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Crisanti: l’autunno demografico potrebbe uccidere la democrazia

Incontro con il ricercatore, oggi senatore Pd, che fu tra i protagonisti della lotta alla pandemia

7 Gennaio 2025 Michele Mezza  1103

“Il problema del prossimo futuro nel nostro Paese, come della gran parte d’Europa, non è la paura dell’impoverimento, su cui soffia la destra, ma la certezza di un arricchimento disordinato”. Andrea Crisanti, ricercatore che nella fase più acuta della pandemia acquisì una grande popolarità per la sua capacità previsionale rispetto alle dinamiche del virus, non ha il gusto della battuta provocatoria per pura audience. La sua storia di scienziato, che per quasi cinquant’anni ha lavorato nei laboratori dei principali istituti di ricerca del mondo (ultimo l’Imperial College di Londra, dove ancora insegna), lo ha abituato ad appoggiare ogni sua affermazione, anche quella che appare più temeraria, su solidi dati e documentate esperienze.

Proprio il suo rigore e la sua abitudine a leggere in termini predittivi i dati, gli fecero comprendere, con largo anticipo sull’insieme del sistema sanitario italiano, già dai primi di gennaio del 2020, che si stava annunciando una catastrofica epidemia, mentre ancora si parlava di casi isolati. Dal suo ospedale – dove era appena arrivato da Londra a Padova, come primario della clinica universitaria di virologia e malattie infettive – riuscì tempestivamente a procurarsi una cospicua scorta di reagenti che gli permise di procedere a Vo’, il comune veneto dove si registrarono le prime vittime, a un controllo di massa per identificare i portatori sani del contagio: il che limitò drasticamente i decessi, che invece si moltiplicarono a pochi chilometri di distanza, a Codogno, in Lombardia, dove non si attuò quella strategia.

Lo ritroviamo oggi, senatore del Pd eletto nella circoscrizione europea, dove ha sbaragliato la destra. E gli chiediamo, dopo due anni di mandato, quale bilancio faccia di questa esperienza, così lontana dalla sua attività di ricercatore. La smorfia con cui risponde non lascia spazio a ulteriori commenti. Ma non è deluso come molti dei tecnici e intellettuali prestati alla politica, che puntualmente si lamentano del fatto che “qui non si conta niente”, frustrati da una certa marginalità nelle relazioni con il mondo esterno.

Crisanti, proprio per la sua storia di scienziato, è abituato a stare in una squadra, a essere uno dei componenti di un lavoro complesso e composito. Non è la visibilità o la rilevanza che gli manca. Semmai, potremmo dire, è la mancanza di linearità e certezza nel percorso che separa ideazione, progettualità e realizzazione del progetto che appare differente nella politica, almeno nella esperienza istituzionale: si potrebbe fare molto, ma a volte è difficile valorizzare competenze e connetterle con l’attività parlamentare. La fatica del progetto, di un lavoro finalizzato, di una missione. La sua, più che frustrazione, è rabbia.

In particolare – e qui parla il professore più che il senatore – non riusciamo ad afferrare le tendenze, il trend che ci annuncia come stia cambiando il mondo. È il buco nero che sta ingoiando i partiti, e soprattutto appare appannata la possibilità, a sinistra, di esprimere una proposta politica organica e articolata: in una congiuntura in cui stanno mutando tutte le categorie dell’organizzazione sociale, se non si afferra il senso della trasformazione, collegando analisi e organizzazione, ci troviamo fuori fase, incapaci di capire da dove arrivino gli schiaffoni quando si perde e per quale prodigio, invece, si inverta la tendenza, quando si vince.

 “Come sinistra abbiamo la responsabilità di capire da dove viene e cosa nutre l’ondata di destra che sta scompaginando tutti i sistemi politici, arrivando a contestare direttamente la stessa democrazia rappresentativa” – dice per dare uno sfondo alla sua critica. Le emergenze quotidiane non possono inibire la ricerca e quella capacità di far funzionare un cervello collettivo che dovrebbe essere il partito. Un insegnamento che Crisanti ricava proprio dal mondo della scienza, dove proprio nei momenti più drammatici si deve avere la freddezza di leggere l’evoluzione di una malattia, senza inseguirla pedissequamente. Spiega ancora che la capacità della destra di attirare consensi si nutre della delusione indotta dall’ormai strutturale paralisi dell’ascensore sociale, un terreno di coltura su cui attecchiscono le campagne d’odio, i messaggi che creano disagio, paura, e scaricano su un nemico istituzionale una rabbia che non incontra soluzioni.

