. Il tutto immaginando un protagonismo dei cittadini e la costruzione di una società partecipata. E anche, dentro un’economia in salute, perché. come c’è una visione di sinistra sul terreno sociale e occupazionale, ve ne è una anche sul terreno produttivo. Redistribuzione e crescita (sostenibile) non sono due cose in contrasto, come il neoliberismo ci ha abituato a pensare.

Se riformismo ha significato in origine “riformare il capitalismo per renderlo compatibile con la società” e si è poi trasformato in “riformare la società per renderla compatibile col capitalismo”, oggi si tratta di tornare alla prima definizione. Con una premessa: la sinistra italiana o è componente di una partita che si gioca in Europa, o le sue istanze, tenute in ambito puramente nazionale, non avranno il respiro necessario. 

PARTE I

LO STATO

Bisogna scegliere

Il Covid ha acuito e resi ancor più evidenti i difetti, i limiti e le storture di questa organizzazione della società e dei suoi principi ordinatori.  Siamo di fronte a una biforcazione nelle scelte da adottare; occorre stabilire quale società vogliamo costruire e quale svolta dare al declino del Paese. In termini più ambiziosi, si tratta di pensare a una ridefinizione del compromesso sociale, da noi come in tutto l’Occidente.

Non basta solo concepire una buona politica, o qualche operazione modesta di ingegneria sociale. Si tratta di concepire un grande progetto di trasformazione sociale, che mobiliti le intelligenze e le energie di un gran numero di cittadini, che li renda protagonisti e che intercetti e valorizzi quello spirito pubblico che si è manifestato nel corso della crisi, accompagnato da aspettative di un nuovo ordine, attento alla giustizia sociale e meno dominato dai meccanismi di mercato. Questa crisi può offrire una grande occasione per ripensare il modello di sistema ed è motivo di grave scadimento che nessuna forza politica abbia posto tale ripensamento al centro del dibattito pubblico italiano, di per sé impoverito dalla rappresentazione banalizzata che da tempo i media forniscono dei problemi del Paese.

Ricostruire le basi di legittimità e la capacità operativa dello Stato

Il percorso che l’Italia seguirà dipenderà in gran parte dal tipo di politica che progettiamo e implementiamo. Ma anche dalla capacità di dare ad essa esecuzione da parte di uno Stato che va ricostruito nella sua capacità operativa.

In Italia all’improvviso si è riscoperta non solo la domanda di Stato, ma anche la capacità di intervento, di usare, cioè, poteri caduti in disuso e delegittimati. Inaspettatamente lo Stato ha dato prova di vitalità, per quanto mortificata nel tempo e resa inadeguata alle esigenze del momento. Allorché si è dovuto sfruttarne le residue potenzialità, ha dimostrato di essere ancora l’unica agenzia di protezione per i cittadini e per lo stesso mercato. Il tema della ridefinizione dei suoi compiti si impone e sarà svolto strada facendo. Ma ancor più urgente è ricostruire le basi di legittimità fortemente intaccate dall’era neoliberista e dalle riforme amministrative che hanno disattivato e mortificato quel fondamentale strumento d’azione che erano le burocrazie pubbliche.

Non vi è dubbio che in questa pandemia i cittadini – e tra essi i più svantaggiati, ma non solo, anche i più diffidenti verso lo Stato – abbiano fatto un qualche affidamento su quest’ultimo. O avanzato una palese “domanda di Stato”. Affidamento e domanda che andrebbero capitalizzati (e indirizzati verso una visione di solidarietà sociale), ma che oggi sono bivalenti a causa delle insufficienze ataviche dell’apparato burocratico e, con esse, della difficoltà sia a governare processi di cambiamento, sia a organizzare le politiche pubbliche in senso vero. Da lungo tempo ormai l’intervento dello Stato sulla struttura amministrativa si è ridotto a modalità molto povere, essenzialmente finanziarie (risparmi di spesa) e normative (profluvio di norme da gestire o finalizzate al funzionamento degli apparati). Sono venuti meno tutti gli altri strumenti, quali la capacità di progettare, di pianificare, di scegliere, di organizzare i cambiamenti, ma pure di amministrare nella quotidianità. Ne è risultata un’Amministrazione indirizzata a operare automaticamente, senza capacità di valutare le cose, prendersi responsabilità e assumere decisioni di merito sui contenuti. Quella concentrazione sulle due leve, finanziarie e micro-normative, a scapito delle politiche da mettere in atto, ha di fatto azzerato –con il blocco ventennale del turnover e i risparmi di bilancio – la trasmissione di competenze da una generazione all’altra e dissolto le strutture ministeriali necessarie a sorreggere e implementare le decisioni pubbliche. La moltiplicazione smisurata dei contratti a tempo determinato, spesso dettati da criteri di convenienza politica ha devastato le riserve di professionalità e di ethos del servizio pubblico, che si erano mantenute per tanto tempo a dispetto dell’invadenza della politica. Si è aggiunto il diluvio di norme e una impropria e ridondante quantificazione della performance per portare al collasso l’Amministrazione. Al netto degli errori politici, tutti i livelli di governo hanno risentito dello stato problematico delle pubbliche amministrazioni. Quel tanto che c’era di un corpo interprete dell’interesse generale e con la capacità di resistere agli interessi particolari e corporativi e, all’occorrenza, alla politica, è stato disperso.

