“Istruzione, lavoro, libertà”, si sente cantare in un video di una delle più significative proteste popolari contro il regime talebano dall’agosto del 2021, scoppiata a Herat, nell’Afghanistan occidentale, lo scorso 9 giugno. Nonostante le autorità afghane abbiano negato l’intervento armato contro la folla, la polizia del regime ha risposto facendo fuoco: un morto confermato dall’Onu e fonti locali, e da testate giornalistiche come “The Guardian”, che parlano di due persone uccise, tra cui un minorenne. Richard Bennett, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan, ha dichiarato di essere “allarmato dall’uso eccessivo della forza contro manifestanti apparentemente pacifici”, chiedendo che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Le manifestazioni sono iniziate dopo una nuova ondata di arresti di donne e ragazze accusate di indossare il velo in modo improprio, secondo il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Si tratta della risposta della popolazione dopo quasi cinque anni di progressiva cancellazione dei diritti delle donne e di costruzione di un vero e proprio sistema di apartheid di genere (di cui abbiamo parlato qui). Dalla riconquista del potere, nel 2021, i talebani hanno escluso le giovani cittadine dall’istruzione secondaria e universitaria, limitato drasticamente l’accesso al lavoro, vietato gran parte delle attività pubbliche e imposto norme sempre più severe sulla libertà di movimento e di espressione.
Nel gennaio 2026 il regime ha inoltre introdotto un nuovo codice penale che rafforza la subordinazione giuridica delle donne. Tra le disposizioni più controverse, figura il regolamento sui rapporti tra coniugi, che rende quasi impossibile ottenere il divorzio e avalla la violenza domestica. All’articolo 32 si stabilisce che un uomo possa essere perseguito penalmente solo se le percosse inflitte alla moglie provocano fratture, ferite o lividi chiaramente visibili. E, anche nel caso in cui la vittima riesca a dimostrare gli abusi davanti a un giudice, la pena prevista è di appena quindici giorni di detenzione. Mentre – per fare un paragone agghiacciante – chi organizza combattimenti tra animali rischia fino a cinque mesi di carcere.
Ancora più allarmante è il documento denominato “Princìpi di separazione tra i coniugi”, del maggio 2026, che collega l’idoneità al matrimonio al raggiungimento della pubertà da parte di una ragazzina, eliminando di fatto l’età minima legale per il matrimonio infantile. Se, nel 2021, secondo l’Unicef, una donna afghana su tre era stata sposata prima dei 18 anni, oggi l’articolo 5 stabilisce che, se una ragazza vergine ha raggiunto la pubertà, il suo silenzio può essere legalmente interpretato come assenso al matrimonio, eliminando così la necessità di un consenso esplicito.
Human Rights Watch, e altre organizzazioni per i diritti umani, hanno inoltre denunciato come il nuovo quadro normativo abbia introdotto una pericolosa regressione giuridica: nell’articolo 15 è contenuta una distinzione tra persone libere e subordinate, riconoscendo così formalmente la schiavitù all’interno dell’ordinamento, il che ovviamente è vietato dalla Convenzione di Ginevra.
“Abbiamo organizzato la protesta attraverso gruppi Whatsapp per difendere le nostre sorelle”, ha raccontato uno degli organizzatori alla testata afghana “Rukhshana Media”, chiedendo di rimanere anonimo. “Le persone sono arrabbiate per gli arresti, la disoccupazione e per la continua chiusura delle scuole”. Secondo Amnesty International, la presenza di numerosi uomini accanto alle donne rappresenta un segnale importante: “Questa protesta riflette la crescente rabbia pubblica per cinque anni di persecuzione sistematica contro donne e ragazze e per l’intensificarsi della repressione delle libertà personali”, ha dichiarato Samira Hamidi, responsabile regionale dell’organizzazione.
L’Afghanistan dei talebani è un esempio di come i diritti umani siano strumentalizzati per motivi politici. Pur rappresentando oggi uno dei casi estremi di cancellazione sistematica dei diritti femminili, il tema occupa sempre meno spazio nel dibattito internazionale. Se i governi occidentali continuano a richiamare l’attenzione sulle violazioni dei diritti delle donne in altri Paesi della regione su cui hanno interessi strategici, come l’Iran, l’Afghanistan – abbandonato, nel 2021, dopo vent’anni di guerra e occupazione – è stato sostanzialmente dimenticato. Le proteste di Herat della scorsa settimana dimostrano, tuttavia, che una parte della società afghana continua a opporsi, nonostante la repressione, segnalando che dietro le statistiche e i decreti esistono cittadine e cittadini che rivendicano i propri diritti fondamentali.