Più che il disagio è la mancanza di opportunità, è soprattutto la plausibilità di un sogno, di un cambio di marcia, che frustra i giovani. In questo Paese, dagli anni Ottanta, dopo lo scossone del 68-69, sono tutti inchiodati alle proprie posizioni di partenza. I privilegiati in alto, che difendono la rendita di posizione, e tutti gli altri intorno che cercano vie e mezzi per entrare nel recinto magico. È anche il fallimento di una marcia nelle istituzioni della sinistra, che non ha cambiato gli equilibri né favorito l’accesso di ampi strati inferiori ai vertici professionali e produttivi.

Nulla scalfisce gli equilibri di partenza. Perfino la pandemia sembra passata come acqua su vetro. I soldi del Pnrr se ne stanno andando in spesa sociale più che in investimenti, e il sistema rimane fermo. Come possiamo cambiare gli equilibri? Come sinistra davvero pensiamo che lo status quo possa spingerci al governo solo perché la gente si indigna per le pacchianate di Sangiuliano o per la grettezza della Santanchè?

L’ottica che propone il senatore-scienziato fa intravedere uno scenario sorprendente. Tutti guardano all’impoverimento incombente, alle scandalose sperequazioni, che però non producono rivolta, come chiede Landini: perché? – si interroga –, perché questa disparità fra i ricchissimi e i medio-poveri non si traduce, com’è stato in altre fasi della storia, anche recente, in movimenti collettivi, in una mobilitazione categoriale o territoriale? Perché – risponde prima che riusciamo a interloquire – quanto sta accadendo prelude a fenomeni di imprevedibile e quanto mai disordinato arricchimento, persino i poveri votano già da ricchi. “Siamo alla viglia del più grande trasferimento di ricchezza della storia fra una generazione e l’altra. Vedremo un passaggio di beni e risorse dalla nostra generazione a quella dei nostri figli, i quali, per la contrazione demografica che è in corso, si troveranno a spartirsi una quantità di ricchezze che si concentreranno in un numero di mani minori, diventando così più ingenti.

Il conto è presto fatto – ci dice –, “i nostri figli, che sono molti di meno di quanti non eravamo noi alla loro età, potranno disporre di una quota maggiore di fortune rispetto a quelle che abbiamo ereditato noi. Peraltro, la nostra generazione ha incrementato ulteriormente i beni ricevuti dai nostri genitori, come il nostro tenore di vita dimostra. Così, fra una ventina d’anni, diciamo, si troveranno a disporre di una quota di beni rilevantissima, fra immobili e denaro, che, appunto, si divideranno fra relativamente pochi eredi”.

Lo scienziato prende il gessetto e scrive alla lavagna: fra vent’anni, saremo in Italia meno di cinquanta milioni, mentre oggi siamo circa sessanta. Questo vuol dire che ognuno dei futuri eredi, in media, avrà a disposizione il 20 % di risorse in più. Certo, vale sempre il detto di Trilussa circa la media fra chi mangia due polli e chi nessuno. Ma la base da cui partiamo sarà di almeno un pollo a testa. Sappiamo bene che almeno due terzi della popolazione oggi vanta una disponibilità di risparmio famigliare e beni immobiliari di un certo valore. Quasi il 90% è proprietario di una casa, spesso di due. Le famiglie d’origine di una coppia di giovani hanno una dotazione di almeno una casa e di circa 30-40mila euro che si concentreranno nella coppia di figli unici che raddoppierà il proprio patrimonio.

A una cultura politica di sinistra, che dovrebbe essere abituata ad analizzare le condizioni materiali come causa dei comportamenti sociali, queste trasformazioni dovrebbero imporre uno sforzo di riflessione ed elaborazione particolari. Come si comporteranno le generazioni premiate da questo capriccio della demografia? Saranno incentivate a usare i mezzi disponibili per investire in formazione, innovazione e intrapresa, o per arroccarsi invece sulle proprie rendite, difendendo lo status raggiunto? E ancora: in un’Europa che sarà sempre meno centrale nelle relazioni economiche, e meno capace di attrarre risorse e abilità, la difesa del proprio patrimonio, di una rendita di posizione che, per quanto ineguale, renderà una porzione consistente della popolazione titolare di beni e valori superiori al proprio tenore di vita precedente, quali processi innesterà, dove sarà sospinta l’opinione pubblica?