Cambiare prospettiva

Malgrado i segni di ripresa nell’esercizio di volontà pubbliche, l’inadeguatezza complessiva della Pubblica Amministrazione, rende urgente un primo grande progetto che condiziona tutto il resto: ricostruire una autorità pubblica dotata di piena autorevolezza e capacità di azione efficace. Una Pubblica Amministrazione di qualità è la necessità fondamentale. Non si tratta di solo sveltimento delle pratiche amministrative e di informatizzazione dei rapporti coi cittadini (che pure è carente). Si tratta di un vero e proprio cambiamento organizzativo, strutturale, di organizzazione del lavoro, che porti l’Amministrazione a operare per obbiettivi e ad acquisire capacità di scelta e direzione dei processi, senza di che è difficile pensare alla messa in atto di politiche pubbliche ambiziose. Occorre identificare le diverse missioni che attengono a parti diverse del settore pubblico, rinunciando all’uniformità organizzativa, contrattuale, di organizzazione del lavoro e di struttura delle responsabilità decisionali dell’Amministrazione preposta.

Accanto a questa trasformazione, va considerata una questione di fondo – in parte sovrapposta in parte separata – relativa alla tendenza a considerare la Pubblica Amministrazione un soggetto unitario da regolare in modo uniforme e rigido, sottoponendola integralmente alle procedure del diritto amministrativo. È, questo, un motivo di paralisi e di distacco dalla realtà, sebbene corrisponda a un’impostazione tradizionale, prevalente in Italia nella professione dei giuristi amministrativi. Un conto sono i beni pubblici indivisibili da tutelare, un altro i beni e servizi prodotti da istituzioni pubbliche o altri ambiti di intervento. Qui le caratteristiche specifiche renderebbero opportuno un approccio che, senza privatizzarli, li faccia rientrare nell’ambito di applicazione del diritto civile.

Occorre anche mettere in discussione l’estensione che ha avuto il trasferimento dei compiti di molte amministrazioni verso agenzie indipendenti che sottrae alle funzioni politico- amministrative la decisione sulle regole di gestione di importanti servizi collettivi. Col rischio di sottoporla a interpretazioni tecnocratiche o di lasciarla senza indirizzi politici di sorta alla discrezionalità delle agenzie. Se non altro, è necessario trovare un nuovo equilibrio.

È necessario anche colmare i grandi vuoti di personale, specie qualificato, e serve una selezione della dirigenza, dei quadri, delle competenze tecniche secondo criteri di professionalità adeguati ai singoli obiettivi. Dopo avere per troppo tempo disinvestito sul personale pubblico, serve attirare una nuova generazione di funzionari, qualificata e motivata. Anche i modi di reclutamento sono importanti e per tutto ciò inviamo alle indicazioni che condividiamo del Forum delle Diseguaglianze e Diversità, “Il Fattore Umano”.

Nonostante la qualità dell’Amministrazione sia il punto nodale e prioritario dell’assetto istituzionale i problemi dello Stato non possono tutti essere schiacciati su di essa. Non si può non vedere la difficoltà del parlamento e dell’esecutivo a porre in essere progetti ambiziosi di azione politica pluriennale, di programmare e progettare in grande, di uscire dalla contingenza e di rivendicare la loro autonomia contro l’invadenza di poteri indiretti e non eletti. È un problema di costume politico che la sinistra ha la responsabilità di non aver mai posto come tale e di aver mascherarlo dietro improbabili ingegnerie istituzionali. Attorno ad esso – come tale – ha il dovere di attivare un dibattito pubblico (che all’occorrenza parta dalla riforma dei partiti) su come sia possibile superarlo.

