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Home » Articoli » Piersanti Mattarella. Un delitto politico, la pista è nera

Piersanti Mattarella. Un delitto politico, la pista è nera

L’omicidio, nel 1980, del presidente della Regione siciliana vide il concorso di neofascisti e uomini di Cosa nostra

7 Gennaio 2025 Stefania Limiti  1839

Le recentissime novità giudiziarie sul delitto di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione siciliana ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980, hanno preso impulso da una lettera anonima recapitata nei mesi scorsi ai familiari nella quale si indicava il killer, con tanto di identikit e foto del possibile colpevole. Questo particolare di grande rilevanza è stato curiosamente diffuso da un articolo de “La Stampa”, a firma di Riccardo Arena, e non dal pezzo che ha assicurato lo scoop a “Repubblica”. Per quanto teoricamente le lettere anonime, dal punto di vista investigativo, sarebbero da cestinare, in realtà questo non avviene quasi mai, e la verifica sui contenuti viene fatta nella maggioranza dei casi.

Bene che sia andata così anche questa volta. Colpisce che le indicazioni dell’oscuro estensore ripropongano una vecchia pista nata da dichiarazioni di pentiti di mafia, che hanno indicato in Nino Madonia, boss del clan più vicino a Totò Riina, l’uomo “dagli occhi di ghiaccio e andatura ballonzolante” descritto da Irma Chiazzese, moglie della vittima, nell’identikit dell’assassino di suo marito. Solo che la signora individuò quel volto in Giusva Fioravanti, responsabile della strage di Bologna e capo dei Nar, confortata anche dalla domestica Giovanna Saletta, che aveva assistito all’assalto mortale dalla finestra, e che si disse certa: “Il killer è quello della foto”, cioè Fioravanti, poi inchiodato dalle dichiarazioni del suo stesso fratello, Cristiano.

Il sicario, in quel gennaio che apriva gli anni Ottanta, sparò prima quattro colpi con una 38 Special, poi, inceppatasi l’arma, colpì con una Smith&Wesson che gli passò il complice alla guida di una 127. Da quel che si apprende, l’individuazione di un’automobile riconducibile a uomini di Cosa nostra sulla scena del crimine, fatta sulle foto contenute nei vecchi archivi giornalistici, avrebbe portato la procura di Palermo a riaprire le indagini – un fascicolo era già stato aperto nel 2021, poi archiviato – incriminando i due boss di Cosa nostra pluriergastolani, Nino Madonia e Giuseppe Lucchese.

La novità investigativa, giunta nei giorni in cui il mondo politico ricorda l’anniversario della morte dell’ex presidente della Regione siciliana, sembrerebbe dunque riaprire piste già battute; vedremo se con nuovi e sufficienti elementi.

