Lo scorso anno, India e Pakistan si affrontarono in uno scontro bellico circoscritto ma cruento, che durò dal 7 al 10 maggio. Dopo un sanguinoso attentato nella regione del Kashmir, occupata dall’India, New Delhi lanciò la cosiddetta operazione Sindoor, che vide anche dei lanci di missili contro il Pakistan, accusato di supportare i gruppi terroristici responsabili della strage. Islamabad reagì con l’operazione Bunyan-um-Marsoos, attaccando alcune basi militari e varie località sul territorio indiano. A più di un anno dal cessate il fuoco, i rapporti tra le due potenze nucleari asiatiche rimangono estremamente tesi. Dopo la fine dei combattimenti, infatti, l’India ha deciso di sospendere il Trattato sulle acque dell’Indo, che regolamenta la gestione di sei importanti fiumi, che nascono in territorio indiano, ma poi scorrono in Pakistan confluendo nell’Indo.
Per oltre sei decenni, il trattato – firmato nel 1960 e considerato uno degli accordi sulla condivisione delle acque più duraturi al mondo – è sopravvissuto a guerre, crisi militari e periodi ricorrenti di ostilità tra i due Paesi, permettendo di gestire un sistema fluviale vitale per centinaia di milioni di persone in maniera condivisa, nonostante gli interessi contrastanti. Finora New Delhi non ha formalmente dato seguito alla decisione, ma nei giorni scorsi il ministro indiano delle Risorse idriche, Chandrakant Raghunath Patil, è tornato a minacciare apertamente l’odiato vicino, affermando che “nei prossimi anni non arriverà nemmeno una goccia d’acqua in Pakistan. L’India sta lavorando attivamente sulla questione dopo le direttive del primo ministro Narendra Modi”.
Limitare o addirittura bloccare il flusso delle acque dirette verso il Pakistan significa mettere a rischio la sopravvivenza di decine di milioni di persone, distruggendo l’agricoltura di intere regioni e causando danni sociali, economici e ambientali enormi. Infatti, ben il 96% delle risorse idriche rinnovabili del Pakistan dipende dal flusso del fiume Indo. Il bacino del grande fiume alimenta una delle più grandi reti di irrigazione al mondo e sostiene il 90% della produzione alimentare del Pakistan. Quasi l’80% dei terreni coltivati dipende direttamente dalle acque provenienti dal bacino, mentre l’agricoltura contribuisce per circa un quinto al Pil nazionale, costituendo una delle principali fonti di occupazione e sostentamento per le popolazioni rurali. I fiumi provenienti dall’India sono anche sfruttati per la produzione di una quota importante dell’energia elettrica utilizzata da Islamabad.
Intervenire in maniera generalizzata sul flusso delle acque sarebbe una scelta drastica che farebbe scattare rappresaglie immediate da parte del Paese danneggiato. Dopo la sospensione del trattato, il governo pakistano ha già chiarito che “qualsiasi alterazione” del flusso idrico sarebbe considerato un atto di guerra. Il regime di Modi ha a disposizione anche altri strumenti per infliggere un duro colpo ai pakistani. Può infatti anche “solo” smettere di fornire ai vicini, come stabilisce il trattato, i dati idrologici, compromettendo fortemente la possibilità per Islamabad di prepararsi ad affrontare inondazioni e ondate di siccità. Di fatto, New Delhi ha già deciso di non condividere più in maniera sistematica con Islamabad i dati idrologici, scegliendo una forma di “guerra ibrida”. In una regione sempre più soggetta a scarsità idrica, l’accesso a informazioni idrologiche tempestive sta diventando importante quasi quanto l’accesso all’acqua stessa. Questa situazione sta trasformando i dati idrici in una risorsa strategica, con implicazioni che riguardano la sicurezza nazionale.
