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Home » Editoriale » Sanzioni sì, sanzioni no: a partire dal caso Cuba al Senato

Sanzioni sì, sanzioni no: a partire dal caso Cuba al Senato

15 Aprile 2021 Aldo Garzia  1229

Ieri la questione “embarghi” e “sanzioni economiche” ha animato la seduta di Palazzo Madama con una buona notizia per Cuba e per l’autonomia della politica estera italiana, seppure contraddittoria se si approfondisce cosa è accaduto. Il Senato, infatti, ha approvato due ordini del giorno. Una mozione con prima firmataria Paola Nugnes (Sinistra italiana) che prende netta posizione contro l’embargo a Cuba, e chiede al governo di impegnarsi in tutte le apposite sedi internazionali per la fine del blocco economico statunitense unilaterale contro L’Avana. Un successo per Cuba: 115 voti favorevoli, 81 astensioni. Il secondo ordine del giorno, primo firmatario Luca Ciriani, capogruppo di Fratelli d’Italia, è stato approvato ugualmente con 173 sì, 12 no e 9 astenuti: chiede sanzioni selettive, pure nel caso cubano (in favore di “diritti civili e politici”), assieme a una revisione generale del sistema delle sanzioni, in modo da poter tutelare meglio le imprese italiane sui mercati internazionali senza che “siano pregiudicate da governi stranieri”.

Il tema “sanzioni” e “diritti umani”, in piena epidemia Covid, era tornato di attualità pochi giorni fa quando la delegazione italiana aveva votato contro la risoluzione, presentata al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, sulle ripercussioni negative delle sanzioni economiche sulle popolazioni civili, soprattutto in tempi di Covid. La risoluzione era a firma di Cina, Stato di Palestina, Azerbaigian e Movimento dei Paesi non allineati (con l’eccezione di Colombia e Perù). La mozione approvata – con 30 voti favorevoli, 15 contrari e 2 astenuti – censurava lo strumento sanzioni in quanto danneggia la qualità della vita delle singole popolazioni, e quindi dei diritti umani.

Assieme all’Italia, avevano negato il loro voto pure Austria, Brasile, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Polonia. Gli Stati Uniti non fanno parte di questo Consiglio delle Nazioni Unite per volontà dell’amministrazione Trump, che ha sempre snobbato le azioni degli organismi internazionali accusandole di non essere imparziali (il nuovo presidente Joe Biden ha chiesto di tornare in questo Consiglio dell’Onu dal 2022).

Argomento che fa discutere è la bontà delle sanzioni come arma di pressione politica. Si possono usare in modo eccezionale, in che forma e con quale durata? I “diritti umani” sono solo quelli del pluralismo politico? Altrettanto sbagliato sarebbe distinguere alla vecchia maniera, meccanicamente, tra “diritti sociali” (sanità, istruzione, assistenza) e “diritti individuali, civili”. C’è inoltre un problema più generale: le risoluzioni dell’Onu non hanno effetti pratici, bensì solo di “indirizzo”.

Tipico è proprio il caso di Cuba. Da anni l’Assemblea generale dell’Onu condanna l’embargo degli Stati Uniti verso l’isola augurandosi che cambi qualcosa (a favore di Washington votano ormai solo Israele e Brasile da quando è presidente di quest’ultimo paese Jair Bolsonaro). Resta così in vigore il più duraturo e anacronistico embargo della storia contemporanea, in vigore dal lontano 1962, con effetti repressivi sull’economia cubana, mentre le modalità di funzionamento dell’Onu imporrebbero una profonda riforma (va abolito, per esempio, il “diritto di veto” di Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina che spesso blocca ogni decisione).

Torniamo però a Cuba. Con il viaggio di Barack Obama all’Avana del 2016, si era finalmente chiusa la lunga fase dello scontro frontale iniziata subito dopo la rivoluzione del 1959. Obama, in quella occasione, annunciava di rinunciare a ogni ingerenza negli affari interni dell’isola e a forme economiche belligeranti. Da parte cubana, c’era la soddisfazione di poter affrontare il nuovo ciclo delle relazioni con Washington dopo aver retto a ogni pressione politica, economica, militare e di recrudescenza dell’embargo, voluta soprattutto dai presidenti Reagan e Trump.

L’auspicio, per questo 2021, è che le relazioni tra Washington e L’Avana possano riprendere dal punto in cui le aveva lasciate Obama. Quanto a “sanzioni”, “diritti umani”, “riforma dell’Onu”, sarebbe bene continuare a discuterne.

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TagsCuba diritti umani embargo Luca Ciriani Paola Nugnes sanzioni

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