Perciò la politica oggi è fondamentale – dice Crisanti –, facendo intendere che ha scelto di cambiare settore, passando dal vertice di apparati quali l’università di Padova, o la guida di un reparto ospedaliero, all’impegno parlamentare in una forza di opposizione, proprio per giocare questa partita in campo aperto. Ma si vede isolato nel suo ragionamento.

 “L’alternanza generazionale è vista come una scadenza lontana, l’analisi dei meccanismi che determinano i rapporti di proprietà non sembra un terreno di lotta politica. Ma già incide sui comportamenti sociali in termini di aspettative. Insomma, continuiamo ad avere lo sguardo corto”. Le conseguenze sociali ed economiche del cosiddetto autunno demografico non sono state ancora analizzate compiutamente, la politica non lavora su questi dati. Nel lontano 1340 la peste spazzò via metà della popolazione europea, innescando cambiamenti sociali ed economici senza precedenti. 

La sinistra deve iniziare a capire che la sua base sociale, oggi, coincide con una parte di quei giovani nei quali si concentreranno ricchezze che non hanno guadagnato. Con loro bisogna parlare, organizzarli, lavorare per fare in modo che scelgano di investire in conoscenze e innovazione quando sarà, e non limitarsi a proteggere la propria posizione ereditata. Ovviamente, a questi giovani bisogna dare in cambio la possibilità di partecipare alle scelte, di essere protagonisti delle decisioni. Con loro, con i loro codici e linguaggi, bisogna ingaggiare le grandi battaglie per cambiare il modo di funzionare del Paese, a partire dalla scuola e dalla sanità, che sono i motori di un diverso modello di statualità.

A proposito di scuola, sono in atto innovazioni tecnologiche che stanno trasformando la formazione e la crescita delle nuove generazioni. Mentre noi ancora coltiviamo il mito dello studio in presenza, sta esplodendo il sottobosco delle università telematiche. È un settore quanto mai scivoloso, dove il malaffare si intreccia con le convenienze dei singoli, e dove il clientelismo crea dei ras che si stanno imponendo sulla scena economica e politica nazionale. Noi, la sinistra, dobbiamo civilizzare questa modalità di formazione, che intercetta il bisogno di milioni di giovani che non possono bruciare risorse fondamentali in affitti e trasferimenti. Dobbiamo valorizzare e promuovere come sistema universitario pubblico un’offerta di grande trasparenza e qualità di corsi online pubblici, che sia competitiva e alternativa a quanto si trova sul mercato per lo studio a distanza. Questo può spingere gran parte di quei giovani, che saranno i destinatari delle case che abitano i loro genitori, a investire prioritariamente nella propria formazione, risparmiando sulla spesa della frequenza tradizionale dei corsi per poi investire sulle specializzazioni successive.

Mentre ci spacchiamo la testa per sostenere le realtà del Mezzogiorno, da anni favoriamo il trasferimento di miliardi di risparmio delle famiglie del Sud verso le tasche dei proprietari immobiliari del Nord sotto forma di canoni di affitti, spesso in nero, e spese di mantenimento presso le università settentrionali. “Solo a Padova” – torna qui in scena lo scienziato – “ho calcolato che almeno cinquanta milioni all’anno sono accumulati dai proprietari delle stanze affittate ai fuori sede”.

Come fu per la pandemia, Crisanti combina indignazione civile ed esperienza personale, arrivando a elaborare una visione che vorrebbe, questa volta, mettere al servizio della politica, della sinistra. Il vento naturale della storia non soffia nella nostra direzione. Bisogna forzare gli equilibri, essere più discontinui, più eretici, sia nei contenuti sia nella forma dell’organizzazione. “Siamo troppo composti e pettinati” – dice prima di andarsene. Del resto, secondo un grande leader popolare come Giuseppe Di Vittorio, se non si vince nel punto più alto dello sviluppo, non si difendono nemmeno i cafoni. Crisanti ci indica dove sia a suo parere quel punto oggi.

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