Nel frattempo, il governo indiano sta anche già limitando la portata dei fiumi che nascono nel suo territorio, o lo attraversano ma poi continuano a scorrere in quello pakistano, intervenendo in particolare sui corsi d’acqua della regione del Kashmir, già oggi oggetto di progetti strategici che innalzano la tensione tra i due Paesi. L’espansione della produzione di energia idroelettrica nel Jammu e Kashmir serve a promuovere, infatti, gli obiettivi energetici nazionali, ma anche a dimostrare al Pakistan che il governo indiano intende sfruttare appieno le risorse della regione contesa, senza tenere assolutamente in conto né le esigenze della popolazione locale né gli interessi di Islamabad.
L’india sta pianificando la costruzione di ben sette centrali idroelettriche nel bacino del Chenab, un fiume che prosegue scorrendo in Pakistan. Quattro di queste sono già in via di realizzazione. La popolazione locale è già preoccupata, perché la costruzione delle centrali sta distruggendo foreste e terreni che costituiscono la base del sostentamento per decine di migliaia di abitanti. Inoltre, la portata delle sorgenti del fiume Chenab si è già ridotta del 30%, mentre le grandi dighe realizzate a monte hanno alterato i livelli naturali del corso d’acqua, rendendo più difficile l’irrigazione dei campi. Il governo indiano ha inoltre in progetto il raddoppio della lunghezza del canale Ranbir – realizzato agli inizi del Novecento –, che porta l’acqua del Chenab nel sud del Kashmir, e che in futuro dovrebbe arrivare fino al Punjab ed essere utilizzata per irrigare i campi. Alle porte di un’estate – che già vede un aumento drastico delle temperature rispetto agli anni precedenti – i problemi idrici del Pakistan sono destinati ad aggravarsi, anche a causa del blocco del flusso d’acqua in eccesso del fiume Ravi, prodotto dal completamento della diga di Shahpur. Prima della realizzazione della diga, le acque in eccesso del Ravi raggiungevano il Pakistan, che ora ha perso un’importante fonte di approvvigionamento idrico. L’India iniziò a costruire la grande opera nel Jammu e Kashmir nel 1979; dopo decenni di ritardi, la sua realizzazione è stata fortemente accelerata dopo il conflitto dello scorso anno.
La concentrazione in Kashmir di progetti di sfruttamento delle acque – alcuni dei quali sono, almeno in linea teorica, conformi al trattato che New Delhi minaccia di stracciare – consente all’India di massimizzare il controllo operativo a monte dei corsi d’acqua, il che già danneggia il Pakistan. Trattandosi di una regione fortemente militarizzata, in cui vige una legislazione di emergenza differenziata rispetto a quella esistente nel resto dell’India, i grandi progetti infrastrutturali sono soggetti a requisiti meno stringenti in termini di consenso, trasparenza e salvaguardia ambientale. Ciò trasforma la gestione dei fiumi in un’estensione della gestione della sicurezza. Anche se l’India non straccerà formalmente il Trattato sulle acque dell’Indo, è più che evidente che Modi non intende rispettarlo. Il Pakistan si è rivolto alla Corte arbitrale dell’Aia per denunciare quello che ha definito “l’uso dell’acqua come arma”, ma l’India ha respinto la legittimità del procedimento. La guerra dell’acqua, scatenata dall’India contro il Pakistan, costituisce un pericoloso precedente, che potrebbe fare scuola nel resto dell’Asia, considerando che numerosi fiumi scorrono attraverso Paesi in aperto contrasto tra loro, o i cui interessi economici divergono sempre più. Dal Mekong al Brahmaputra, sono diversi i governi che si chiedono oggi come conciliare gli obiettivi di sviluppo nazionale con le responsabilità che derivano dalla condivisione delle risorse idriche.
Il controllo dei fiumi e dei dati a essi legati sta diventando sempre più uno strumento di lotta geopolitica. Islamabad spera che intervenga, a sua difesa, la Repubblica popolare cinese, che ormai da anni rappresenta il suo principale partner economico e il principale investitore in territorio pakistano. Il Pakistan è un Paese chiave della “nuova via della seta”. Per cercare di frenare i progetti indiani, Pechino potrebbe minacciare di intervenire sul flusso di vari corsi d’acqua vitali per l’India, che nascono in Tibet o in altre regioni amministrate dalla Cina.