La pandemia costituisce anche un invito a ripensare la dispersione di poteri verso le regioni. Proprio l’emergenza Covid ha mostrato quanto sia problematico il coordinamento tra le istituzioni di governo nazionali e decentrate. L’insufficiente capacità di interlocuzione ha provocato una spirale drammatica di irresponsabilità e inefficienze. L’autonomia delle regioni, invece di costituire un mezzo per ravvicinare l’autorità pubblica ai cittadini, e promuovere una più mirata somministrazione dei servizi pubblici e un più accurato governo del territorio, si è trasformata in un ostacolo alla capacità di governare la vita collettiva nazionale.

PARTE II

DISEGUAGLIANZA/E

La cittadinanza legata al territorio   

Le politiche pubbliche vanno impegnate in grandi operazioni di riforma. Si potrebbe partire dalla cittadinanza legata al territorio, inteso quest’ultimo come luogo dove essa è fruita e riconosciuta, o come area di sofferenza, non come elemento di frammentazione e particolarismo delle politiche che devono restare rigorosamente universalistiche e nazionali. Va progettato quindi il miglioramento dell’habitat di milioni di persone, considerando che proprio nella fruizione o meno di un habitat dignitoso e appagante si è manifestata una delle iniquità più acute poste in evidenza dalla quarantena. In questo senso si tratta di un’operazione che congiunge il miglioramento della vita associata alla necessità di una prossima ripresa dell’economia: un ennesimo esempio di quanto sia poco pertinente agitare un’alternativa tra coesione sociale e dinamismo economico.

È possibile concepire, insieme con le autonomie locali, una vera e propria agenda urbana nazionale che riguardi in primo luogo la riqualificazione delle periferie e il rilancio dell’edilizia popolare. Si tratta di recuperare edifici dismessi o sottoutilizzati, demolire brutture e ricostruire quartieri di alta qualità, innescare la riconversione ecologica dei territori, innervare le città con la cura del ferro e la mobilità dolce. 

Tutto ciò non si realizza solo con bandi ministeriali episodici, concorrenziali e frammentati, ma richiede una forte integrazione degli interventi locali con le politiche statali della scuola, dell’università e della ricerca, dei beni culturali, dei trasporti e della sicurezza. Non un’agenda verticistica, ma una politica corale di cui beneficino anche gli abitanti delle aree non interessate;  un’azione pubblica, alimentata dalla condivisione attiva dei cittadini e delle associazioni operanti sul territorio, che partecipino e co-progettino con propri architetti e urbanisti, approvino e suggeriscano le modalità con cui gli abitanti sono spostati, temporaneamente o definitivamente, ma in situazioni migliori, mentre si ristrutturano le loro case, vengono abbattuti palazzi per creare piazze, realizzati spazi e servizi comuni (inclusi quelli per il tempo libero, biblioteche, lavanderie, ecc.), creati servizi e infrastrutture sociali di prossimità, attivati portali di quartiere e reti per arricchire le relazioni tra gli abitanti. Il tutto ovviamente senza consumo di suolo o alienazione di beni pubblici, in un quadro di innovazione di materiali, sostenibilità ambientale, riqualificazione energetica degli edifici e entro obiettivi di digitalizzazione del territorio e risparmio energetico, che veda mobilitati centri di ricerca, università e imprese interessate, o players innovativi e forme di partenariato.

Una mobilitazione analoga a quella che interessa le città dovrebbe riguardare le aree interne, dove, di nuovo, vi è bisogno – con percorsi da condividere con i cittadini e con le loro associazioni – di infrastrutture informatiche e piattaforme di connessione, servizi sociali di prossimità, di servizi in comune tra cittadini, telemedicina, salvaguardia del patrimonio artistico e culturale, valorizzazione delle risorse esistenti. In altre parole, tutto ciò che serve a rafforzare la tenuta del territorio, ricomporre la frammentazione della convivenza, facilitare il decongestionamento abitativo e produttivo delle aree urbane e suscitare una partecipazione civica corale.

Accanto a ciò, serve il perseguimento di quella sostenibilità fatta di beni comuni che non possono essere gestiti secondo logiche di mercato, quali gli interventi di riassesto geologico, la messa in sicurezza de bacini idrici e del corso dei fiumi, la viabilità extraurbana. Tutto indirizzato allo sviluppo di nuove tecnologie.