Il coinvolgimento degli esponenti mafiosi è ricordato dalla sentenza di condanna (gennaio 2020) di Gilberto Cavallini (per la strage di Bologna, vedi qui), in oltre cento pagine molto dettagliate dedicate al delitto Mattarella: Cavallini, esponente di spicco del neofascismo, è infatti indicato, con Giusva Fioravanti, come esecutore del delitto siciliano da un’ordinanza firmata dal giudice istruttore Giovanni Falcone, poi di fatto lasciata “morire” fino alla assoluzione dei due terroristi – Cavallini è responsabile dell’omicidio del giudice Mario Amato, per questo in passato gli esperti hanno tentato, senza successo, l’esame comparativo tra i proiettili che uccisero Amato, sparati da una calibro 38, e quelli, ormai logorati dal tempo, che eliminarono Mattarella. Scrivono i giudici bolognesi che “i pentiti Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia resero dichiarazioni non sempre concordanti e soprattutto contraddittorie”: Mutolo nel 1981 riferì quanto gli aveva confidato Francesco Davì, e cioè che l’omicidio era stato commesso da lui insieme a Giacomo Giuseppe Gambino, e che a sparare erano stati Gambino e Madonia: è una dichiarazione dunque de relato. Gaspare Mutolo, del quale si apprezza il percorso umano e il contributo di ricostruzione compiuto in lunghi anni, ai tempi si trovava in galera, era quindi un protagonista mafioso del tutto fuorigioco: peraltro, e solo come nota di cronaca, se non fosse stato rinchiuso in galera, probabilmente sarebbe stato dietro ad altri affari, visto che avrebbe dovuto gestire, in collaborazione con la Digos locale, una palestra nella zona romana di piazza Tuscolo per permettere l’osservazione dei militanti neofascisti particolarmente attivi nell’area. Ma questa, appunto, è un’altra storia. Quanto a Buscetta, rese dichiarazioni mutanti nel tempo, mentre Marino Mannoia, uomo fidato di Stefano Bontate, ha fatto altri nomi ma non quello di Madonia; infine, il boss narcotrafficante di Altofonte, Francesco Di Carlo, un uomo brillante stroncato dal Covid dopo essere sopravvissuto alle spietate faide interne a Cosa nostra, si limitò a riferire “di aver appreso da Bernardo Brusca che la vedova Mattarella aveva scambiato, stante la notevole somiglianza, uno degli autori materiali, Nino Madonia per Giusva Fioravanti. In sostanza Di Carlo è un teste de relato di un’opinione altrui”.

In attesa di sviluppi, è bene precisare che non è tanto il versante mafioso quello che rende delicato e importante il lavoro dei magistrati palermitani: piuttosto è l’uso che una certa classe politica potrebbe farne a rendere ad alta tensione la faccenda. Per sua natura, l’inchiesta si presta a essere “tirata per la giacca” da chi vorrebbe far morire per sempre la pista delle responsabilità neofasciste basata sulle intuizioni investigative di Giovanni Falcone, oltre che sul suo profondo convincimento (lo prova la sua audizione al Csm, nel novembre del 1988, in cui ebbe parole articolate e anche toccanti). Una pista di fatto abbandonata, dopo la strage di Capaci, fino all’assoluzione dei due terroristi. Falcone non era un investigatore avventato, si era immerso nei segreti del mondo neofascista anche grazie alle confidenze ricevute da Alberto Volo, un enigmatico professore della destra palermitana, che spiegò i legami tra l’assassinio di Mattarella e quello di Francesco Mangiameli, esponente neofascista siciliano. Volo era a conoscenza di molti fatti importanti, rivelando diversi particolari inediti: nel luglio del 1980, aveva incontrato Valerio Fioravanti e Francesca Mambro nella casa palermitana di Mangiameli, che gli confidò le responsabilità di Fioravanti nell’uccisione di Mattarella, e poi era stato ospite, insieme a Mangiameli, nei giorni precedenti al suo omicidio, in una casa di Salvatore Davì, affiliato al clan Madonia, che si trovava in soggiorno obbligato nei pressi di Perugia.

Il delitto Mattarella venne qualificato da Falcone come delitto politico, insieme a quelli di Pio La Torre, segretario regionale del Pci, e Michele Reina, segretario della Dc siciliana: nel senso di un delitto finalizzato a cambiare il corso degli eventi nell’isola, maturato dentro un contesto particolare, nel quale un insieme di esponenti del neofascismo contribuirono, con altre forze, alla attuazione di un piano destabilizzante, di stampo piduista, per stoppare ogni possibilità di una svolta e di una riforma nel governo del Paese. Falcone si era profondamente immerso in questa dimensione criminale della politica, arrivando ad avere un’idea investigativa di quel che era successo, e probabilmente una visione chiara del potere dell’Italia nella seconda metà del secolo scorso. Non ebbe tempo di finire il lavoro; ora sarebbe grave se venisse dimenticato e finanche manipolato, o se si accantonasse come se non fosse mai esistito.  

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