Il diritto alla salute legato ai diritti territoriali

È dentro questa operazione di estensione della cittadinanza legata al territorio, che va concepita, sempre in una visione universalistica, un’altra politica pubblica fondamentale, la riorganizzazione del sistema sanitario, che trova oggi molti consensi verbali, ma ancora non chiara la definizione.  Anche la fruizione della sanità – proprio nel momento in cui sono passate in seconda linea altre patologie in epoca Covid – è stata un’area di grave diseguaglianza tra chi poteva permettersi la sanità privata e chi no. Ricordiamoci anche che i decessi non sono stati affatto neutri per appartenenza sociale. La pandemia ha confermato che la disuguaglianza sociale amplifica la tragicità di tutte le scelte che la natura può costringerci a compiere

È questo un esempio di come l’abuso di provvedimenti normativi e finanziari abbia cambiato – nelle cose e nei modi di pensare – i connotati dei principi della Riforma sanitaria del 1978. Si è trasformato il sistema sanitario in un sistema a domanda individuale trascurando quella sanità di popolazione che si occupa dello stato di salute della società, individua i suoi problemi, anzitutto li previene e ne orienta la soluzione: la falla attraverso la quale è passata la recrudescenza del Covid.

C’è una certa confluenza di idee oggi nel potenziare la medicina di base e nell’istituzione dell’infermiere/a di famiglia, da affiancare al medico di famiglia. Tuttavia, non è chiaro che consapevolezza vi sia che la prima non è una figura tradizionale e che solo con uno sforzo di formazione considerevole si può ottenere il curriculum richiesto di capacità relazionali, di valutazione del bisogno e di utilizzo di strumenti di monitoraggio (a distanza e non) attraverso software e hardware. Si tratta, altresì, di garantire sul territorio presidi fisici raggiungibili in pochi minuti, che integrino sia i medici di famiglia, sia i servizi sociali e tutti gli operatori socio-sanitari, oltre ai nuovi infermieri di comunità, riservando agli ospedali le emergenze e le patologie acute. Il territorio va anche costellato di centri di cura a bassa intensità e di strutture riabilitative, per evitare ospedalizzazioni non necessarie. Accanto a ciò, va sviluppata la telemedicina, vale a dire una piattaforma tecnologica, e un data base che si interfacci con la medicina di base e che sia capace di raccogliere il flusso di informazioni utili per una cura del paziente e un telecontrollo dei suoi parametri vitali, al fine di orientare le decisioni successive. La medicina capillare è un’operazione sociale che dovrebbe giovarsi di un ruolo attivo e di monitoraggio delle associazioni di volontariato.

Non basta. A partire da quest’eco-sistema sanitario (e digitale assieme) di assistenza e servizi, occorre sviluppare – anticipando temi di politica industriale, trattati poi – l’intera filiera produttiva, dalla ricerca farmaceutica alle apparecchiature elettroniche, al biomedicale, alla robotica diagnostica o chirurgica, alla digitalizzazione dei dati sanitari. Il ridisegno della sanità diffusa nel territorio non è quindi solo un’operazione sociale volta a rendere effettivo un diritto fondamentale, ma anche una delle condizioni per il rilancio del Paese con investimenti specifici nelle tecnologie mediche, informatiche e nei settori della fornitura, tenendo un indirizzo particolarmente attento alla prevenzione.

Con una avvertenza. È evidente che nessun piano di riassetto della sanità pubblica, può evitare il nodo dei diritti di brevetto, anche se questo è un tema che va affrontato a livello europeo. Negli ultimi quattro o cinque decenni sono state continuamente ampliate le possibilità giuridiche di monopolizzare privatamente la conoscenza, e sono stati smantellati limiti (per es., alla brevettabilità della natura), e ridotti possibili rimedi (per es., l’intervento antitrust). Se non si corregge questa rotta, i problemi sorti in questa pandemia si ripresenteranno.

La scuola come centro civico

Un’altra grande operazione sociale va concepita sulla scuola. La scuola adempie una fondamentale funzione nazionale (e nazionali devono rimanere le politiche che la riguardano), ma è anche inserita in un contesto territoriale, per cui i diritti alla formazione vanno anche a connettersi a quelli legati al territorio.

È un altro campo dove le diseguaglianze sono balzate in evidenza in questa epidemia da Covid e si sono accentuate.  Non solo riguardo all’accesso agli strumenti informatici necessari per la didattica a distanza o alla mancata fruizione di quello che è ormai divenuto un diritto universale, l’accesso a internet, ma anche per ciò che riguarda le possibilità di concentrazione e di tranquillità consentite dall’ambiente familiare al destinatario della didattica. Né va trascurata la diversa incidenza della perdita di socialità sugli studenti inseriti in contesti diversi. C’è un pericolo enorme di retroazione negativa sulla propensione a continuare gli studi e il rischio enorme di perpetuare le diseguaglianze.

 La scuola, come altri settori, è stata investita da un’alluvione di norme, senza che si mettesse al centro la sostanza, cioè le basi culturali necessarie alla formazione dei giovani e a una solida coscienza democratica di fronte a una transizione cognitiva del nostro tempo che mette in discussione i codici didattici del secolo passato.

L’enfasi sulla concorrenza tra le scuole ha poi accentuato le disuguaglianze negli esiti formativi e ha impedito di accrescere e migliorare le risorse di strutture e di docenti proprio nelle zone più disagiate.

C’è anche un problema di educazione degli adulti, reso evidente da varie indagini specifiche che accertano che circa il 70% della popolazione non dispone delle competenze adeguate per vivere nel mondo di oggi. Questa penuria educativa influisce su molte questioni del sistema Italia: stagnazione della produttività, debole internazionalizzazione, ritardo dell’economia digitale, crescita delle disuguaglianze sociali e territoriali, con conseguente esposizione dei ceti popolari alla demagogia e al fondamentalismo.

Siamo entrati nella globalizzazione e nell’era dell’informazione senza un impegno ad arricchire gli strumenti culturali della cittadinanza, creando un gap cognitivo che impoverisce la capacità di trattare criticamente i problemi, di selezionare le informazioni, di consentire uguali opportunità di accesso ai saperi. Di tutto ciò vi è scarsa consapevolezza nel discorso pubblico. Eppure, per aprire l’Italia alla società della conoscenza ci vorrebbe uno sviluppo delle competenze di base della popolazione, con un impegno almeno pari a quello che profuso nel dopoguerra contro l’analfabetismo.

La priorità del Programma Next Generation Eu dovrebbe essere un ambizioso programma di educazione permanente per tutte le età, dai giovani, agli adulti, ai lavoratori, agli anziani. Oggi in Italia la quota di adulti impegnati in attività di formazione e istruzione è del 24%. È una delle più basse a livello internazionale, e ci si deve porre l’obiettivo di arrivare nei prossimi anni almeno alla media Ocse del 52%. E nel contempo si pone l’esigenza di insegnare la lingua e formare i migranti che vivono nel nostro paese.

Tutto ciò comporta un’ambiziosa strategia di educazione popolare, da attuare con una mobilitazione di tutte le istituzioni nazionali e locali, le imprese, gli enti di formazione, il Terzo settore e il volontariato. Il perno della strategia deve essere l’istituzione scolastica. La sua missione educativa va ampliata a tutte le generazioni, adeguando a tal fine le risorse docenti, i metodi didattici, le relazioni con il territorio.

Gli edifici scolastici costituiscono il più prezioso patrimonio pubblico, distribuito in modo capillare nel territorio, e di conseguenza devono funzionare a ciclo continuo giorno e sera, non solo per istruire la gioventù, ma anche per favorire la libera espressione dei linguaggi giovanili, combattere la dispersione, utilizzare le città e i territori come laboratori didattici, arricchire le relazioni con le università, i centri di ricerca e le imprese innovative, riportare a scuola gli adulti, trasmettere le competenze informali da una generazione all’altra, promuovere l’interculturalità con i nuovi italiani che arrivano dal mondo.

La scuola può divenire il centro della vita comunitaria, il laboratorio dell’apprendimento sociale e della riconversione ecologica, il luogo di promozione della cura dei beni comuni, la sede di coordinamento della cittadinanza attiva, la struttura preposta al dialogo permanente tra cittadini e istituzioni. (continua)

Alessandro Aresu, Salvatore Biasco, Giacomo Bottos, Ferruccio Capelli, Carlo Carboni, Vittorio Cogliati Dezza, Francesco Denozza, Mattia Diletti, Mario Dogliani, Giovanni Dosi, Massimo Egidi, Maria Rosaria Ferrarese, Antonio Floridia, Massimo Florio, Maurizio Franzini, Nicolò Fraccaroli, Maurizio Franzini, Carlo Galli, Rino Genovese, Elena Granaglia, Gabriele Guzzi, Piero Ignazi, Alfio Mastropaolo, Enrica Morlicchio, Federico Nastasi, Ugo Pagano, Laura Pennacchi, Andrea Roventini, Gianfranco Pasquino, Lorenzo Sacconi, Valdo Spini, Roberto Tamborini, Valeria Termini, Walter Tocci, Carlo Trigilia, Nadia Urbinati, Gianfranco Viesti, Vincenzo Visco.

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